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Le voglie di Rosa


di Membro VIP di Annunci69.it Marciotto
15.05.2026    |    1.994    |    1 8.3
"Lui crollò a terra, svuotato, mentre lei restava in piedi, nuda e trionfante tra i resti di quella battaglia erotica..."
Questo è il seguito dei racconti"la moglie del mio impiegato"......La villa a picco sulla scogliera sembrava un dente di cemento conficcato nel fianco della notte, un eremo di lusso sospeso tra il ruggito del mare e il silenzio complice delle stelle. All’interno, l’aria era densa, satura di un odore metallico di pelle e di quel profumo dolciastro che accompagna l’eccesso quando diventa rituale. Al centro del salone circolare, le cui vetrate offrivano una vista spietata sull'abisso, **Giuseppe** era stato ridotto a un simulacro d'uomo. Legato a una sedia d’acciaio, le braccia tese in una morsa di corda nautica e gli occhi tenuti aperti da un sottile divaricatore in cuoio, non poteva fare altro che essere il testimone oculare della propria rovina.
Rosa apparve dall'ombra come una visione scaturita da un incubo barocco. Non c’era più traccia della moglie frustrata dai silenzi domestici; al suo posto avanzava una predatrice fasciata in un corsetto di lattice nero, così stretto da costringerle il respiro in gemiti brevi e ritmati. I suoi tacchi a spillo martellavano il marmo con la precisione di un metronomo. Si avvicinò a Giuseppe, gli sfiorò il viso con la punta di un frustino di seta e gli sussurrò all'orecchio parole che bruciavano più del sale: «Hai sempre voluto possedermi, Giuseppe. Ora guarda come il mondo intero mi possiede, e come io, in questo possesso, divento la tua padrona».
Con un gesto imperioso, Rosa richiamò dal buio i dieci uomini. Erano figure imponenti, i volti celati da maschere di cuoio lisce, prive di espressione, che li trasformavano in puri ingranaggi di una macchina erotica. Senza una parola, iniziarono la loro opera. Rosa venne sollevata, il suo corpo offerto alle corde che pendevano dal soffitto secondo le geometrie spietate dello *shibari*. In pochi minuti, fu sospesa nel vuoto, una crisalide di carne e nodi che pulsava sotto la luce fredda dei faretti.
L’assalto che seguì fu una sinfonia di sottomissione e potere. Mentre Giuseppe era costretto a contare ogni colpo, ogni carezza violenta, ogni centimetro di pelle che veniva violato, Rosa sembrava trascendere il dolore fisico. I dieci uomini la circondarono come sacerdoti attorno a un altare vivente. C’era chi le segnava la schiena con frustate leggere e ritmiche, chi versava cera bollente sui suoi seni tesi dalle corde, e chi, a turno, consumava la propria foga dentro di lei con una brutalità metodica.
Rosa non urlava; rideva tra i denti, un suono rauco che si mescolava al rumore delle onde infrante sugli scogli sottostanti. Ogni volta che il piacere o la sofferenza raggiungevano il picco, lei cercava lo sguardo di Giuseppe. Voleva che lui vedesse la propria impotenza riflessa nella sua estasi; voleva che lui comprendesse che il loro legame non era che un filo sottile, ormai spezzato dal peso di quella carne collettiva. La villa divenne un teatro di geometrie estreme: un groviglio di membra maschili che si avvicendavano sul corpo di lei, trasformandola in una mappa di umori, segni rossi e sudore.
Il tempo si dilatò in un’agonia sensoriale che parve durare secoli. Rosa veniva morsa, colpita, posseduta simultaneamente, mentre la pioggia di seme che aveva sognato nel prologo tornava a imbrattare la sua pelle, ora mescolata alle lacrime di rabbia e umiliazione che rigavano il volto del marito. Lei non era sazia; ogni nuovo uomo, ogni nuova costrizione, sembrava alimentarla, spingendo la sua resistenza oltre i confini dell’umano.
Quando le prime luci dell’alba iniziarono a schiarire l’orizzonte, tingendo il mare di un grigio plumbeo, il rituale si concluse. I dieci uomini, come ombre richiamate dal mattino, svanirono nel silenzio della villa. Rosa venne calata dalle corde, il corpo segnato dai nodi e dai morsi, ma i suoi occhi brillavano di una luce ferina, quasi sovrannaturale. Si trascinò verso Giuseppe, i movimenti lenti e felini, e con un coltellino da bondage gli recise i legami con un unico colpo secco.
Lui crollò a terra, svuotato, mentre lei restava in piedi, nuda e trionfante tra i resti di quella battaglia erotica. «Questo era solo l'inizio, Giuseppe», disse, guardando verso il mare infinito. «L'eccesso non ha fondo, e io ho appena imparato a respirare sott'acqua». Rosa si voltò e uscì verso il balcone, lasciando il marito tra le macerie del loro passato, pronta a cercare, nel prossimo capitolo, un abisso ancora più profondo in cui sprofondare.
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