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incesto

Mamma Carla


di ringo00
10.05.2026    |    8.363    |    6 9.8
"Gli facilitai l’operazione, schiacciandogli direttamente il seno addosso, la sua mano indagava più decisa il mio davanzale, aveva trovato il piccolo rilievo del capezzolo, e insisteva proprio..."
~ATTENZIONE~ QUESTO RACCONTO È UN’OPERA DI FANTASIA

Salve a tutti, sono Carla, ho quarantadue anni e sono una madre single. Quel disgraziatissimo che mi tocca chiamare ex marito mi ha lasciata proprio mentre ero in ospedale per partorire, portandosi via tutto quello che riuscì a prendere e a scappare chissà dove con la sua collega, una puttanella ventenne. Ero disperata: senza una lira e con un figlio da crescere senza aiuto; avevo solo ventiquattro anni, e mi toccó fare letteralmente i salti mortali per garantire la sopravvivenza mia e del mio bambino, che chiamai Leonardo, che significa forte come un leone, sperando che tale nome gli portasse bene in futuro. Anni dopo, e dopo enormi sacrifici, riuscii a comprare un piccolo appartamento, non era un attico di lusso ma era pur sempre un tetto; di trovarmi un uomo nemmeno a pensarci, l’esperienza mi era bastata, l’unico maschio della mia vita era il mio Leo, l’unica cosa che contasse nella mia vita. Credo sia giusto dare una piccola descrizione del mio aspetto, il perché vi sarà chiaro più avanti: capelli mossi nerissimi legati in una coda sportiva, un viso penso gradevole, occhi nocciola, corpo abbastanza tonico (faccio esercizio spesso), quinta dí reggiseno, fianchi non esattamente da modella e un sedere che riesco a mantenere decentemente sodo.
Leo crebbe più in fretta di quanto mi aspettassi, in un attimo me lo vidi adolescente, già più alto di me e con un principio di barbetta sul mento. Ma c’era un problema: era estremamente timido e chiuso in se stesso, fin da piccolo aveva problemi a relazionarsi con gli altri; le insegnanti me lo dicevano sempre, suo figlio è troppo timido, troppo insicuro, troppo… troppo. Credo che la colpa sia anche in parte mia, gli ho sempre fatto mancare una figura paterna, se magari ci fosse stato un padre per lui… Comunque, dal canto mio facevo del mio meglio per tenerlo su di morale, facevamo tante cose insieme, ogni tanto sorrideva ma per la maggior parte del tempo era malinconico e silenzioso. Mi preoccupava il suo futuro, avrei tanto voluto aiutarlo, ma come? Una sera, durante la cena, gli chiesi se si fosse fatto la fidanzata: aveva diciott’anni, l’età in cui si inizia a provare curiosità verso il sesso femminile, ma con un sospiro lunghissimo disse che le ragazze non lo consideravano neanche di striscio. Mi resi conto di aver, come si suol dire, rigirato il coltello nella piaga: provai a consolarlo ma Leo si alzò, dicendo di non avere più fame e si chiuse nella sua stanza. Sono un fallimento di madre, pensai, prendendomi la testa fra le mani. Volevo aiutarlo ma avevo solo peggiorato la situazione. Per distrarmi decisi di pulire la cucina, e a lavoro ultimato ero sudata, per cui decisi di darmi una rinfrescata. Andai in bagno e sfilata la camicetta mi insaponai le mani per lavarmi le ascelle, ma improvvisamente Leo sbucò dal corridoio, bloccandosi per un attimo nel guardarmi. Ci fissammo per un istante che sembrava eterno: non mi vedeva in intimo forse da quando aveva pochi anni, quando facevamo il bagno insieme, ma ora mi guardava con occhi diversi. Occhi da uomo quasi fatto, occhi di un giovane maschio che guardano non una madre ma una donna. Quando si accorse che lo stavo guardando a mia volta parve tornare in sé: biascicò una scusa e tornó precipitosamente in camera. Non mi sentivo in imbarazzo per quello che era successo, giudicai tutto come un banale incidente, cose che succedono. Però … per quale motivo mi sentivo intimamente compiaciuta? Mi avvicinai allo specchio, studiando il mio riflesso: ero ancora in forma, le tette abbastanza sode nonostante l’allattamento, la pancia piatta e la pelle liscia. Avevo attirato l’attenzione di Leo? Mi vedeva come una donna e non solo come genitrice? Ma va, pensai, figurati se queste cose accadono nella realtà… Mentre riflettevo sfilai il reggiseno, posandolo sulla lavatrice lí accanto; i miei seni ebbero un leggerissimo sobbalzo, le mani soppesavano quella carne tiepida e tutto sommato ancora piacente.
