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Gay & Bisex

LASCIARSI ANDARE – II


di Foro_Romano
24.04.2026    |    2.556    |    6 9.5
"Giorgio uscì dalla rimessa, guardando il giardino ora spoglio e grigio sotto la pioggia autunnale..."
LASCIARSI ANDARE – II: Oltre la carne

Il contatto della mano di Alfio sul suo cazzo era stato il segnale di resa definitivo. Giorgio non sentiva più il bisogno di capire, di analizzare o di giustificarsi con l'uomo che era stato fino a dieci minuti prima. La pelle del giardiniere era calda, quasi rovente sotto il sole pomeridiano, e la sua stretta era una promessa di possesso assoluto. Giorgio sollevò il busto dalla sdraio, i muscoli dell'addome che si tendevano sotto la foresta di peli scuri, e fissò Alfio.
Il volto del giardiniere era a pochi centimetri dal suo. Gli occhiali erano appannati dal calore, ma dietro le lenti Giorgio scorse una fame che non aveva nulla di senile; era una voracità antica, compressa per decenni. Giorgio non esitò. Allungò il collo e cercò le labbra di Alfio. Quando le loro bocche si incontrarono, fu un urto violento. I baffi folti e brizzolati di Alfio pungevano la pelle di Giorgio, profumando di tabacco forte e di un odore selvatico di terra e sudore. Giorgio spinse la lingua con forza, forzando il passaggio tra i denti dell'altro uomo, trovando una lingua altrettanto vogliosa che lo accolse in una danza ruvida e bagnata. Si baciarono con una disperazione carnale, scambiandosi sapori pesanti, mentre le mani di entrambi continuavano a lavorare febbrilmente sui loro membri.
Il cazzo di Alfio era una visione prepotente. Giorgio lo vedeva da vicino ora: scuro, venoso, con la cappella larga e lucida che sembrava sfidare la gravità. Senza interrompere quel bacio profondo, Giorgio scivolò giù dalla sdraio, finendo in ginocchio sull'erba soffice del giardino. La nudità di Alfio, lì davanti a lui, era imponente. La pancia pronunciata dell'uomo premeva quasi contro il viso di Giorgio, e il petto, coperto da quella pelliccia bianca e fitta, si alzava e abbassava con un respiro pesante, roco.
Giorgio guardò il cazzo di Alfio, poi guardò l'uomo. «Voglio assaggiarti,» sussurrò, la voce ridotta a un soffio roco.
Alfio non rispose con le parole. Afferrò Giorgio per i capelli corti, una presa ferma ma non dolorosa, e gli spinse la testa verso il basso. Giorgio aprì la bocca, lasciando che la punta del membro di Alfio sfiorasse le sue labbra. L'odore era intenso, muschiato, l'essenza stessa della mascolinità matura. Con un gemito soffocato, Giorgio accolse la cappella in bocca. Il calore fu immediato. Iniziò a succhiare con forza, usando la lingua per avvolgere il frenulo, mentre le sue mani accarezzavano le palle pesanti e pelose del giardiniere.
«Così, Giorgio... succhialo bene, tutto,» mormorò Alfio, con la voce che vibrava come un tuono basso nel petto.
Giorgio spinse più a fondo. Sentiva la gola allargarsi per ospitare quell'asta massiccia. Non aveva mai provato nulla di simile; il sapore del cazzo di un altro uomo era una rivelazione scioccante, un misto di sale, pelle e desiderio puro. Ogni volta che la sua bocca scorreva lungo il tronco venoso, sentiva Alfio sussultare, le dita dell'uomo che si conficcavano nel suo cuoio capelluto. Giorgio era perso. Il suo lato passivo, rimasto sepolto per quarantacinque anni sotto strati di rispettabilità borghese e doveri coniugali, stava esplodendo. Voleva essere saturato da quell'uomo, voleva che Alfio prendesse ogni centimetro del suo corpo.
Dopo diversi minuti di quel pompino vorace, Alfio lo tirò su con forza. «Vieni dentro,» disse semplicemente.
Si alzarono, due giganti nudi sotto il sole che cominciava a calare, proiettando ombre lunghe sul prato. Camminarono verso la villetta, incuranti di qualsiasi potenziale sguardo indiscreto. Entrarono nel fresco della casa e Giorgio guidò Alfio verso il bagno grande. Avevano bisogno di rinfrescarsi, ma la tensione non si era allentata di un millimetro. Giorgio aprì il getto della doccia e i due uomini entrarono insieme nel box di vetro.
