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Essere meno donna


di Mesx
07.09.2026    |    2.962    |    6 9.2
"Il modo in cui si gettò avida a leccare le palle e l'asta fu intenso, coinvolgente..."
Conobbi Mariachiara su Instagram, mesi e mesi fa. La contattati io, senza nascondere che sin dal primo istante provavo una forte attrazione per lei. E come avrei potuto non provarla? Un perfetto nasino a punta, labbra carnose, occhi marroni grandi e luminosi come stelle, con ciglia folte e sensuali.
Anche fisicamente era proprio il mio tipo: seno piccolo, fianchi stretti e sagomati e, per quel poco che mostrava in foto, anche un culetto davvero niente male.
Ricordo che decisi di giocare le mie carte quando pubblicò una foto al mare, in una splendida posa sdraiata su di un pedalò, con un bikini leopardato nero e rosa. Le fossette pelviche e l'addome delineato mi mandarono fuori di testa.
Chiara (così preferiva farsi chiamare) si dimostrò sin da subito una persona interessante, anche se nascosta dietro una coltre di timidezza.
Ma passata la nebbia di incertezze, oltre c'era un panorama di intelligenza e gusti particolari quanto gradevoli.
Chiara era appassionata di tutto ciò che apparteneva ai lontani anni '60, con una preferenza per i film italiani dell'epoca che vedevano protagoniste grandi attrici come Sophia Loren, Stefania Sandrelli e Claudia Cardinale.
Aveva anche una vera fissazione per Monica Bellucci, ma come biasimarla?
Avrebbe potuto guardare un film diverso ogni giorno, anche se aveva le sue preferenze, ovviamente.
Rifletteva la passione per quell'epoca nel suo vestiario. Certo, aveva anche abiti moderni, ma la sua passione la spingeva a cercare smodatamente abiti con lo stile dell'epoca. Molto spesso riusciva a procurarseli, anche se con un certo consumo monetario.
Ma d'altronde, una passione è una passione, nessuno può giudicarti se spendi i soldi che ti guadagni in vestiti.
E Chiara era proprio così: di giorno una commessa per un negozio di abiti, di sera un'anima antica in ricerca del proprio spazio in un'epoca che la disconosceva.
Parlammo all'incirca per un mese solamente via messaggi e fu quando la sentii parlare per la prima volta, che compresi tante delle sue paturnie e preoccupazioni.
La prima cosa che tradisce una donna trans è sempre la voce. Ma per come io stavo conoscendo Chiara, quella voce era quasi una dissonanza cognitiva. Era difficile immaginarla come donna non biologica.
Non avevo mai dubitato prima, nemmeno per un istante. Nessuna foto, nessun dettaglio, nulla di nulla.
È innegabile che rimasi sorpreso, anzi...a primo impatto la mia mente liquidò il tutto come una voce bassa o un brutto raffreddore.
Tuttavia quel messaggio audio inviato fu una prova di fiducia nei miei confronti, col senno di poi.
Stava rivelando un dettaglio di sé che poteva spezzare tutto.
Il suo silenzioso modo di dirmi "Io non sono come le altre, adesso lo capirai".
Approcciai il discorso con una delicatezza puntigliosa. Mi sentivo coi piedi sui cocci di vetro. Tuttavia, ne parlammo...e per ore.
Non mi disse mai quale fosse il suo nome prima di essere Mariachiara, ma mi raccontò del suo percorso.
Fortunatamente, Chiara poteva contare su due genitori che avevano riconosciuto in lei una figlia intrappolata nel corpo di un maschio già in tenera età. Il fatto che desiderassero una femmina fu per loro un ulteriore incentivo.
Sentirla raccontare di come, in una società cosi anti-progressista, i suoi genitori avevano lasciato che il figlio maschio portasse abiti femminili e capelli lunghi già dai tempi dell'asilo e delle elementari, era stato a dir poco illuminante.
"Non sono mai stata realmente uomo. Ci sono solo nata così".
E io, pieno anche della comprensione di tutto quel discorso, non potei che concordare.
Da lì, si smosse ovviamente tutta quella parte di dialogo a cui prima o poi si sarebbe dovuti arrivare, specialmente quando c'è l'intenzione di frequentarsi.
Inizialmente ero infastidito dal fatto che, nonostante fosse passato un mese, io e lei non ci fossimo ancora visti. Quella sera ottenni tutte le conferme del caso sul come mi avesse evitato. Non mi lamentai, era comprensibile.
Chiara mise le mani avanti: se fossimo usciti assieme, avrei dovuto prendermi tutte le consapevolezze di avere una frequentazione con una ragazza trans.
