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Gay & Bisex

DENTRO LA MINIERA


di Foro_Romano
06.06.2026    |    4    |    0 6.0
"Il rumore dei soccorsi era ormai un tuono costante, la roccia vibrava violentemente sotto di noi, facendo cadere piccoli frammenti di scisto dal soffitto..."
DENTRO LA MINIERA

Ricordo ancora l’odore acre della polvere di roccia che mi si infilava nei polmoni, un sapore metallico che non ti abbandonava mai, nemmeno quando cercavi di lavarlo via con il sapone fenicato. La miniera era un mostro che ci inghiottiva ogni mattina alle sei e ci sputava fuori dieci ore dopo, svuotati, con le ossa che stridevano ad ogni passo. Ero giovane, avevo ventidue anni e i capelli rossi che mio padre diceva fossero un segno del diavolo, ma lì sotto, tra le tenebre e il sudore, ero solo Martino, il ragazzo che cercava di farsi valere tra giganti di muscoli, rughe e pelo.
A fine turno, il momento della doccia era un rito sacro. Eravamo una ventina, stipati in un locale di cemento umido dove il vapore creava una nebbia densa che rendeva tutto soffuso, quasi onirico. Ci spogliavamo senza cerimonie, lasciando cadere le tute imbrattate di grasso e fango. Era una parata di mascolinità primitiva, un’esposizione di carne martoriata dal lavoro ma orgogliosa della propria potenza. Vedevo spalle larghe come ante di armadi, schiene solcate dalle cicatrici dei carichi, braccia venose che sembravano rami di quercia, e tanto pelo.
Emilio era sempre lì, accanto a me. Era un uomo di cinquantasei anni che sembrava scolpito nel granito. Il suo fisico massiccio incuteva un rispetto quasi reverenziale; aveva una barba folta e brizzolata che gli copriva gran parte del viso burbero, e la testa rasata che brillava sotto le luci al neon. Ma era il suo corpo ad ipnotizzarmi: Emilio era interamente ricoperto da uno strato di pelo scuro, denso, che gli partiva dalle spalle e scendeva lungo il petto possente, addensandosi sull'addome fino a formare una nuvola di pelo nero, intricata e selvaggia, che incorniciava il suo cazzo. Quando si lavava, l’acqua scivolava su quella pelliccia d’uomo rendendola lucida. Spesso mi aiutava ad insaponarmi le spalle, le sue mani callose e grandi passavano sulla mia pelle liscia con una delicatezza che contrastava con il suo aspetto da orso. Io ero il suo opposto: asciutto, scattante, ma completamente privo di peli. Il mio petto era nudo, le mie gambe lisce, e persino attorno al mio buco del culo non c’era traccia di peluria. Solo vicino al mio cazzo, di dimensioni medie ma sempre pronto a reagire al freddo dell’acqua, c’era un accenno di rosso.
Mi sentivo protetto da lui. Mi trattava con un riguardo che non riservava a nessun altro, una sorta di benevolenza silenziosa che accettavo con gratitudine. Gli altri scherzavano, si davano pacche sulle natiche sode, facevano battute volgari sulla grandezza dei propri arnesi o sulle donne che li aspettavano a casa. Emilio, invece, parlava poco. Sapevo che aveva una moglie, Francesca, giù in Puglia, ma non ne parlava quasi mai se non per dire che era stata una sua scelta venire fin lassù a spaccarsi la schiena.
Dopo la cena consumata in una mensa rumorosa, dove il vino scadente serviva solo ad intorpidire i sensi, crollavamo nei letti. La mattina seguente, il risveglio era un trauma di muscoli freddi. Qualcuno, come sempre, si svegliava con un’erezione prepotente che premeva contro le lenzuola. Ricordo un collega, un tipo massiccio di nome Sergio, che uscì dalle coperte con il cazzo duro che gli scappava fuori dalle mutande di cotone grigio; gli altri scoppiarono a ridere, bersagliandolo di battute oscene mentre lui cercava di nascondere quella verga nervosa che puntava il soffitto.
Poi, la discesa. L’elevatore cigolava, ammassandoci l’uno contro l’altro. Sentivo il calore di Emilio dietro di me, il suo respiro pesante sopra la mia testa. Arrivati al livello più profondo, il caldo diventava soffocante. Emilio si tolse quasi subito la canottiera, rivelando il suo petto bagnato di sudore, i peli intrisi di umidità che brillavano alla luce delle torce sui caschetti. Stavamo lavorando su una nuova vena di minerale, io ed Emilio eravamo in testa al gruppo, i primi a colpire la roccia con i picconi idraulici.
Fu allora che accadde. Non ci fu un preavviso, solo un boato sordo, un tremore che partì dalle viscere della terra. In un istante, il soffitto davanti a noi cedette. Polvere, sassi, il buio improvviso interrotto solo dal ronzio delle nostre lampade. Quando il silenzio tornò, eravamo soli. Una barriera invalicabile di detriti ci separava dal resto della squadra. Per fortuna, avevamo con noi le scorte di cibo e acqua destinate a tutto il gruppo per il turno di dodici ore.