Sotto l'acqua tiepida, i loro corpi si strofinarono l'uno contro l'altro. Il contrasto era visivo e tattile: i peli neri e folti di Giorgio si intrecciavano con la foresta bianca che ricopriva Alfio. Giorgio insaponò il petto del giardiniere, sentendo la consistenza dei peli bagnati sotto i palmi, poi passò alle braccia massicce. Alfio, dal canto suo, faceva lo stesso, le sue mani callose che graffiavano piacevolmente la pelle più morbida dell'avvocato.
Improvvisamente, Alfio fece girare Giorgio, spingendolo con la faccia contro le piastrelle fredde della doccia. «Piegati,» ordinò.
Giorgio obbedì istintivamente. Appoggiò le mani al muro, allargando le gambe e offrendo il culo al giardiniere. Sentì Alfio inginocchiarsi dietro di lui. L'acqua della doccia scorreva lungo la schiena di Giorgio, finendo proprio tra le sue chiappe. Poi, sentì qualcosa di caldo e umido toccare il suo buco. Alfio stava usando la lingua.
Un brivido elettrico scosse Giorgio dalla testa ai piedi. Il giardiniere non aveva inibizioni; leccava il buco del culo di Giorgio con una meticolosità brutale, infilando la punta della lingua nelle pieghe, assaporandolo come se fosse la prelibatezza più rara. Giorgio gemette, la fronte appoggiata alle piastrelle, mentre il piacere lo rendeva debole alle ginocchia. Sentiva il dito di Alfio, reso scivoloso dal sapone e dalla saliva, che iniziava a premere per entrare, massaggiando lo sfintere con una pressione costante.
«Sei pronto per me, Giorgio?» chiese Alfio, rialzandosi in piedi e posizionando la punta del suo cazzo contro l'entrata di Giorgio.
«Sì... ti prego, Alfio. Adesso,» implorò Giorgio, voltando leggermente la testa.
Uscirono dalla doccia, senza nemmeno asciugarsi, lasciando una scia di impronte bagnate sul pavimento fino alla camera da letto. Giorgio si gettò sul letto matrimoniale, quello che di solito condivideva con Chiara, e si mise a carponi, con il culo alto, invitante. Alfio salì sul letto con una pesantezza che fece scricchiolare la struttura. Si posizionò dietro di lui, afferrando i fianchi di Giorgio con le sue mani enormi.
L'ingresso fu una deflagrazione. Alfio spinse con decisione, senza esitazione. Il cazzo imponente del giardiniere forzò lo sfintere di Giorgio, allargandolo, riempiendolo fino a farlo sentire quasi sull'orlo di rompersi. Giorgio cacciò un urlo, un misto di dolore acuto e piacere sovrumano. Era una sensazione di pienezza totale, come se Alfio stesse arrivando fino alle sue viscere.
«Cazzo, come sei stretto...» ringhiò Alfio, iniziando a muoversi.
Il ritmo divenne subito violento. Alfio non era delicato; lo scopava con un vigore selvaggio, la sua pancia pelosa che sbatteva ritmicamente contro le natiche di Giorgio con un rumore sordo di carne contro carne. Ogni spinta era profonda, brutale. Giorgio sentiva il proprio cazzo, duro come il marmo, che si strofinava contro le lenzuola, ma tutta la sua attenzione era concentrata sul punto in cui Alfio lo stava possedendo. Sentiva la prostata sollecitata a ogni colpo, una scarica elettrica che gli annebbiava la vista.
«Prendilo tutto, avvocato! Guarda come ti apro!» gridava Alfio, ormai preda di una trance lussuriosa.
Giorgio non riusciva a parlare, emetteva solo suoni gutturali, mentre la sua identità si scioglieva nel sudore e nell'odore di quel sesso primordiale. Era diventato un puro ricettore di piacere. Si sentiva posseduto non solo fisicamente, ma nell'anima. Alfio lo stava marchiando, stava rivendicando un territorio che Giorgio non sapeva nemmeno di possedere.
Il giardiniere accelerò ancora. Sentiva che l'orgasmo era vicino. Afferrò Giorgio per le spalle, tirandolo verso di sé per penetrarlo ancora più a fondo, se possibile. «Sto per venirti dentro, Giorgio! Sto per sborrarti nel culo!»
«Sì! Sborrami dentro! Riempimi!» urlò Giorgio, spingendo il culo all’indietro per incontrare l'ultima, potentissima carica di Alfio.
