incesto
Adele nella stanza di Leo
24.12.2025 |
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"Leo mugolò nel sonno, chissà cosa sognava: magari un sogno erotico, se solo avesse saputo che la sua mammina lo stava segando nel frattempo! Comunque ad un tratto sentii il suo cazzo fremere e..."
~ATTENZIONE ~ QUESTO RACCONTO È UN’OPERA DI FANTASIAEcco una nuova avventura di Adele, la mamma caduta preda del desiderio. Buona lettura!
Ancora non riuscivo a credere a ciò che avevo fatto: in preda alla più sfrenata lussuria mi ero masturbata con il contenitore della lacca nella figa, mi ero al contempo infilata il manico di una spazzola su per il culo… e non è finita: ancora insoddisfatta mi ero nuovamente masturbata con una zucchina che avevo risparmiato dal finire nell’insalata; non mi riuscì nemmeno di raggiungere la mia camera, a metà corridoio cedetti e mi pugnalai la figa con quell’ortaggio verde e spesso, mugolando porcate miste al nome dei miei uomini, mentre sotto di me si stava allargando una notevole pozza formata dai miei umori. Non ci misi tanto a raggiungere un nuovo orgasmo; certo, non una fontana di squirt come poco prima ma abbastanza intenso da costringermi a tapparmi la bocca con la mano per non farmi scoprire da tutto il condominio. Comunque, dopo essermi definitivamente calmata, passai accuratamente lo straccio sul pavimento, mi feci una doccia e con una punta di sana vergogna che mi arrossava le guance aspettai sera; Leo e Giulio giunsero a casa, salutandomi rispettivamente con un sorriso e una sbirciatina al mio seno e un bacio sulla bocca. Cose semplici, delle nullità, ma abbastanza da farmi fremere: mi sento uno schifo ad ammetterlo ma mi ero appena bagnata un pochino. Mi morsi il labbro: se un semplice bacino mi aveva eccitata così, con qualcosa in più cosa sarebbe capitato?? Comunque, a letto ebbi di che sfogarmi: mi tolsi la camicia da notte, feci volare le mutandine in un angolo e scopai con Giulio come una ninfomane, povero il mio maritino, l’avevo colto proprio alla sprovvista! Mi ha sborrata due volte, e quando proprio non ne aveva più nemmeno una goccia gli sedetti sopra, la figa in faccia: “Lecca…” ansimai, e dopo una lunga limonata finalmente raggiunsi il piacere, lavando la faccia a Giulio. Mi alzai per andare in bagno, e quando tornai stava già dormendo, esausto: nemmeno aveva avuto la forza di tirarsi su i pantaloni, le palle comicamente pendule e vuote. Sorrisi tra me e me: da quando tempo non gli saltavo addosso così? Ero abbastanza soddisfatta, così mi coricai e mi riuscii di dormire senza fare sogni eccessivamente bagnati. La mattina seguente mi alzai, riposata e bella pimpante; Giulio era ancora più di là che di qua, e gli dissi ridendo “Riposa, amore, oggi è sabato…”
Mi avviai verso il bagno, c’era da avviare la lavatrice, ma appena aperta la porta incappai in un imprevisto: Leo era lì, le mutande alle ginocchia, paralizzato nell’atto di sfilarle per entrare nella doccia. Restammo a fissarci per un interminabile istante; o meglio, il mio sguardo era stato attratto da qualcosa, ovvero il cazzo di mio figlio. Non lo avevo visto dai tempi della primissima adolescenza, quando a volte facevamo il bagno insieme: all’epoca era un pisellino rosa e senza peli, con il sacchettino dello scroto in fase di sviluppo, ma adesso avevo davanti uno splendido esemplare di cazzo adulto! Mi ripresi solo quando Leo mormorò, coprendosi le parti basse, “Mamma, mi vergogno se mi guardi così…”
Mi accorsi di essere color ciliegia: borbottai una scusa e schizzai fuori; mi appoggiai alla porta, le guance incandescenti e il respiro corto: mio figlio… era diventato un uomo!!!