«Stai calmo, Martino. Non sprecare ossigeno» disse Emilio con voce profonda. Era buio, ma la sua mano si posò sulla mia spalla, solida come una roccia.
Passarono le ore. Il freddo della miniera, quello che penetra nelle ossa quando il corpo smette di muoversi, iniziò a morderci. Avevamo provato a scavare, ma era inutile, rischiavamo solo nuovi crolli. Ci eravamo seduti contro una parete, avvolti nel silenzio. Sentivo i brividi scuotermi violentemente. I miei vestiti, bagnati dal sudore del lavoro precedente, erano diventati una trappola gelida.
«Martino, stai tremando come una foglia» osservò lui. La sua torcia illuminò il mio viso pallido, i miei occhi celesti sgranati dal terrore e dal freddo.
«Ho freddo, Emilio. Tanto freddo...» mormorai, i denti che battevano ritmicamente.
Lui mi guardò con serietà. Era un uomo pratico, sicuro della sua natura, un marito fedele che non aveva mai dubitato della propria eterosessualità. «Ascoltami bene. Ho visto questa cosa in un vecchio documentario. Se continui così andrai in ipotermia e il cuore non reggerà. Dobbiamo spogliarci. Entrambi. Il calore dei nostri corpi è l'unica cosa che può salvarci finché non arrivano i soccorsi»
Non esitai. La fiducia che provavo per lui superava ogni imbarazzo. Con dita tremanti mi sfilai la maglia e i pantaloni, restando nudo sul pavimento polveroso. Emilio fece lo stesso. Vedere quel gigante spogliarsi nel chiarore fioco della lampada fu un’esperienza che mi tolse il fiato. Le sue gambe erano pilastri ricoperti di pelo, le sue natiche ampie e potenti. Quando si liberò delle mutande, il suo cazzo, seppur a riposo, apparve come una massa di carne scura e pesante, circondata da quella boscaglia nera che profumava d'uomo e di fatica.
«Vieni qui» comandò dolcemente.
Mi accostai a lui e mi avvolsi nelle sue braccia. La differenza tra i nostri corpi era estrema: la mia pelle liscia, vellutata, contro la sua superficie ruvida e pelosa. Il contatto con il suo petto fu uno shock termico benefico. I suoi peli mi solleticavano il torace e l’addome, il suo calore mi invadeva come un’onda. Mi strinse forte, le sue braccia massicce mi circondarono la schiena, e per un istante dimenticai di essere sepolto vivo a centinaia di metri sotto terra.
Eravamo pelle contro pelle. Il mio viso era affondato nell'incavo del suo collo, respiravo il suo odore. Sentivo il suo cuore battere calmo, regolare, mentre il mio correva all'impazzata. In quella nudità forzata, i confini della protezione iniziarono a sfumare. Le mie mani, quasi senza che io lo volessi, cercavano le zone di maggior calore. Le feci scivolare lungo i suoi fianchi possenti, fino ad arrivare alla giuntura delle sue cosce, lì dove il calore era più intenso.
Accadde in un istante. Forse fu lo stress, forse furono i tre mesi di astinenza da sua moglie, o forse fu semplicemente la reazione primordiale di un corpo che, in punto di morte, cerca la vita. Sentii qualcosa muoversi tra noi. Il cazzo di Emilio, che fino a un attimo prima era inerme, iniziò a gonfiarsi, ad indurirsi contro la mia coscia. Era una verga enorme, calda, pulsante. Emilio ebbe un sussulto, un respiro strozzato, ma non si allontanò.
Io non ebbi paura. Anzi, sentii un bisogno disperato di quel contatto. Mi staccai leggermente dal suo petto per guardarlo negli occhi. Lui sembrava pietrificato, sorpreso dalla reazione del proprio corpo, ma non mi respinse. Mi inginocchiai tra le sue gambe divaricate. La luce della torcia appoggiata a terra illuminava dal basso il suo sesso, che ora svettava orgoglioso in mezzo a quel nido di peli neri. Era un cazzo magnifico, scuro, con la cappella gonfia e lucida di un umore prepotente che già iniziava a trasudare.
Senza dire una parola, aprii la bocca e lo avvolsi.
Il sapore di Emilio era forte, sapeva di sale e di uomo vero. Sentii un gemito profondo uscire dalla sua gola, un suono che non avevo mai sentito, quasi un ruggito trattenuto. Iniziai a muovere la testa avanti e indietro, con avidità, facendo scivolare la lingua lungo la venatura che percorreva tutta la lunghezza di quel tronco di carne. Le mie mani afferrarono le sue cosce, tirandolo a me, mentre i suoi peli mi solleticavano le guance. Emilio portò le mani alla mia testa, le sue dita si intrecciarono nei miei capelli rossi, ma non per staccarmi, bensì per spingermi più a fondo.