"Se spiritualmente io sono donna al 100%, fisicamente il mio corpo non lo è. Non ancora, per lo meno". Ne seguì tutta la spiegazione delle terapia ormonale, della disforia di genere, del desiderio di operarsi.
Accettai le condizioni e, facendo un piccolo salto avanti, io e Chiara iniziammo ad uscire regolarmente almeno un paio di volte alla settimana.
Il lento fuoco della passione divampava in noi, tra battute sessuali, baci sempre più accesi e mani in posti poco consoni se si ci trova in pubblico.
Ricordo ancora il suo imbarazzo quando, in preda all'eccitazione, finì per farmi sentire la sua erezione contro la gamba.
Le guance erano in fiamme e gli occhi lucidi. Ma io la baciai e la sfiorai appena con la mano. Sul momento, sembrò calmarsi.
Conobbi i suoi genitori. Due persone veramente squisite, ma altrettanto attente.
Non era la prima frequentazione di Chiara che avevano visto andare a rotoli per via della sua natura. Le domande, per quanto ben celate, erano missili diretti all'obiettivo.
Riuscimmo a creare un'intesa nella quale, per dirla in parole povere, feci comprendere loro che non avevo problemi che loro figlia non avesse una vagina.
E così, io e Chiara ci ritrovammo finalmente soli, nella quiete di una stanza che parlava della sua anima e delle sue passioni.
I genitori, quella sera, uscirono per quella che loro stessi definirono "una lunga cena vissuta con calma". Un modo sottile di dirci che ci stavano lasciando il tempo per viverci.
E quel giorno, l'incendio della passione divampò. Il vestito a pois bianco e nero restò poco sul suo corpo, così come i miei indumenti.
L'intimo che indossava era stupendo. Lingerie di pizzo color lilla.
La sua mano scivolò tra le mie gambe attraverso i mille baci e i piccoli morsi sul collo. La sua pelle profumava di muschio bianco.
Non era poi così inesperta come voleva far credere, lo capii da come me lo afferrò dai boxer.
Strinsi il suo piccolo seno, sviluppatosi grazie alla terapia ormonale. I suoi gemiti era un contrasto tra il piacere e la sua vera natura, ma non mi importava.
Quando arrivai a spostare la mia mano tra le sue gambe, Chiara si paralizzò.
Ansia da prestazione, pensai. Ma era ben più di quello.
Quando alzai lo sguardo i suoi occhi erano pieni di lacrime.
"Che succede, tesoro?" Mi spinse via per un istante. "Va sempre così. Ogni volta che mi sento pronta, il mio corpo mi ricorda che cosa sono veramente".
Cercai di abbracciarla, ma lei si scansò. "E tu poi? È veramente questo che vuoi? Scopare con un uomo vestito da donna?"
Ogni mio tentativo di avvicinarmi la faceva allontanare di più, ma decisi che mi sarei fatto ascoltare.
La spinsi contro l'armadio, tenendola ferma per le mani.
"Chiara, tu non sei meno donna". Lei mi osservò, senza capire inizialmente le mie parole.
"Non è solo una questione fisica. È soprattutto una questione mentale, dovresti saperlo bene ormai".
Mi guardava, un po' imbronciata e un po' lusingata da ciò che stavo dicendo.
"Ci sono migliaia di donne che si sentono uomini e finiscono per essere più mascolini di loro. La cosa vale anche per te. Non sei meno donna, anzi. Sei più femminile tu di tante altre là fuori".
Non servivano parole ricercate, ma quelle giuste. Poco importava se fossero banali, a tratti superficiali, ma erano un fine per convincerla che lei non avesse niente che non andava.
Spostai una mano, accarezzandola fino a raggiungere il suo collo, dove mi fermai in una stretta leggera.
"Questa sera, sei una donna che sta andando a letto con il suo uomo. Tu sei la mia donna".
Quelle parole furono scelte con cura, invece. Mille volte le aveva udite nei suoi amati film.
Seguì un bacio intenso in cui sentii le sue lacrime bagnarmi il viso.
"Sei pronta per la nostra prima volta?" Le chiesi, accarezzandole il volto.
"Per favore, sii gentile".
La baciai ancora contro l'armadio, e scesi con la bocca poco a poco.
Leccai il suo seno morbido, mordicchiandole i capezzoli. Baciai la sua pancia, facendola sorridere con una pernacchia.
E poi scesi al pube. Tirai giù le splendide mutandine di pizzo.
La terapia ormonale aveva atrofizzato il suo membro, rendendolo piccino.
