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incesto

Le fantasie di Adele


di ringo00
21.12.2025    |    7.146    |    7 9.5
"Lo specchio alla parete mostrava una figura a me sconosciuta, non riuscivo a trovare me stessa in quella donna consumata dalla voglia intenta a pugnalarsi con una lacca per capelli, ma sapete cosa?..."
~ATTENZIONE~ QUESTO RACCONTO È UN’OPERA DI FANTASIA
Come una semplice rivista porno trasformó una casalinga in una maiala. Buona lettura!

Salve a tutti, mi chiamo Adele, ho trentasette anni e vorrei condividere con voi una cosa che mi è capitata. Finora ho vissuto una vita normale, da moglie, madre e casalinga a tempo pieno, sono sposata con Giulio da diciannove anni e sono la felicissima mamma di Leo, uno splendido ragazzo che è appena diventato maggiorenne. Proprio attorno a lui ruota tutta la faccenda, ma ci arriverò tra poco. Prima credo sia doveroso fare una descrizione al volo della sottoscritta: occhi e capelli castani, quinta di reggiseno, sedere non esattamente da modella e cosce cicciottelle. Chiamatemi curvy, paciarotta o come preferite, ma in sostanza non sono da buttare, no? Comunque, era una tarda mattina di giugno, faceva caldo e indossavo un vestito da casa leggero, di quelli di cotone abbottonati sul davanti; non avevo il reggiseno, per abitudine non portavo quello strumento di tortura se non quando uscivo di casa, era molto piacevole sentire il seno danzare al ritmo dei movimenti. Stavo passando l’aspirapolvere, cantando assieme alla musica proveniente dal cellulare; avevo già passato dappertutto, mancava solo la stanza di Leo: era veramente ordinato, quasi non sembrava la camera di un ragazzo, sempre in perfetto stato e pulitissima. Diciamo che passavo l’aspirapolvere giusto sotto al letto, dove i batuffoli grigi si annidavano più facilmente, ma fui distratta da un imprevisto: la scopa andò a toccare qualcosa. Mi chinai incuriosita, e tastando percepii una superficie liscia, e quando la tirai fuori mi resi conto che si trattava di una rivista porno. Mi scappò un sorrisetto: il mio bimbo aveva nascosto una rivista porcellina nel più classico dei nascondigli! Stavo per riporla, rispettosa della sua privacy, ma la curiosità mi vinse, e cominciai a sfogliare le pagine; nulla di eclatante, le classiche donnine in pose sexy o impegnate in rapporti sessuali più o meno complessi. Verso la metà però spalancai gli occhi: c’era un articolo, il cui titolo era “Incesto: cosa ne pensi?” Seguivano confessioni e storie, suppongo inviate dai lettori, alcune devo ammettere abbastanza piccanti, ma era solo la punta dell’iceberg: nella pagina accanto c’era una specie di questionario, sapete, quelli con i quadratini accanto alle risposte. Leo lo aveva compilato, e le risposte mi lasciarono a bocca aperta: “Hai mai avuto fantasie su un/a familiare?” diceva, e Leo aveva segnato la cesella accanto a “Madre”
Man mano che scorrevo le domande si facevano più mirate ed esplicite: “Sii sincero/a: ti sei mai masturbato su un familiare?” e la risposta era “Sì”
Mi girava la testa: Leo, il mio adorabile e amatissimo bimbo fantasticava sull’incesto?