Alfio emise un ruggito animale e si irrigidì. Giorgio sentì dei fiotti caldi, densi, esplodere profondamente dentro il suo retto. Era una siringata di vita che lo colpiva dall'interno, una sensazione di calore liquido che sembrava non finire mai. Alfio continuò a spingere per qualche secondo, svuotandosi completamente, poi crollò sopra la schiena di Giorgio, il respiro affannoso che gli solleticava l'orecchio.
Rimasero così per diversi minuti, uniti, mentre la sborra di Alfio iniziava lentamente a colare fuori dal culo di Giorgio, bagnando le lenzuola. Il silenzio della campagna forlivese tornò a farsi sentire, ma ora sembrava diverso, meno solitario. Alfio si sfilò lentamente, si sdraiò accanto a Giorgio e lo tirò a sé, abbracciandolo. Giorgio appoggiò la testa sul petto villoso dell'uomo, sentendo il battito del cuore di Alfio rallentare gradualmente. Quell'odore di tabacco e maschio ora era rassicurante, una coperta che lo avvolgeva. In quel calore, Giorgio chiuse gli occhi e si addormentò profondamente, come non gli capitava da anni.
Quando Giorgio si svegliò, la stanza era immersa nella penombra del crepuscolo. Allungò una mano, cercando il corpo massiccio di Alfio, ma trovò solo lenzuola fredde e umide. Il letto era vuoto. Si mise a sedere, sentendo un leggero indolenzimento al buco del culo, una testimonianza fisica di ciò che era accaduto.
«Alfio?» chiamò a bassa voce. Nessuna risposta.
Si alzò, si infilò un paio di pantaloni corti e fece il giro della casa. Non c'era traccia del giardiniere. Uscì in giardino, dove le cicale avevano smesso il loro frastuono pomeridiano, sostituite dal canto dei grilli. La piscina era immobile, una lastra di zaffiro scuro. Giorgio andò verso la zona del glicine, poi verso la rimessa degli attrezzi. Tutto era in ordine, le cesoie erano state riposte al loro posto, ma di Alfio non c'era ombra.
Nei giorni successivi, Giorgio visse in uno stato di attesa febbrile. Il lavoro era diventato un disturbo secondario. Passava ore seduto sulla sdraio, completamente nudo, sperando che quel corpo massiccio e peloso riapparisse tra le siepi. Si masturbava più volte al giorno, cercando di ricreare mentalmente la sensazione del cazzo di Alfio dentro di lui, ma la realtà era sempre più sbiadita.
Passò una settimana, poi due. Alfio non si faceva vedere. Giorgio iniziò a chiedere in giro, con discrezione. Andò al bar del paese vicino, descrivendo l'uomo ai vecchi che giocavano a carte. «Un giardiniere, sui sessanta, calvo, baffi brizzolati, occhiali, accento locale... si chiama Alfio.»
I vecchi si scambiarono sguardi confusi. «Alfio? Qui di giardinieri ce ne sono due o tre, ma nessuno si chiama Alfio e ha quella faccia lì. E poi, quella villa... è stata chiusa per anni prima che arrivassi tu. Il giardino è sempre stato curato, ma nessuno ha mai visto chi lo faceva.»
Giorgio tornò a casa turbato. La sua mente iniziò a vacillare tra il dubbio di aver avuto un’allucinazione erotica e la certezza del piacere che aveva provato. Ma i segni sul corpo, la sborra che aveva ripulito dalle lenzuola... era stato reale.
L'estate volse al termine. L'afa lasciò il posto alle prime piogge autunnali e l'aria divenne frizzante. La piscina fu coperta da un telone scuro e Giorgio iniziò a prepararsi per l'inverno. Un pomeriggio di ottobre, mentre stava riponendo gli ultimi arredi da giardino nella casetta degli attrezzi, notò qualcosa di strano. Una delle assi del pavimento, proprio sotto lo scaffale dove erano riposti i sacchi di concime, sembrava leggermente sollevata.
Con un brivido di curiosità, Giorgio spostò i sacchi e fece leva sull'asse con un cacciavite. Il legno cedette con un gemito secco, rivelando un piccolo vano scavato nella terra. Al suo interno c'era una scatola di metallo, arrugginita dal tempo.
Giorgio la tirò fuori e la aprì con le mani tremanti.
