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Gay & Bisex

ZINGARO DOMATORE


di Foro_Romano
14.08.2025    |    8.084    |    10 9.3
"Ora era lui, il padrone, con lo sguardo sulla vallata incontro, piena di ogni gradazione di verde, qua e là macchiata da grappoli di fiori spontanei perlopiù gialli..."
ZINGARO DOMATORE

Gaetano stava riposando sulla sua poltroncina in veranda. Il primo sole dell’estate illuminava le colline e la vallata incontro, piena di ogni gradazione di verde, qua e là macchiata da grappoli di fiori spontanei perlopiù gialli, ma ve ne erano anche di lilla, azzurri, di bacche rosse. Era la casa dei suoi sogni sin di quando era ragazzo. Lui al mare, alla montagna, al lago, aveva sempre preferito la campagna e la collina, isolata. Quell’isolamento gli metteva paura, quella paura ancestrale dell’immenso, ma la solitudine era il vero riposo. Il sentirsi un nulla. Il silenzio assoluto era rotto solo dal frinire delle cicale e dallo stridio e dal sibilo delle rondini che si abbattevano come kamikaze sfiorando l’acqua della piscina per poi risalire, in una parabola perfetta.
Gaetano non era vecchio. Aveva da poco superato i cinquanta. Era un giornalista affermato e scriveva per una testata nazionale. Lo chiamavano a far parte anche di giurie delle più disparate in piccoli centri, dalla sagra del carciofo a quella della zucchina ma con l’angolo del dibattito culturale su un vecchio film che omaggiava, appunto, il carciofo o la zucchina.
Ma quanti ricordi già affollavano la mente! Chiuse gli occhi, respirando a pieni polmoni quell’aria pulita che, a folate, portava anche l’odore di brace, di cucinato proveniente da chissà quale casale. Ricordò la gioventù, quando, terminati gli studi, si sentiva portato per il giornalismo; quando voleva dire agli altri tante cose delle quali, in fondo, neanche lui sapeva ancora molto.
Curiosamente, benché amante del silenzio, era affascinato dal contesto del circo, così chiassoso, così colorato. Sin da piccolo, ad ogni occasione buona, si faceva condurre a vedere lo spettacolo circense: gli acrobati, i funamboli, i giocolieri, i trapezisti, i cavallerizzi, i clown, gli equilibristi, i mangiafuoco, i mangiatori di spade, gli animali, i domatori… Già, i domatori... Ad occhi chiusi, rivedeva tutto quel mondo stravagante.
Ricordava quando, apprendista in un giornaletto di provincia, alle prime esperienze di scrittore per nulla pagato, approfittò del suo ruolo per descriverlo quel mondo. Nel paese vicino aveva eretto la tenda un circo, appunto, e lui pregò tanto il direttore che si fece inviare per scriverci un intervento sopra. E lo aveva scritto con tutta la passione che sentiva dentro. Ne venne fuori un bellissimo articolo, uno dei tanti bellissimi articoli della sua vita, certo per lui il più bello, quello che lo toccava nell’animo.
La sera della prima parlò col proprietario, raccolse tante informazioni sulla struttura, sull’organizzazione, su quella vita tanto affascinante quanto difficile nella realtà. Avrebbe visto lo spettacolo dalla prima fila e, poi, avrebbe intervistato qualcuno degli artisti. Uno qualsiasi, lo avrebbe deciso dopo, e ci avrebbe scritto il pezzo. Così fu. Per tutta la sera tornò ancora più giovane di quanto non lo fosse, nel mondo fiabesco che lo affascinava tanto fin da bambino. Finché… Ecco, finché…
Un groppo la gola lo prese nel ricordare. Finché non lo vide. Era il momento delle tigri e dei leoni e del domatore, naturalmente. Fu un colpo di fulmine. Rimase inebetito. Mai un uomo lo aveva colpito così. Non se ne rese neanche conto di quello che provò. Quello era più che un uomo: era un vero maschio padrone. Alto, sguardo penetrante, dal corpo perfetto, spalle larghe e vita stretta, tutto muscoli e pelo, ambedue messi ben in evidenza dalla camicia a maniche corte, aderente e nera come i pantaloni, aperta su quell’ampio torace irsuto. Gambe e braccia forti, dai muscoli tonici, evidenti anche sui glutei. Come si muoveva, come sapeva comandare gli esercizi a quelle grosse belve, che obbedivano senza opporre resistenza. Loro, che con una zampata avrebbero potuto ucciderlo, erano servizievoli. Riconoscevano in lui il loro capo branco.