Stavo per riprendere la lettura quando il trillo del campanello mi fece sobbalzare: sbirciai la sveglia sul comodino, era quasi la una e mezza, Leo era tornato da scuola! Riposi frettolosamente la rivista al suo posto e mi precipitai ad aprire, Leo entrò, sorridente come sempre, sembrava tutto nella normalità, ma c’era un dettaglio, in dettaglio che avevo fino a quel punto ingenuamente trascurato: Leo mi salutava, ma subito dopo il suo sguardo accarezzava il mio seno, giù nella scollatura. Ero turbata: non avrei mai pensato di trovarmi una cosa simile tra capo e collo: le mani mi tremavano mentre preparavo il pranzo, avevo dei leggeri brividi nonostante il caldo, e continuavo a pensare alle domande del questionario, specialmente alla risposta data da Leo sull’essersi toccato pensando a me. Mi scottavano le guance, dovetti lavarmi il viso con acqua fredda per apparire presentabile. Durante il pranzo Leo era come sempre, raccontava con voce allegra la sua giornata scolastica, ma sentivo solo in parte ciò che diceva, la mia mente era ben lontana da lì in quel momento. Provavo un morboso desiderio di continuare la lettura, e mi ripromisi di farlo la mattina seguente, quando sarei rimasta sola. Fremevo all’idea, mi sentivo come un adolescente che si intrufola per vedere di nascosto un film vietato ai minori. Il tempo scorreva al rallentatore, le ore erano lunghe come ere geologiche, e quando volle il cielo arrivò sera; Giulio arrivò dall’ufficio verso le sette, salutandomi con il consueto bacio: odio doverlo ammettere ma quasi non lo sentii, distratta com’ero. Cenammo tutti assume, e più tardi, a letto, mi rigiravo insonne, guardando il soffitto; “Perché mi sento così agitata?” pensavo, mentre accanto a me mio marito dormiva sereno, ignaro dei miei pensieri. “Chissà se Leo si sta toccando…” mi ritrovai a pensare, e crediateci o no, il solo pensiero fece diventare i miei capezzoli duri come chiodi. Immediatamente provai una profonda vergogna, come potevo io, madre, pensare a sconcezze simili?? Misi la testa sotto al cuscino, stringendolo tra le mani, sforzandomi di prendere sonno; passai una notte agitata, nei brevi dormiveglia vedevo Leo con la mano stretta a pugno attorno al suo giovane membro eretto, mentre le la domanda “Ti sei masturbato su un familiare?” rimbombava nella mia testa con fragore di campana. Mi svegliai di soprassalto, madida di sudore; portai la mano al petto, il cuore sembrava sul punto di scoppiarmi, ma la cosa più imbarazzante fu lo scoprirmi bagnata: le mutandine erano fradicie proprio in corrispondenza della mia patata. Furiosa e disgustata da me stessa, m alzai in punta di piedi, presi in un paio di mutandine pulite e mi chiusi in bagno; tolsi quelle bagnate facendole scivolare lungo le gambe, guardandole con imbarazzo: erano lì, sul pavimento, bagnate e apparentemente innocue testimoni della mia depravazione. Era l’alba, la tapparella alzata circa una spanna faceva entrare una lieve brezza che mi accarezzava; soprattutto laggiù, sulla mia figa rovente, coronata dal triangolo di riccioli che tanto piaceva a Giulio. Anziché raffreddarmi, quel refolo leggero mi attizzò la voglia, come benzina sul fuoco: avevo voglia di toccarmi, farmi un mega ditale, di sentire il mio nettare caldo bagnarmi le cosce, di… Mi diedi un doppio schiaffo in faccia: doloroso, ma necessario, certe volte un ceffone fa l’effetto del tasto di reset. Dopo essermi finalmente calmata misi le mutandine pulite, raccogliendo poi le altre quasi con repulsione, quasi fosse un oggetto contaminato che depositai in lavatrice. Una tazza di caffè mi fece sentire di nuovo me stessa, la solida, almeno in apparenza, massaia italiana. Quando però gli uomini furono usciti non potei fare altro che chiudere la porta a doppia mandata e precipitarmi nella stanza di Leo, dove la mia mano volò sicura sulla rivista. Sfogliai compulsivamente le pagine arrivando al punto dove mi ero interrotta il giorno prima. Presi un lungo respiro e mi immersi nella lettura, scoprendo che l’elenco delle domande proseguiva nella pagina dopo: “Hai mai spiato un parente mentre era sotto la doccia?” “Andresti a letto con un genitore?” “Hai mai origliato i tuoi genitori fare sesso?” e via dicendo. Quando arrivai alla fine chiusi bruscamente la rivista, riponendola sotto al letto: mi sentivo strana, ovattata, come quando hai la testa sott’acqua; solo che a quel punto ero riemersa, e mi era chiaro che Leo non mi vedeva più semplicemente come la figura materna ma come una donna. Una donna desiderata, ma molto desiderata. La familiare sensazione di pizzicorio alla passera tanto cara a noi fanciulle tornò a farmi visita, ma stavolta la accolsi come un’ospite gradita; la mia testa era vuota, ma il mio corpo sapeva già cosa fare: masturbarmi, per placare il desiderio e ragionare lucidamente. Marciai verso il bagno, avendo almeno il buon senso di tirare la tenda: se un incauto vicino avesse assistito a ciò che stava per succedere la mia reputazione avrebbe subito un duro colpo. In primis via le mutandine, le calciai lontano come se scottassero, e una volta figa al vento mi scappó un gemito, ma non era il momento di tergiversare: mi guardai attorno febbrilmente, avevo bisogno di qualcosa, qualcosa da mettermi dentro. Il mio sguardo vagó rapido nel piccolo locale, quando avvistai la lacca per capelli: un contenitore metallico, cilindrico e dalla punta arrotondata… potevo chiedere di più? La afferrai e portai la punta alle labbra, immaginando fosse un bel cazzo, un cazzo duro con la cappella pronta a farmi sua. Il cazzo di Leo, pensai, perché no? È solo una fantasia, ci può stare. Il solo pensiero mi fece bagnare, leccando la testa del contenitore mi sentivo calda, non più né mamma né moglie, solo semplicemente donna e troia. Non potevo aspettare ulteriormente: con un gesto fluido la punta del mio cazzo improvvisato raggiunse l’imbocco della mia figa: bagnata com’ero non incontró la minima resistenza, scivolando dentro per una buona metà. Gemetti, mordendomi il labbro per non essere troppo rumorosa, il freddo corpo metallico era una coccola per il mio forno bollente. Non era tempo per i preliminari, cominciai a stantuffarmi rabbiosamente, ogni affondo accolto da uno stimolante rimorino di bagnato, la mano libera voló istintivamente alle spalline del vestito facendole scivolare via, le mie grosse tette, leggermente appesantite dall’aver allattato Leo fino quasi ai tre anni apparvero come le ballerine di punta, rivelate da un sipario. Il solo pensare a mio figlio, adulto ed eccitato, attaccato al mio seno diede nuova linfa alla mia voglia, ero ormai incontenibile, mormoravo il suo nome a mezza voce, e lo trovavo mostruosamente eccitante.