Dentro non c'erano tesori, ma ricordi. C'erano delle fotografie ingiallite dal tempo, dagherrotipi protetti da vetri incrinati. Giorgio le osservò sotto la luce debole della lampadina della rimessa. In una di esse si vedeva la stessa villetta in cui lui ora abitava, ma la vegetazione era diversa, più ordinata secondo stili antichi. Davanti alla porta c'era una coppia. L'uomo indossava abiti del diciannovesimo secolo: una giacca scura pesante, una camicia dal collo alto. Era lui. Calvo, con i baffi folti, lo sguardo acuto dietro gli occhiali. Era Alfio, identico, ma ritratto in un'epoca lontana. Accanto a lui, una donna minuta, con i capelli raccolti e un abito lungo e castigato. Sul retro della foto, una grafia elegante recitava: “Alfio e Mirella, 1884”.
Giorgio sentì il sangue gelarsi nelle vene. Continuò a scavare nella scatola e trovò una lettera, scritta su carta spessa, ormai fragile. Cominciò a leggere, con il respiro che si faceva corto.
"Mia cara Mirella, mia unica e devota compagna," iniziava la lettera. "Mentre scrivo queste righe, sento il peso di un segreto che ha gravato sul mio cuore per tutta la nostra vita insieme. Ti ho amata con tutto ciò che ero in grado di dare, e non ti ho mai tradita, né nel corpo né nello spirito, nonostante il tormento che mi porto dentro. Fin dalla giovinezza, ho sentito un richiamo che non osavo confessare, un desiderio per la forza e la carne degli uomini che la nostra legge e la nostra fede condannano come peccato mortale."
Giorgio dovette fermarsi per riprendere fiato. Le parole sulla carta sembravano vibrare della stessa energia che aveva sentito nel corpo di Alfio.
"Ho visto giovani uomini lavorare nei campi, ho sentito il mio sangue bollire per desideri che avrebbero distrutto il nostro onore. Ma per amore tuo, Mirella, ho soffocato tutto. Sono rimasto l'uomo solido e retto che tu conoscevi. Eppure so, in una parte oscura della mia anima, che non potrò mai lasciare davvero questa terra finché non avrò provato, almeno una volta, cosa significhi lasciarsi andare a quella natura nascosta. Mi sento legato a questo giardino, a queste mura, in attesa di un momento che forse non arriverà mai. Perdonami per questo segreto, ma sappi che finché vivrai, e finché io vivrò, sarò solo tuo."
La lettera non parlava di Giorgio. Era un grido di dolore dal passato, la confessione di un uomo che aveva vissuto una vita di repressione per amore e dovere.
Giorgio lasciò cadere la lettera, le lacrime che gli rigavano il volto. Improvvisamente, tutto fu chiaro. Alfio non era un giardiniere qualunque. Era il fantasma, o l'eco residua, di un uomo che era rimasto intrappolato per due secoli in quel limbo tra la terra e l'oltre, incatenato da un desiderio che non aveva mai osato soddisfare in vita per rispetto verso la moglie. Aveva atteso che qualcuno arrivasse, qualcuno che vivesse la casa con quella stessa libertà, qualcuno che lo trovasse nudo, qualcuno che non avesse paura di guardare il sesso di un altro uomo senza pregiudizio.
Giorgio era stato quel qualcuno. La sua nudità, la sua apertura mentale, il suo "lasciarsi andare" avevano offerto ad Alfio la chiave per spezzare le sue catene. Quell'incontro carnale, brutale e liberatorio non era stato solo sesso; era stato un esorcismo. Alfio aveva vissuto, attraverso Giorgio, l'esperienza che gli mancava per poter finalmente riunirsi alla sua Mirella nell'eternità.
Giorgio uscì dalla rimessa, guardando il giardino ora spoglio e grigio sotto la pioggia autunnale. Sapeva che non avrebbe mai più rivisto Alfio. Il giardiniere se n'era andato, finalmente libero, lasciando dietro di sé un avvocato bolognese che non sarebbe mai più stato lo stesso uomo di prima. Giorgio si guardò le mani, poi guardò la casa. Si sentì pervaso da una malinconia profonda, ma anche da un senso di pace. Aveva aiutato un'anima a trovare la pace, e nel farlo, aveva scoperto la propria verità.
Rientrò in casa, chiudendo la porta sul giardino silenzioso. New York e Chiara lo aspettavano, ma una parte di lui sarebbe rimasta per sempre lì, tra i peli bianchi e neri intrecciati sotto il sole della Romagna.

(Il presente racconto, essendo di carattere erotico, ha il solo scopo di eccitare i nostri istinti animali ma non per questo va preso alla lettera. Le stesse cose si possono fare con le dovute precauzioni. Non fate mai sesso senza preservativo: non rovinatevi la vita ma non mancate di godervela il più possibile. Buona sega a tutti).

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