Gaetano non ebbe dubbi. Era lui l’artista che avrebbe intervistato e, finito lo spettacolo, si fece indicare il suo camper e bussò.
“Chi è?”
“Sono il giornalista che vorrebbe intervistarla”.
“Ah, bene” e gli aprì la porta. “Vieni, entra”. Aveva una voce profonda, virile.
Dall’alto dei due gradini di ingresso, si presentò ancora più dominante di quanto si aspettasse. Un bel uomo sui trentacinque. Inoltre era nudo, muscoli e pelo in evidenza, con solo un asciugamano alla vita abbastanza corto, mentre finiva di asciugarsi i capelli. Lo sguardo duro ma senza cattiveria.
“Mi sono appena fatto una doccia. Ma prego, accomodati” indicandogli il salottino. “Io sono Osvaldo”.
“Io Gaetano. Piacere”.
Gli afferrò la mano senza stringerla troppo. Quella del domatore era grande il doppio della sua, se avesse stretto gliela avrebbe potuta stritolare. Si sedette, scombussolato da quella visione, mentre l’uomo gli si mise seduto davanti. Per la seduta bassa, stava a gambe larghe, possenti, pelosissime.
Con difficoltà, con la voce che gli si spezzava dall’emozione, riuscì a chiedergli quello che si era prefissato. Seppe che era ungherese, di razza zigana, uno zingaro vero, che anche il padre era domatore e gli aveva insegnato i rudimenti del mestiere, che non era stato difficile per lui imparare a domare i leoni, che con le tigri era un po’ più difficile, e tante altre cose. Ce n’era abbastanza per il suo articolo però voleva andare più a fondo.
“E… nella vita privata?... E’ sposato?”. Vide che Osvaldo ebbe qualche incertezza.
“Sono stato sposato, ma adesso non più”. Non aggiunse altra spiegazione ma lo guardò in maniera diversa, più circospetta. “Vuoi sapere troppe cose, ragazzino. Non ti basta per il tuo articolo?”
“Si, si, e mi scusi se l’ho messa in imbarazzo”. Lui era più giovane, non riusciva a dargli del tu.
“Non mi sono imbarazzato. E’ che non amo parlare di certe cose… Facciamo così: adesso scrivi le notizie che hai raccolto e quello che ti ho detto e lo mandi in stampa. Domani pomeriggio, torni. Ti faccio vedere gli animali da vicino e forse (dico forse) ti dico qualcosa di mio, ma in privato. D’accordo?”
Non poteva essere più d’accordo. Lo avrebbe rivisto un’altra volta e avrebbe saputo qualche segreto, forse.