Lo specchio alla parete mostrava una figura a me sconosciuta, non riuscivo a trovare me stessa in quella donna consumata dalla voglia intenta a pugnalarsi con una lacca per capelli, ma sapete cosa? Non me ne poteva fregare di meno, ero troppo presa in quel momento. Appoggiai inavvertitamente le chiappe al piano di marmo del lavandino, il bacio gelido della pietra mi diede un piacevole brivido, accompagnato da un’idea color rosa porcello. Mi sfilai un secondo dal mio amante metallico e frugai nell’armadietto sopra la lavatrice, pescando ciò che cercavo: una spazzola per capelli dal manico di gomma, bello spesso e dalla superficie liscia. Dopo averlo ricoperto da uno spesso strato di sapone liquido lo puntai al fiorellino celato tra le mie burrose natiche, e lo sfintere non si fece certo pregare, divorò il manico in un sol boccone. Ripresi la lacca e la infilai nuovamente al caldo, mordicchiandomi le labbra vogliosamente: non immaginavo che due banali oggetti da toletta potessero dare tanto piacere a una donna. Le gambe mi tremavano, mentre ero presa da entrambi i buchi allo stesso tempo mi immaginai i miei due uomini, i loro cazzi profondamente intanati dentro di me. Era una sensazione così reale che quei due oggetti inanimati mi parvero d’improvviso vivi, caldi, due cazzi pronti ad espellere il loro carico bianco e bollente. Raggiunsi l’orgasmo proprio con questa immagine nella testa, e non fu il mio solito orgasmo quieto senza schiamazzi, ma per la prima volta nella mia vita provai la sensazione indescrivibile dello squirt: non ci ero mai riuscita, ma ora dalla mia figa schizzó un fiotto di nettare caldo e cremoso che andò a bagnare il pavimento. L’orgasmo mi devastó, le gambe cedettero; per fortuna riuscii giusto in tempo ad estrarmi la spazzola, prima di finire culo per terra. Rischiavo di andarmene in giro con una spazzola per capelli infilata su per il culo, pensai, e trovai la cosa così esilarante che scoppiai a ridere come una scema. Sospirai, lasciandomi andare contro la base del lavandino, qualche contrazione ritardataria mi sollevava laggiù, il contenitore della lacca ancora saldamente infilato nella figa. Lo estrassi molto lentamente, e quando fu fuori i resi conto di quanto fosse grosso, tutto appiccicoso e bagnato di nettare. Istintivamente leccai via un po’ di quel liquido trasparente e mi piacque così tanto che la leccai via tutta. Una volta tornata in me stessa mi alzai, presi una salvietta e asciugai la pozzanghera che avevo espulso dalla figa: era tantissima, sembrava mi fossi piaciata addosso! Una volta terminata la pulizia mi resi conto che era quasi mezzogiorno, lo stomaco reclamava i suoi diritti. Non mi rivestii, con una maliziosa decisione decisi di cucinarmi un pranzetto veloce, tette di fuori e figa al vento. Mangiai così, mezza nuda come una selvaggia, e ammetto che era una bella sensazione. Preparai una bella insalata mista, ma una zucchina, un bell’esemplare verde scuro e spessa, giaceva sulla tovaglia accanto a me. Sarebbe stato il dessert, ma non per lo stomaco!

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