Ci passai la lingua e presi in bocca ciò che trovai. Man mano che succhiavo lo sentii crescere un pochino.
Lei gemeva, tenendosi ai miei capelli.
Decisi di giocare con la sua mente, replicando i movimenti di una normale leccata di figa, coinvolgendo la sacca scrotale.
"Che bella figa succosa che hai piccola..."
Il suo cazzo mi sussultò in bocca. Una volta una cara amica mi disse che, per le persone che fanno cambio di sesso, è importante essere riconosciute anche durante l'atto.
"Oh Chiara, piccola, sei fantastica", continuai. Sentirsi chiamare per nome e sentirsi leccata come donna la stava facendo impazzire.
Pochi istanti dopo iniziò a gemere più forte, venendomi in bocca. I suoi testicoli, atrofizzati dagli ormoni, schizzarono poco, ma fu ugualmente soddisfacente.
La accompagnai sul letto, con l'intenzione di lasciarla riposare mentre la baciavo. Ma Chiara non fu della stessa opinione.
La sua mano tornò ad afferrare il mio cazzo, stavolta con maggiore determinazione.
In pochi istanti il confine della sua sessualità svanì. Il modo in cui si gettò avida a leccare le palle e l'asta fu intenso, coinvolgente.
Sapeva farlo molto bene. Quando le chiesi spiegazioni, mi disse che toys e porno erano stati grandi compagni nella sua solitudine.
"E poi non è la prima volta che succhio un cazzo. Mica sei il primo per tutto".
Quel rapporto avrebbe potuto concludersi così, sarei stato felice lo stesso per quanto era brava.
Ma poi si fermò, stendendosi accanto a me.
Mi accorsi solo dopo che le gambe erano rimaste giù dal letto. Nella sua timidezza era stata alquanto esplicita.
Presi il preservativo e lei mi indicò il cassetto in cui trovare il lubrificante.
Il suo culo era splendido. Abituato ai normali rapporti, andai a cercare diretto la penetrazione, ma lei mi fermò.
"Un po' con le dita, prima. Per favore".
Accolsi la sua richiesta. Cominciai con un dito, per poi passare a due. Non ci volle molto, circa cinque minuti, prima che quel bel culetto fosse pronto ad accogliere di più.
"Sei pronta?"
Lei prese un cuscino, appoggiandosi con la faccia su di esso. Un timido sì uscì dalla sua bocca.
E così, fui gentile. Lasciai scivolare i miei centimetri lentamente dentro di lei.
Quando iniziai a muovermi, Chiara affondò la faccia nel cuscino, sbattendo un pugno sul letto.
Diedi colpi lenti, ma decisi. Lei soffocava i gemiti nella federa.
Accettai quel suono ovattato per poco. Mi sfilai e la feci girare verso di me, tornando dentro di lei senza indugiare.
"Se devi godere ti voglio sentire. Ti voglio vedere".
Dalla gentilezza passai all'intensità. Volevo solo che godesse, in tutto il suo splendore.
Ad ogni colpo che davo dentro il suo culo, Chiara sussultava e il suo cazzo si muoveva. Prese a toccarselo, agitata e bollente.
Quando fui in procinto di venire, decisi di trattarla da donna fino alla fine. Con tutti i porno che aveva visto, Chiara capì immediatamente.
Tolsi il preservativo e la feci inginocchiare davanti a me.
Tenendola per i capelli lasciai che gli schizzi di sborra le ricoprissero la faccia. Colarono sul suo collo, sul seno.
Pochi istanti dopo la vidi contrarsi e sentii degli schizzi arrivarmi vicino ai piedi. Era venuta anche lei.
La baciai il viso sborrato e la aiutai ad alzarsi.
Una volta sdraiati sul letto a farci le coccole, le chiesi come si era trovata.
Mi guardò coi suoi occhioni da cerbiatta e aria furbetta. "Ne sarò ossessionata per almeno un mese".
Ci ridemmo su, ma da quelle risate scaturirono altre due scopate nella stessa serata.
Ridemmo ancora di più quando, dopo la seconda, ci accorgemmo che i suoi genitori erano rientrati durante l'atto, in cui lei era stata parecchio rumorosa.
Ma superata la vergogna che provava, Chiara lo desiderò una terza volta, e si tappò la bocca per sicurezza.
In ogni caso, la parte migliore della serata non era l'aver fatto sesso. Era vedere lei sentirsi più donna ad ogni giro sotto le mie mani.
Prima di addormentarci mi disse una frase: "Grazie per avermi fatto sentire ciò che sono realmente".
E credetemi, mai ci fu soddisfazione più grande.
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