Credo sia stato in quel momento che mi sia venuta l’idea: un’idea del tipo che un genitore sano di mente guarderebbe con sospetto, ma sembrava cadere a pennello nel mio caso. Io, Carla, avrei aiutato mio figlio a superare la sua invalidante timidezza! Intendiamoci, non era nei mie piani circuire il mio proprio figlio, non ero depravata a tal punto, il mio piano era di stuzzicarlo un pochino per stimolare la sua mascolinità. Nei giorni successivi misi in atto il mio piano diabolico: iniziai a vestire più leggera, complice il caldo del mese di giugno, il reggiseno spesso non lo portavo e tendevo ad abbracciare Leo facendo sentire di proposito la pressione del seno su di lui. Era evidente che si era accorto della novità, leggevo curiosità nei sui occhi: credo che in cuor suo desiderasse dare una sbirciatina nella scollatura, magari allungare una mano per un fugace contatto, ma era troppo timoroso per prendere iniziative. Dovevo essere paziente, un pochino per volta; ogni giorno, verso la metà del pomeriggio mi davo una lavata, sempre senza reggiseno e sempre con la porta aperta, fingendo di non notare Leo che mi guardava dalla penombra del corridoio. I miei sforzi sembravano avere successo: si avvicinava sempre di più alla porta del bagno per godersi la scena, e almeno in un’occasione mi sembrò quasi di notare un bozzo al suo inguine. La cosa mi faceva sentire bene: crediateci o meno, sentirsi desiderata e ammirata dal proprio figlio può dare insopportabile soddisfazione. Gli effetti del mio comportamento avevano un effetto positivo su mio figlio: Leo non arrossiva più così intensamente, anzi, lo vedevo indugiare con lo sguardo sulle mie tette, chissà cosa immaginava nella sua testa, magari a saltarmi addosso? Risi tra me: il mio bambino non sarebbe mai stato capace di arrivare a tanto. Fare in po’ la mamma civettuola era sí intrigante, ma… mi aveva fatto riscoprire qualcosa che era sopita da quando ero tornata singola: la voglia. Mi masturbavo molto, ditali succulenti alla mia figa dal pelo ben curato, molte volte mi svegliavo in piena notte tormentata dal desiderio, e facendo attenzione a non fare troppo rumore mi sgrilletavo a gambe aperte, al centro del letto, gemendo il nome di Leo. Si, avete sentito bene: ormai desideravo veramente che mi facesse sua. Volevo il suo cazzo, un membro giovane, duro e resistente che mi riempisse, che spegnesse il fuoco che avevo dentro, che… Pensando proprio a questo raggiungevo l’orgasmo: era così intenso da piegarmi le gambe, dovevo mordere il lenzuolo per non urlare. Calmate le scosse di piacere potevo finalmente mettermi a dormire; mi sentivo colpevole? Assolutamente no, la cosa mi piaceva tantissimo, aspettavo solo la situazione ideale per compiere il passo fatidico. L’occasione perfetta si presentò dopo un paio di giorni: Leo era appena tornato da scuola e si stava preparando per fare la doccia… tempismo perfetto! Appena sentii lo scrosciare dell’acqua decisi di farmi avanti: infilai una canottiera bianca volutamente stretta, ovviamente senza reggiseno, e con un gesto impaziente tirai giù pantaloni e mutandine.
Lo ammetto, mi tremavano le gambe per l’emozione, come se stessi per rivivere la mia prima volta; presi un lungo respiro ed entrai nel bagno; passando dal lavandino mi venne un’ispirazione: aprii leggermente il rubinetto e raccolsi un po’ di acqua nelle mani tenute a coppa, per poi innaffiarmi le tette. Il tessuto bianco si fece trasparente, le forme delle tette sí intravedevano e quasi si distinguevano i capezzoli. Perfetto, azione!
