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Storie di un tradimento al lavoro


di Membro VIP di Annunci69.it Marciotto
15.02.2026    |    3.263    |    4 9.3
"La condussi nel magazzino sul retro; non era certo un albergo di lusso, ma l’urgenza del desiderio rendeva quel posto perfetto..."

L'Ora della Colazione
Chi gestisce un’attività commerciale potrebbe scrivere un’intera antologia sugli incontri, i fatti bizzarri o le storie divertenti che nascono dal contatto quotidiano con il pubblico. Ma oggi voglio raccontare un episodio particolarmente piccante, uno di quelli che restano impressi sulla pelle.
Gestisco un bar. Ogni mattina, tra il bancone e i tavoli, decine di persone si fermano per un caffè e un breve istante di relax. Molti restano volti anonimi, ma con altri si instaura un rapporto di cordiale conoscenza. È così che ho conosciuto un gruppo di quattro donne che, prima di andare in ufficio, si fermavano regolarmente da me per colazione.
Nonostante fossi il titolare, la loro avvenenza mi spingeva spesso a servirle personalmente. In breve tempo iniziammo a scambiare battute, passando dal tono formale a una confidenza sempre più accesa. In particolare, con una di loro nacque un feeling immediato: sguardi prolungati, sorrisi maliziosi e un’attenzione speciale per ogni mia parola. Per rispetto del mio ruolo, ed essendo sposato, avevo sempre mantenuto un comportamento impeccabile. Fino a quella mattina.
Dopo aver servito i cappuccini, mi soffermai in piedi proprio dietro di lei. Quasi senza pensarci, mossi da un istinto primordiale, i miei fianchi cercarono il contatto con la sua schiena. Sentii la consistenza del mio pacco premere contro di lei, mentre le posavo le mani sulle spalle. Non fu un gesto calcolato, ma la sua reazione fu elettrizzante: invece di scostarsi, lei fece scivolare la mano sulla mia, accarezzandola, e spinse il busto all'indietro, strofinando con voluttà le scapole contro il mio membro. Quel doppio contatto provocò un'erezione istantanea e prepotente. Imbarazzato e scosso, m'allontanai subito con una scusa banale.
Passai il resto della giornata prigioniero di quel ricordo, sospeso tra il senso di colpa verso mia moglie e il desiderio bruciante di ripetere l'esperienza.
L’indomani la tensione era palpabile. Quando arrivarono, il mio corpo era già in allerta. Portai i cornetti con finta nonchalance e mi appostai di nuovo dietro di lei. Stavolta non ci fu esitazione: con la mente annebbiata dal desiderio, premetti il mio sesso duro contro la sua schiena in modo sfrontato ed energico. Lei accettò la sfida. Mi rivolse un sorriso carico di promesse e continuò a chiacchierare con le amiche come se nulla fosse, mentre io godevo di quel contatto proibito in pieno giorno.
Prima di uscire, si avvicinò alla cassa e, mentre fingevo di sistemare lo scontrino, mi sussurrò all'orecchio: «La prossima volta lo voglio in bocca». Poi si allontanò, facendomi impazzire con il dondolio dei suoi fianchi.
«Quando?» riuscii solo a chiederle.
«Sono libera in pausa pranzo.»
Alle 13:00 in punto, lei si presentò con un sorriso disarmante. La condussi nel magazzino sul retro; non era certo un albergo di lusso, ma l’urgenza del desiderio rendeva quel posto perfetto. Appena chiusa la porta a chiave, la presi da dietro. Iniziai a baciarle il collo e i lobi delle orecchie, sentendo il suo respiro farsi corto e affannato. Le sollevai la camicetta per scoprire il seno, piccolo e sodo, con i capezzoli già turgidi che imploravano attenzione.
Mentre la mia eccitazione premeva contro i suoi glutei, le sbottonai i jeans e infilai la mano tra le sue gambe. Era completamente bagnata. Un gemito le sfuggì dalle labbra quando le mie dita iniziarono a torturarle il clitoride con un ritmo serrato. Lei si girò d'improvviso, i suoi occhi erano pozzi di lussuria. Si inginocchiò, mi slacciò i pantaloni e iniziò a mordicchiare il mio membro attraverso gli slip, prima di liberarlo del tutto.
La sua maestria era ipnotica. Usò la punta della lingua sul prepuzio, poi avvolse la cappella e infine lo accolse interamente in gola. Era vorace, esperta. Quando capii di essere al limite, le chiesi di mettersi a novanta per possederla, ma lei scosse il capo: «Per quello serve un posto migliore... ora finisci qui».
Riprese a succhiarmi con un'intensità tale che ogni resistenza crollò. Il mio orgasmo fu violento, un fiotto caldo e copioso che le riempì la bocca. Lei lo accolse e lo inghiottì con una sorta di devozione sensuale. Si rialzò, pulendosi un residuo di sperma dall'angolo delle labbra, e mi baciò con passione: «Ti rendo un po' di ciò che mi hai donato».
Si ricompose in un istante e uscì da quella stanza del peccato con la naturalezza di chi ha appena bevuto un caffè, lasciandomi solo, tremante e stordito da quel turbine di piacere improvviso.
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