«Cristo, Martino... cosa stai facendo...» mormorò con voce roca, ma il suo bacino iniziò a spingere con un ritmo selvaggio.
Il suo cazzo mi riempiva completamente la bocca, arrivando a toccarmi la gola. Potevo sentire le sue palle pesanti e pelose che sbattevano contro il mio mento ad ogni affondo. Era un atto di sottomissione e di salvezza allo stesso tempo. Continuai a spompinarlo con violenza, usando la mano per stimolare la base mentre la bocca succhiava la punta con schiocchi umidi e volgari. Il calore tra noi era diventato un incendio.
Emilio inarcò la schiena, i muscoli del suo petto si tesero fino a sembrare che stessero per esplodere. «No… Smettila… No…Sto per venire... sto per venire, ragazzo!» urlò nel buio della grotta.
Non mi fermai. Volevo tutto. Sentii il suo sesso sussultare nella mia bocca. Un primo getto potente mi colpì il palato, poi un altro e un altro ancora. La sua sborra era densa, abbondante, amara e calda come piombo fuso. Inghiottai ogni singola goccia, continuando a mungere la sua verga con le labbra finché non sentii l’ultimo spasmo.
Emilio ricadde all'indietro contro la parete, il respiro rotto dal recente orgasmo che cercava di trattenere. Io rimasi lì, con il sapore di lui ancora sulle labbra, guardando quel gigante che sembrava improvvisamente vulnerabile. Non disse nulla. Mi attirò di nuovo a sé, mi coprì con le sue braccia e, in quel silenzio carico di sesso e cenere, ci addormentammo abbracciati, mentre fuori, da qualche parte, il mondo cercava un modo per tirarci fuori da lì.
Il risveglio non ebbe nulla della dolcezza che si potrebbe immaginare dopo un atto di tale intimità. Fu il freddo a riprendersi i suoi spazi, un freddo che sembrava colare dalle pareti di roccia come umidità velenosa. Aprii gli occhi nel buio, interrotto solo dal chiarore fioco di una delle torce che avevamo lasciato accesa al minimo per risparmiare le batterie. Sentivo il peso di Emilio sopra di me, il calore del suo petto villoso che ancora premeva contro la mia pelle liscia, ma l’atmosfera era cambiata. Non c’era più quella tensione spasmodica della notte precedente; al suo posto, un silenzio denso, gravido di cose non dette e di un imbarazzo che potevo percepire in ogni suo muscolo contratto.
Lui si mosse per primo. Sentii il fruscio dei suoi peli contro le mie braccia mentre si scostava, quasi con fretta. Si mise seduto, la schiena appoggiata alla roccia irregolare, le ginocchia larghe e quel sesso, che poche ore prima avevo divorato con una fame cieca, ora riposava inerte tra la boscaglia scura delle sue cosce. Non mi guardava. Fissava il vuoto davanti a sé, dove la polvere danzava nel raggio di luce della lampada.
«Non doveva succedere, Martino» disse infine. La sua voce era più roca del solito, una vibrazione bassa che sembrava venire dalle profondità della terra. «Quello che hai fatto... quello che abbiamo fatto... non deve ripetersi mai più».
Cercai di mettermi a sedere a mia volta, sentendo la pelle tirare per via della polvere e dei residui dei nostri umori che si erano seccati addosso. «Emilio, io volevo solo... non so che mi è preso… stavamo morendo di freddo...».
«No!» mi interruppe lui, e stavolta i suoi occhi brizzolati incontrarono i miei, carichi di una furia che mascherava a stento il dolore. «Non usare il freddo come scusa. Tu non devi scambiare l’affetto che provo per te con... con questa porcheria. Io sono un uomo sposato. Io amo mia moglie. Io non sono un finocchio, Martino. Quello che è successo è stato un momento di debolezza, una follia causata forse dalla paura di non uscire più da qui».
Rimasi in silenzio, ferito dalle sue parole ma incapace di distogliere lo sguardo. Vederlo così, nudo e vulnerabile nonostante la sua stazza da gigante, mi stringeva il cuore. C’era qualcosa di più profondo del semplice senso di colpa per aver tradito la moglie o la propria natura.
«Io ti ho protetto perché mi ricordavi lui» continuò Emilio, e la sua voce si spezzò leggermente. Fu la prima volta che lo vidi vacillare. «Quindici anni fa. Aveva quasi la tua età. Mio figlio».
Il fiato mi rimase in gola. Non sapevo che avesse avuto un figlio. Nessuno in miniera lo sapeva. Si coprì il volto con le mani enormi, le dita callose che premevano contro le tempie.