Leo non si accorse subito della mia presenza, casualmente si volse verso di me e rimase lì impietrito: osservai compiaciuta la sua faccina buffa, era a bocca spalancata dalla sorpresa, ma il resto del suo corpo stava reagendo bene, specialmente la parte che desideravo di più: il suo cazzo stava alzando la testa, la cappella stava rapidamente facendo capolino. Fu allora che parve tornare alla realtà: si coprì con le mani, girandosi dall’altra parte. “Mamma, cosa fai??” mormorò tutto imbarazzato. Con il mio sorriso migliore mi avvicinai lentamente, sinuosa come un’odalisca, finché non misi Leo spalle al muro: povero caro, non sapeva da che parte guardare! Mi sentivo intenerita ma anche orgogliosa, stava crescendo davvero bene. Provó a dire qualcosa ma lo zittii dolcemente, mettendogli l’indice sulle labbra: “Non agitarti, amore mio, la mamma sa cosa fare…” Mi feci vicinissima, praticamente addossata a lui, sentivo il suo corpo fremere, il cazzo ormai teso, lo sentivo premere prepotente sul mio pube. La mia mano si posò sulla sua spalla, scendendo in una lenta carezza sul petto, sulla pancia e finendo attorno al suo cazzo; Leo emise un verso strano, metà gemito e metà squittio, ma non oppose resistenza. Lo interpretai come un assenso: cominciai a scappellarlo, molto lentamente e con la massima delicatezza; sicuramente ero la prima donna a maneggiare il suo cazzo, perciò volevo che ne avesse un ricordo indelebile. Leo era ad occhi chiusi, leggeri gemiti uscivano dalle sue labbra; perfetto, si stava lasciando andare! La sua mano si posò improvvisamente sulla mia tetta sinistra, proprio sopra al cuore: avrei voluto urlare di gioia ma a fatica mi trattenni, non volevo rovinare l’atmosfera. Il tocco di Leo i stava eccitando: era impacciato, quello sí, ma tanto dolce, e lo apprezzavo moltissimo. Gli facilitai l’operazione, schiacciandogli direttamente il seno addosso, la sua mano indagava più decisa il mio davanzale, aveva trovato il piccolo rilievo del capezzolo, e insisteva proprio su quel punto sensibile. La situazione si stava scaldando rapidamente, era il momento di alzare l’asticella: senza mollare il suo cazzo iniziai a strofinarmelo addosso, su quella porzione di pelle tra la chiappa e la coscia. La cappella la sentivo bagnata, vedevo piccole gocce trasparenti tracciare disegni incolori su di me: solo pochi centimetri, pensai, solo pochi centimetri più a sinistra e lo avrei tra le gambe… Fu uno sforzo titanico resistere alla tentazione, ma fu ben ripagato: Leo afferrò le mie chiappe con la mano, decisamente più energeticamete dí quanto mi aspettassi! Accarezzava il mio culo, la sua faccia era seppellita tra le tette, sentivo il suo respiro sulla pelle mentre vi sfregava contro; istintivamente gli portai la mano libera alla nuca, stringendolo forte a me, come se volessi diventare un tutt’uno con lui, baciandogli la testa e mormorando a mezza voce il suo nome. Leo era cotto, ormai al limite della sua resistenza: per un verginello come lui doveva essere stata dura, perciò decisi di premiarlo: accelerai improvvisamente il ritmo della sega e Leo emise un gridolino soffocato dalle mie tette, schizzando una sborrata densa e calda sulla mia coscia. Fu indimenticabile: raggiunsi l’apice senza nemmeno toccarmi, e quella sborra sulla pelle, mmmm, che bella sensazione, dopo tanto tempo! Strizzai fuori fuori ogni singola goccia dal suo cazzo senza allentare la presa, lo lasciai andare solo quando fu moscio e appagato. Leo era più di là che di qua, la faccia di chi ha raggiunto il Nirvana o quantomeno ci è andato vicino; sorridendo dolcemente gli chiesi “Leo, amore, ti è piaciuto? La mamma è riuscita a farti godere?” Lui annuì, ansimando, ancora scosso dall’esperienza; missione perdita della verginità felicemente compiuta! Lo lasciai andare, e fu come se gli avessero alzato di colpo la corrente: sembró essersi reso conto bruscamente di quanto fosse appena avvenuto, e rosso come un papavero schizzó via afferrando un asciugamano. Non gli andai dietro, meglio lasciarlo solo per un po’; povero il mio cucciolo, chissà che avvenimento era stato per lui! Distrattamente portai le dita alla sborra candida che colava lentamente dalla mia gamba e la assaggiai: era dolce, sapeva di giovane, e francamente non vedevo l’ora di una seconda dose. Ma per quel giorno decisi che era meglio smettere: tolsi la canotta fradicia e mi feci una lunga doccia, sciacquando accuratamente la mia figa ancora umida. La prossima volta… la prossima volta andremo fino in fondo, promisi a me stessa.

Continua…

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