Quel giorno lo passai sul divano, mi sentivo come la febbre, la testa vuota e ovattata, tanto che Giulio mi chiese in tono preoccupato se fosse tutto a posto, e gli risposi evasivamente che era solo una febbriciattola dovuta al caldo. La notte la passai nuovamente in bianco: vidi le ore passare, proiettate sul soffitto dalla sveglia; non riuscivo a togliermi dalla mente il cazzo di Leo: era moscio, pensai, quanto sarebbe stato grosso in tiro? Mimai all’incirca un venti centimetri con le mani, avvampando subito dopo: ma cosa mi passava per la testa? È stato solo un incidente, uno stupido incidente, ecco tutto, cercai di convincermi, ma se era così… perché mi sentivo tanto agitata? Andai in bagno e mi lavai con foga la faccia con acqua gelata: mi calmó il calore alle guance, ma non quello alla figa: pizzicava, desiderosa di attenzioni. Mi trascinai a letto, ma proprio non mi veniva di dormire; guardai l’ora un’ultima volta: la una e trentadue. Al diavolo, pensai, alzandomi di botto: a quel punto non potevo fare che una cosa per non impazzire, ovvero andare nella stanza di Leo e… e poi? Cosa farai? disse una vocina maligna nella mia testa. Mi voltai un attimo, rivolgendo un’occhiata colpevole a Giulio che ronfava beatamente: “Perdonami, amore mio, non ce la faccio più…” pensai disperata. Strisciai nel corridoio come un’ombra, aprendo la porta della stanza di mio figlio il più lentamente possibile, temendo potesse cigolare; una volta che fu richiusa mi avvicinai al suo letto, tesa come una corda di violino: Leo dormiva in mutande e canottiera, russando leggermente. Quando fui accanto a lui mi inginocchiai, toccandolo leggermente con la mano: nessuna reazione, per mia fortuna aveva il sonno pesante come piombo. Mi spostai verso sinistra, verso l’oggetto dei miei tormenti; con movenze leggerissime abbassai lentamente l’elastico dei boxer di Leo, e spalancai la bocca: prima sembrava messo bene, ma visto da vicino ora mi resi conto che era più grosso di quanto avessi immaginato! Forse più di suo padre, pensai sgomenta. Pensai a Giulio con una fitta al cuore, vergognandomi profondamente per ciò che stavo per fare; avvicinai il viso al cazzo di Leo, moscio e pigramente piegato verso sinistra, le mie dita lo sfiorarono appena, quasi con timore, e immediatamente il suo corpo reagì, il giovane organo cominciò a crescere sotto il mio tocco. In una ventina di secondi era in piena erezione, la cappella scoperta mostrava una goccia sull’uretra, brillante come una perla nella lama di luce che entrava nella stanza. Mi venne l’acquolina, ma non potevo esagerare. Non dovevo esagerare. Strinsi lentamente la mano attorno a quel membro duro e svettante, era una sensazione meravigliosa avere un così bel cazzo tra le mani: se non fosse stato il cazzo di mio figlio mi sarei dilettata in un pompino da manuale, ma con uno sforzo titanico mi limitai, se così posso dire, ad un lavoretto di mano. Lo segai per… quanto, dieci minuti? Se resiste così non so cosa accadrebbe se mi scopasse, pensai quasi istericamente. Leo mugolò nel sonno, chissà cosa sognava: magari un sogno erotico, se solo avesse saputo che la sua mammina lo stava segando nel frattempo! Comunque ad un tratto sentii il suo cazzo fremere e farsi ancora più duro: stava per sborrare, è istintivamente chiusi le labbra attorno alla cappella bollente: accolsi la sua crema calda con sollievo, la sua sborra colava giù per la mia gola come un balsamo per le mie voglie; raggiunsi l’orgasmo senza nemmeno toccarmi, per fortuna non bagnai in giro, ma fu ugualmente piacevole. Leo non smetteva più di schizzare, non riuscivo ad ingoiare tutto, tanto che quando finalmente chiuse il rubinetto avevo le guance gonfie come un criceto. Tenendo una mano sulle labbra per non sgocciolare in giro ritirai su le mutande a Leo, che per fortuna non aveva fatto nemmeno una piega. “Scusami, tesoro, la tua mamma è una svergognata…” pensai con amarezza; amarezza che però scivolò via appena varcata la soglia, quando mandai giù il resto della sua sborrata. Mi sentii meglio, come se avessi ricaricato le batterie. Feci un’altra visitina al bagno, dove mi sciacquai con cura la bocca e lavai i denti; tornai a letto, finalmente appagata e scivolai quasi subito nel sonno, la le mutandine bagnate e il sapore della sborra di mio figlio ancora in bocca…
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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