«Faceva il fattorino, giù in città. Correva tutto il giorno su quella maledetta bicicletta elettrica per consegnare cibo a gente che non lo guardava nemmeno in faccia. Un incidente. Una macchina che non ha rispettato la precedenza, un volo sull'asfalto bollente e lui… non c’era più. È per questo che sono venuto qui, Martino. Per non dover guardare ogni giorno quella strada, per scappare dai ricordi. Quando ti ho visto, con quei tuoi capelli rossi e quegli occhi che sembrano sempre cercare qualcosa, ho pensato che Dio mi stesse dando una seconda possibilità. Volevo essere il padre che non sono riuscito ad essere»
Le sue lacrime iniziarono a bagnare la barba brizzolata, scivolando lungo i peli del petto. Era un pianto silenzioso, devastante, che scuoteva quel corpo di granito come un terremoto. Ma invece di commuovermi, sentii una rabbia improvvisa montarmi dentro. Mi alzai in piedi, incurante della mia nudità, della mia pelle pallida che brillava come marmo in quel buio infame.
«Ma io non sono tuo figlio, Emilio!» urlai, e la mia voce rimbombò contro la barriera di detriti. «Guardami! Io non sono un fantasma del tuo passato! Tuo figlio è morto quindici anni fa e non tornerà, non importa quanto cercherai di proteggermi o quanto ti spaccherai la schiena in questa miniera di merda. Io sono Martino, sono un ragazzo che ti desidera, e sono qui con te ora. Non puoi usarmi come un altare su cui piangere i tuoi morti!».
Emilio scattò in piedi con una velocità che non gli avrei accreditato. Il suo volto era trasfigurato dalla rabbia. Prima che potessi reagire, la sua mano enorme si abbatté sulla mia guancia. Un ceffone violentissimo, che mi fece girare la testa e mi spedì a terra, con il sapore metallico del sangue in bocca.
Il silenzio che seguì fu assoluto. Emilio rimase immobile, con il respiro affannato, guardando la sua mano come se appartenesse a un estraneo. Poi, con un gemito strozzato, si lasciò cadere sulle ginocchia accanto a me e mi attirò a sé in un abbraccio disperato.
«Perdonami... perdonami, ragazzo mio...» singhiozzava, premendo la sua faccia contro la mia spalla. «Non volevo, giuro che non volevo».
Sentivo il suo calore, il suo petto villoso che sussultava contro di me. In quel momento, l’odore del suo sudore, della polvere e delle sue lacrime si mescolò in un profumo inebriante. Nonostante il dolore alla guancia, sentii un desiderio prepotente incendiarmi il sangue. Mi staccai leggermente da lui, gli afferrai il viso con le mani e, senza lasciargli il tempo di pensare, lo baciai sulla bocca.
Fu un bacio violento, d'impatto. Le nostre lingue si incontrarono, intrecciandosi con una foga che sapeva di disperazione. Emilio inizialmente sembrò voler resistere, ma quai subito emise un gemito profondo e ricambiò il bacio con una passione che non aveva nulla di paterno. Sentivo la sua barba pungermi la pelle, il sapore salato delle sue lacrime che passava dalla sua bocca alla mia.
Le mie mani scesero lungo il suo collo possente, accarezzando la muscolatura delle spalle, fino a scivolare di nuovo verso il basso. Il suo cazzo era già duro, una verga d'acciaio che puntava verso il mio ventre. Mi staccai dalle sue labbra, scendendo di nuovo tra le sue gambe. Volevo che sentisse quanto lo desideravo, quanto la mia carne fosse viva rispetto ai suoi ricordi di morte.
Lo presi in bocca di nuovo, ma stavolta in modo diverso. Usai i denti con delicatezza, facendolo sussultare, succhiando la cappella con schiocchi umidi che riecheggiavano nella grotta. Le mie mani non smettevano di tormentare le sue palle pesanti, ricolme di sperma accumulato in mesi di solitudine. Emilio inarcò la schiena, le mani che cercavano un appiglio sulla roccia mentre la sua testa rasata ciondolava all'indietro.
Dopo qualche minuto di quella tortura deliziosa, mi fermai. Mi alzai, guardandolo dritto negli occhi. Lui era inebetito, il desiderio che lottava con l'ultimo barlume di ragione. Mi sputai abbondantemente sulla mano, bagnando il mio palmo di saliva, poi feci lo stesso sul suo sesso lucido di umore. Mi girai, offrendogli la schiena, e mi chinai in avanti appoggiando le mani a terra, allargando le natiche con le dita.
«Sai cosa voglio adesso, Emilio» mormorai con voce ferma. «Smetti di essere un padre. Sii l'animale che sei sempre stato»
Sentii il suo respiro farsi pesante dietro di me. Emilio si avvicinò. Le sue mani grandi afferrarono i miei fianchi, le dita callose che affondavano nella mia carne tenera lasciando quasi il segno. Sentii la sua lingua, calda e ruvida, posarsi sul mio buco del culo. Era un contatto elettrico. Mi leccò con una cura meticolosa, quasi ossessiva, esplorando ogni piega della mia pelle liscia.
«Sembra... sembra quello di una donna...» sussurrò lui, una constatazione che sembrava servire a giustificare a se stesso quello che stava per fare.
Poi, senza preavviso, sentii la punta della sua verga premere contro l’entrata. Emilio non fu delicato. Lasciò che la natura prevalesse. Spinse con tutta la forza della sua massa muscolare, squarciando la mia resistenza. Un urlo mi morì in gola mentre sentivo la sua carne enorme farsi strada dentro di me, centimetro dopo centimetro, stirando il mio sfintere fino al limite della sopportazione. Era un dolore che si trasformava istantaneamente in un piacere atroce, una pienezza che non avevo mai provato.
Iniziò a colpirmi con colpi secchi, violenti. Ogni affondo era una scossa che mi faceva sussultare fin nelle ossa. Sentivo i suoi peli delle cosce che sbattevano contro le mie natiche ad ogni spinta, un ritmo primordiale che annullava ogni pensiero. Emilio ruggiva dietro di me, le sue mani si spostarono dai miei fianchi alle mie spalle, tirandomi verso di sé mentre continuava a possedermi con una ferocia cieca.
«Sì, Emilio... così... prendimi tutto… sfasciami il culo!» incitai, la voce interrotta dai sussulti del mio corpo.
Eravamo due bestie nel buio. Non c’era più spazio per Francesca, per il figlio morto o per la morale della Puglia. C’era solo la miniera, il calore dei nostri corpi e quella penetrazione brutale che sembrava voler unire le nostre anime attraverso la carne martoriata. Emilio non si tratteneva più. Mi inculò con una forza che mi faceva sbattere la testa contro il terreno polveroso, ma non mi importava. Volevo essere rimpito, volevo che lui scaricasse tutto il suo dolore e la sua frustrazione dentro di me.
Lo sentii irrigidirsi all'improvviso. Le sue mani mi artigliarono la pelle, un ringhio animale gli uscì dal petto. «Sto venendo... Cazzo, sto venendo dentro di te! Sei mio… mioooo»
Con un ultimo, potentissimo affondo, rimase incastrato dentro di me. Sentii i suoi coglioni contrarsi e poi l’ondata. Calda, densa, infinita. Sentivo ogni getto di sborra che mi riempiva l’intestino, un calore che si irradiava dal mio centro a tutto il corpo. Emilio continuò a spingere finché l’ennesimo ultimo spasmo non lo lasciò esausto, crollando sopra la mia schiena, ansimando come se avesse appena scalato una montagna.
Rimanemmo così per un tempo indefinito, uniti nel buio e nel silenzio ritrovato. Potevo sentire il suo seme che cercava di scivolare fuori dal mio buco, ma lui non si muoveva, quasi volesse suggellare quel momento impedendogli di colare fuori. In lontananza, un suono sordo e ritmico iniziò a vibrare attraverso la roccia. Non era un crollo. Era il suono di una trivella. I soccorsi avevano iniziato a scavare.
Passò un altro giorno. Il tempo sotto terra perdeva di significato, diventando una sequenza di momenti scanditi solo dal ritmo della fame e dalla durata delle batterie delle nostre torce. Avevamo consumato gran parte del cibo e dell'acqua, centellinando ogni sorso come se fosse oro liquido. Le squadre di soccorso erano vicine, potevamo sentire il rumore dei macchinari che si faceva sempre più distinto, ma la roccia tra noi e la libertà era ancora spessa, la libertà ancora lontana.
La luce della nostra ultima torcia iniziò a sfarfallare. Il fascio bianco, che prima tagliava il buio con arroganza, ora era diventato giallastro, morente.
«Spegni, Martino. Risparmiamo quel poco che resta» disse Emilio. Era seduto vicino a me, ci eravamo rivestiti in parte, ma la tensione tra noi non era svanita. Anzi, si era trasformata in una complicità torbida, un segreto condiviso che ci legava più di quanto qualsiasi conversazione avrebbe mai potuto fare.
Premetti l’interruttore. Il buio ci avvolse completamente, una tenebra così assoluta da essere quasi solida. Senza la vista, gli altri sensi si amplificarono. Sentivo il respiro pesante di Emilio a pochi centimetri da me, l’odore di sesso e polvere che ancora ci ammorbava i vestiti, il rumore lontano della trivella che sembrava il battito cardiaco della montagna stessa.
In quel nulla visivo, mi mossi. Cercai il suo corpo nell'oscurità. Le mie mani incontrarono il tessuto ruvido dei suoi pantaloni, poi risalirono fino a trovare la pelle nuda delle sue braccia muscolose. Emilio non disse nulla, ma sentii i suoi muscoli tendersi al mio tocco.
«Ho fame, Emilio» sussurrai, ma non mi riferivo alle gallette o all'acqua tiepida.
Lo cercai con la bocca, trovando il suo collo. Iniziai a baciarlo, sentendo il calore che emanava ancora dopo l’ultimo rapporto. Lui mi afferrò per i capelli, non con dolcezza, ma con una determinazione che mi fece venire i brividi. Mi tirò verso di sé, facendomi scontrare con il suo petto massiccio.
«Non ne hai mai abbastanza, vero?». La sua voce era un sussurro sporco nell'oscurità.
«Mai di te» risposi.
Mi sentii sollevare come se non pesassi nulla. Emilio mi fece sedere sopra le sue cosce, a cavalcioni, mentre lui restava appoggiato alla parete. Sapeva già dove trovarmi. Le sue mani scesero a slacciarmi i pantaloni, tirandoli giù insieme alle mutande con un gesto impaziente. Fece lo stesso con i suoi, liberando la sua verga che, nonostante la stanchezza e la fame, era di nuovo pronta, eccitata dal buio e dalla vicinanza del mio corpo liscio.
Senza vedere nulla, dovetti affidarmi solo al tatto. Sentii il suo cazzo puntare verso l’alto, caldo e pulsante come un cuore esterno. Mi sollevai leggermente sulle ginocchia, guidando la sua punta verso la mia apertura ancora indolenzita ma sempre desiderosa. Mi calai su di lui lentamente.
Fu un’esperienza quasi mistica. Non vedendo nulla, ogni centimetro di pelle che veniva invaso dalla sua carne sembrava una scossa elettrica. Finì di riempirmi completamente, la sua base che sbatteva contro le mie palle. Iniziai a muovermi sopra di lui, un movimento sussultorio, cercando il suo ritmo. Emilio mi teneva per i glutei, guidando la mia danza con una dominanza silenziosa.
Il buio rendeva tutto più crudo. Non c’erano volti, non c’erano sguardi carichi di colpa, c’era solo la sensazione del suo sesso enorme che mi rivoltava le viscere. Il rumore dei nostri corpi che si scontravano era l’unico suono oltre ai nostri ansimi. Emilio mi mordeva le spalle, le sue labbra che cercavano la mia carne mentre le sue dita affondavano nei miei muscoli.
Era sesso violento, animalesco, feroce, spogliato di ogni pretesa di civiltà. Eravamo due sopravvissuti che si aggrappavano l’uno all'altro nell'unico modo che conoscevano, cercando un piacere che ci facesse sentire ancora vivi mentre la terra cercava di schiacciarci. Emilio spingeva verso l’alto con il bacino, incontrando ogni mia discesa con una forza che mi toglieva il respiro.
«Così... ragazzo... muoviti per me... muoviti… fammi godere» grugniva, la sua voce che vibrava nel mio petto.
Accelerai il ritmo, incurante del dolore, dei tagli sulle ginocchia dovuti alla roccia o della stanchezza che minacciava di farmi svenire. Volevo sentire ogni nervo, ogni muscolo di quel gigante sotto di me. Sentivo il suo cazzo gonfiarsi ancora di più dentro di me, diventando quasi intollerabile. Emilio mi strinse a sé, le sue braccia d’acciaio che mi circondavano il torace quasi a volerlo spezzare.
«Tieniti forte... Prendi… Prendila, prendila tutta, piccola troia» urlò nel buio.
Sentii il suo bacino dare tre, quattro spinte finali, cariche di una potenza devastante. Poi, di nuovo, fui invaso dal calore liquido dello sperma che mi inondava. Urlai anch'io, un grido di liberazione che si perse nei cunicoli della miniera. Rimanemmo abbracciati nel buio pesto, i nostri cuori che battevano all'unisono, mentre sentivamo continuare a cadere frammenti di roccia della montagna che ci teneva prigionieri.
Il tempo dei segreti stava per finire, ma quello che avevamo inciso nella carne in quei giorni di oscurità non sarebbe mai stato cancellato dalla luce del sole.
Il tempo, là sotto, smise di scorrere secondo le leggi del sole. Non c’erano più ore, solo battiti cardiaci e il ronzio sempre più vicino della trivella che masticava la montagna. Passarono altri due giorni. Due giorni in cui la fame era diventata un crampo sordo allo stomaco e la sete un fuoco che ci bruciava la gola, ma nulla era paragonabile alla voglia di carne che ci possedeva. In quel limbo di polvere e tenebra, io ed Emilio avevamo smesso di essere il ragazzo e il veterano. Eravamo diventati due entità biologiche che lottavano contro l’annullamento nell'unico modo che conoscevamo: scontrandoci, scopando, cercandoci nel buio più assoluto dopo che anche l'ultima torcia ci aveva abbandonati.
Le parole si erano fatte rade, sussurrate. Emilio mi parlava della Puglia, del profumo del mare a Polignano, dell’odore della salsa di pomodoro che bolliva per ore nelle domeniche d’agosto. Mi raccontava di quanto fosse dura la terra, ma di quanto fosse sincera rispetto al ventre metallico di questa miniera che ci teneva prigionieri. Non nominava più suo figlio. Era come se quel dolore fosse stato sublimato nei colpi che mi infliggeva, nella forza con cui mi possedeva. Io lo ascoltavo, sentendo il calore del suo petto contro la mia schiena, e capivo che stavamo celebrando un funerale e una rinascita allo stesso tempo.
L’ultimo rapporto lo avemmo poche ore prima della salvezza. Il rumore dei soccorsi era ormai un tuono costante, la roccia vibrava violentemente sotto di noi, facendo cadere piccoli frammenti di scisto dal soffitto. Sapevamo che la fine del nostro isolamento era vicina.
«Martino», sussurrò lui. La sua mano, resa ruvida dal lavoro e dalla sporcizia accumulata, mi cercò il viso nel buio. «Vieni qui. Un'ultima volta. Prima che tornino a dirci chi dobbiamo essere»
Non servirono altre parole. Mi girai verso di lui, guidato solo dal tatto e dal suo respiro pesante. Le mie mani scesero lungo il suo addome, facendosi strada tra quella boscaglia di peli che ormai conoscevo a memoria, sentendo la pelle umida e calda. Il suo cazzo era già una rigida verga di ferro, pronto a scattare. Mi abbassai, cercando la sua punta con le labbra secche, leccando la cappella lucida di umore con una devozione quasi religiosa. Lo sentii gemere, un suono profondo che si mescolava al frastuono delle macchine.
«No, ragazzo. Non così. Girati», comandò Emilio. La sua voce non ammetteva repliche. Era tornato l’uomo di granito, il maschio dominante che aveva bisogno di scaricare tutta l’adrenalina e la paura accumulate in quel buco.
Mi misi carponi, appoggiando la fronte contro la parete fredda della grotta. Sentii le sue mani enormi afferrarmi le natiche, allargarle con una forza brutale. Non c’era più traccia di quella timidezza iniziale. Emilio si sputò sulla mano, poi passò il palmo bagnato sul mio buco e sul suo sesso, preparandosi all'assalto. Entrò con una spinta secca, violenta, che mi fece inarcare la schiena e cacciare un grido soffocato. Mi aveva spaccato in due. La sua mole mi schiacciava, i peli del suo petto sfregavano contro la mia schiena liscia come carta vetrata, creando un attrito che incendiava ogni nervo.
Iniziò a colpirmi con un ritmo ossessivo, in sincrono con le vibrazioni della trivella. Ogni affondo era un tentativo di scavare dentro di me, di arrivare al nocciolo della mia esistenza. Mi teneva per i fianchi, le sue dita affondavano nella carne tenera mentre il suo cazzo mi rivoltava le viscere. Sentivo il calore dei suoi coglioni che sbattevano ritmicamente contro le mie cosce, un rumore di carne contro carne che in quel silenzio artificiale suonava come una condanna.
«Sì, Emilio... prendimi tutto... rompimi, sfondami tutto!» urlavo, incurante di chi potesse sentirci al di là della barriera.
Lui non rispondeva, emetteva solo ringhi gutturali. Mi spinse la faccia contro la polvere mentre continuava a fottermi con una ferocia animalesca, conscio che quella sarebbe stata l’ultima volta. In quel momento, eravamo soli nel centro della terra, due corpi che si consumavano per non essere consumati dalla montagna. Lo sentii irrigidirsi, le sue mani si spostarono sul mio collo, stringendolo leggermente mentre la sua verga pulsava dentro di me con una violenza inaudita.
«Cazzo... Martino... Vengo, vengooo!» urlò, e sentii l’ondata. Fu una scarica di sborra calda, abbondante, che sembrò non finire mai. Mi sentivo pieno, marchiato dal suo seme che andava a depositarsi nelle mie profondità. Emilio rimase lì, premuto contro di me, ansimando pesantemente finché l’ultimo spasmo non lo abbandonò.
Fu allora che accadde. Un boato diverso dagli altri, un lampo di luce accecante che squarciò le tenebre. Una punta d'acciaio sbucò dalla parete di detriti, seguita da un crollo controllato di rocce. La luce delle fotoelettriche dei soccorsi ci investì come un giudizio divino.
Ci staccammo con una rapidità dettata dall'istinto di sopravvivenza sociale. In pochi istanti, nel fumo e nella polvere, ci rivestimmo con gesti frenetici, recuperando una immagine di dignità che avevamo calpestato per giorni. Quando i primi soccorritori superarono il varco, ci trovarono seduti ai lati opposti della piccola cella naturale, due uomini sporchi, emaciati, con gli occhi sgranati dalla luce.
«Sono qui! Sono vivi!», gridò una voce giovane.
Ci caricarono sulle barelle. L’aria fresca della galleria principale, filtrata dai ventilatori, mi sembrò il profumo più buono del mondo. Mentre mi portavano verso l’elevatore, incrociai lo sguardo di Emilio. Era di nuovo l’uomo burbero che conoscevo, il viso coperto di polvere e la barba brizzolata incolta. Non c’era più l’amante, non c’era più il padre. C’era solo un minatore che era scampato alla morte.
All'uscita, la luce del mattino era quasi insopportabile. Una folla di colleghi, giornalisti e medici ci circondò. Vidi una donna correre verso di noi, superando i cordoni della polizia. Era piccola, con i capelli neri striati di grigio e un fazzoletto stretto tra le mani.
«Emilio! Emilio mio!», gridava.
Francesca. Era risalita dalla Puglia appena aveva saputo del crollo. Emilio si alzò dalla barella, ignorando le proteste dei paramedici. La accolse tra le braccia con una forza che mi fece sussultare. La baciò sulla bocca con una passione disperata, una scena di puro amore coniugale che sembrava cancellare tutto ciò che era accaduto tra noi sotto terra. Lo vidi piangere sulla spalla di lei, un pianto diverso da quello che aveva condiviso con me. Era il pianto di chi torna a casa.
Io rimasi lì, circondato dai colleghi che mi davano pacche sulle spalle, mi offrivano acqua e mi chiamavano "miracolato". Sergio era tra loro, con la sua solita espressione gioviale, ma io mi sentivo un estraneo. Ero geloso. Guardavo Emilio che si allontanava verso l'ambulanza tenendo stretta la mano di sua moglie, e capii che per lui la miniera era finita.
Ma io avrei ricevuto altre attenzioni non meno piacevoli, magari da Sergio.
Quattro mesi dopo la Puglia splendeva sotto un sole che non faceva sconti. Emilio camminava lentamente lungo il viale che portava al fast-food dove aveva trovato lavoro. Era una catena americana, piena di colori sgargianti e luci al neon, un contrasto stridente con il grigio antracite della sua vecchia vita. Indossava la divisa d'ordinanza, una camicia a righe e un cappellino che nascondeva la testa rasata.
Si muoveva tra i tavoli con una calma nuova. I suoi colleghi erano tutti ragazzi di vent'anni, pieni di energia e sogni, simili a Martino, simili a suo figlio. Ma Emilio non cercava più di proteggerli. Non guardava più le loro braccia o i loro occhi in cerca di un riflesso del passato. Aveva fatto i conti con il buio. Ogni sera tornava da Francesca, mangiava il cibo che lei preparava e dormiva un sonno senza sogni. La miniera era diventata una cicatrice sulla schiena, un segreto che non avrebbe mai confessato, sepolto sotto strati di normalità. Aveva smesso di cercare sostituti per ciò che aveva perso; aveva accettato che il vuoto facesse parte di lui, come una galleria abbandonata che non viene più scavata. C’era tanta malinconia in lui.
A centinaia di chilometri di distanza, il paesaggio era diverso. Le cime delle montagne erano già imbiancate dalla prima neve. Io ero lì, nel piazzale della miniera, con la mia borsa in spalla e il caschetto sotto il braccio. Molti mi avevano consigliato di licenziarmi, di usare i soldi dell'indennizzo per studiare o andarmene lontano. Ma non potevo. La superficie mi sembrava piatta, priva di quella tensione elettrica che solo il pericolo e la carne sanno regalare.
Salii sull'elevatore insieme a due nuovi colleghi, due ragazzi massicci arrivati dall'est che parlavano una lingua dura. Mentre il cancello di ferro si chiudeva con uno schianto metallico, sentii il solito brivido lungo la schiena.
A metà della discesa, l’elevatore ebbe un sussulto violento. Le luci interne sfarfallarono e la cabina si bloccò con un rumore di ingranaggi strozzati. Il buio ci avvolse per un istante, rotto solo dalle lampade d'emergenza.
«Maledizione, di nuovo? Questo rottame ci ammazzerà tutti!» imprecò uno dei due, stringendo nervosamente i pugni contro la grata. I loro respiri si fecero affannosi, la paura dell'isolamento già serpeggiava nei loro sguardi.
Io non dissi nulla. Mi appoggiai alla parete metallica, sentendo il calore dei loro corpi massicci che si premevano contro di me nello spazio ristretto. I miei occhi celesti brillarono nell'oscurità mentre un sorriso compiaciuto, quasi predatorio, mi fioriva sulle labbra. Sapevo esattamente cosa sarebbe successo se fossimo rimasti lì a lungo. Sapevo come il freddo avrebbe costretto quei giganti a cercare riparo nella mia pelle liscia.
«Tranquilli, ragazzi», mormorai, mentre la mia mano sfiorava con noncuranza il fianco del collega più vicino. «Sotto terra, c'è sempre un modo per tenersi caldo»
L'elevatore rimase sospeso nel vuoto, e io non ero mai stato così pronto a scendere di nuovo nel mio ruolo naturale. Sento ancora in bocca il forte sapore del loro sperma abbondante.
(Il presente racconto, essendo di carattere erotico, ha il solo scopo di eccitare i nostri istinti animali ma non per questo va preso alla lettera. Le stesse cose si possono fare con le dovute precauzioni. Non fate mai sesso senza preservativo: non rovinatevi la vita ma non mancate di godervela il più possibile. Buona sega a tutti).
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