Fece come gli aveva detto. Scrisse e mandò tutto al giornale. Quella notte non riuscì a prendere sonno. L’immagine di quel maschio gli si era stampata negli occhi. Non capiva perché, ma dovette tirarsi due segoni prima di lasciarsi andare sfinito. Ne sorrise al ricordo. Quanto era ancora ingenuo a quel tempo. Non voleva più esserlo.
Il giorno dopo, puntualmente, tornò al circo, nel pomeriggio, come gli aveva detto. Osvaldo lo accolse con familiarità. Era vestito con appena una camicia aperta e dei bermuda aderenti, lunghi poco sopra le ginocchia. Quanto era bello!
“Ho letto il tuo articolo. Molto bello, mi complimento con te. Hai centrato il tema. Hai descritto perfettamente il nostro mondo del circo. Scrivi molto bene. Mi fa piacere averti conosciuto”.
“Grazie”, Gaetano si era fatto rosso benché sapesse di meritarsi quei complimenti. Forse perché arrivavano da lui.
“Il piacere è tutto mio” e non sapeva ancora quanto piacere gli avrebbe dato nella vita.
“Vieni, ti porto a vedere le belve. Vieni”.
Lo seguì fino alle due gabbie dove vivevano i leoni e le tigri. Gli animali, quando lo videro, gli ringhiarono contro e ne ebbe un po’ paura.
“Non ti preoccupare. Lo vedi? Sono rinchiusi” e gli mise un braccio sulle spalle avvicinandolo a sé. Quelli smisero subito di agitarsi.
“Ecco, vedi? E’ che sono gelosi! Ma quando vedono che sei un amico…” e gli batté la mano sulla spalla destra stringendolo ancora di più.
Sentendo quel corpo possente aderire cosi al suo si sentì sdilinquire. Girò la testa, si guardarono intensamente. Dentro quegli occhi duri ci vide qualcosa di languido. Non capiva più niente.
“Forse è meglio che torniamo al mio camper”.
Annuì con la testa e lo seguì. Si sedettero nel salottino, questa volta uno di fianco all’altro. Non riusciva più a spiccicare parola.
“Dunque. Volevi sapere qualcosa di più di me. Qualcosa di più personale, ma ricorda che deve rimanere tra noi”.
Lo sguardo penetrante, quasi minaccioso, come se lo stesso ipnotizzando. Lo stesso sguardo che gli aveva visto fare quando comandava le belve.
“Sono stato sposato. Tre anni, ma poi ho capito che non era per me. La verità è che a me piacciono i ragazzi. Quelli della tua età. Non ne faccio un segreto: qui lo sanno tutti. Dicono che, come alle mie fiere, mi piace la carne fresca”.
Gaetano lo guardò con sorpresa ma poi un lieve sorriso gli si stampò in faccia.
“Vuol dire che… che io… che io le piaccio?”
“Si, e molto. E ti dico anche un’altra cosa. Sei per me il ragazzo più bello di tutti quelli che ho conosciuto finora”.
“Ne ha conosciuti tanti? Gli venne spontaneo un rigurgito di sciocca gelosia per il passato dell’uomo.
“Ovviamente. Ho un certo fascino e non mi è difficile, ma mi stanco presto”. Voleva qualcosa di più serio di quelli passati.
“Anche lei a me piace molto” riuscì ad esprimere contrastando la timidezza.
“Davvero? Allora, ti confido che questa notte non ho fatto altro che pensare a te”.
“Anche io”. Questa volta lo disse arrossendo, senza entrare nei particolari.
“Allora dobbiamo festeggiare”. Lo attirò a sé e si abbassò a poggiargli la bocca sulla sua per un bacio. Il primo sulle labbra, seguito subito dopo dalla lingua dentro, decisa come la sferzata della frusta durante lo spettacolo.
Gaetano si lasciò andare tra quelle braccia forti, voleva ardentemente quell’uomo, si sentiva desiderato. Non si oppose quando quello gli sfilò la maglietta, quando lo fece alzare e gli tolse anche tutto il resto. Rimase nudo davanti a lui senza sentire alcuna vergogna. Non si oppose neanche quando gli fece un fischio di approvazione, quando lo girò e gli afferrò le natiche, sode e vellutate. Venne abbracciato da dietro e sentì un sussurro che gli diceva all’orecchio “I ragazzi giovani e belli come te vanno scopati. Ti voglio domare. Sei pronto?”.
Si ammutolì, in attesa di qualcosa di importante. Sentì il rumore della cintura slacciata, qualche altro movimento e sentì qualcosa di duro poggiarsi sulla sua schiena. Poi l’uomo lo piegò in avanti, si abbassò e, allargategli le chiappe, leccò avidamente il buchino fremente. Fu una sensazione mai provata. Nessuno glielo aveva mai fatto. Non poté trattenere un gemito.
“Ti piace?”
Fece di si con la testa.
“Vuoi farlo?”
Ancora si.
L’uomo gli torturava i capezzolini con le mani. Gli sembrava di avere i seni. Stava iniziando a percepirsi femmina. Si sputò sulla mano, si lubrificò l’arnese, lo puntò e spinse leggermente. Altra saliva, altra spinta. Ancora ed ancora, fino a che la cappella entrò.
“Ti ho fatto male?”
Fece no con la testa. In effetti, tanta era la voglia di rompere quell’ultimo diaframma nella conoscenza di sé, che non sentì dolore. Il maschio avanzò lentamente, spinta dopo spinta, fino in fondo. Il pacere fu reciproco.
“Vuoi essere mio?”
“Si, amore”. Questa volta scolpì con la voce queste sole parole ad affermare che non aveva paura. Ed allora fu un crescendo, di spinte, di gemiti, di grugniti. Quei minuti furono molto lunghi ma di puro piacere per il giovane. Quell’uomo lo stava amando. Non era una semplice scopata, sentiva l’amore che ci metteva, tanto, e finì che glielo schizzò dentro con un lungo ruggito, come quello delle sue belve. Rimasero immobili, poi la fonte del piacere stava per essergli sottratta. Così spinse le braccia indietro per tenergli ferme le cosce, dure e pelose.
“No, no, la prego, rimanga dentro di me ancora”.
“Oh, amore, amore mio. Finalmente ti ho trovato. Ormai puoi darmi del tu”.
“Anche io ti ho trovato e non voglio perderti”.
“No, non mi perderai e io non ti perderò”.
Dopo un po’, quel contatto, quell’odore di sesso, qualche spintarella e il membro riprese vigore.
“Ti voglio ancora, ma questa volta ti voglio far assaggiare il mio succo”.
Si sfilò dal suo buco non più vergine, aperto, umido di sborra. Solo a vederlo avrebbe guarito un fondamentalista religioso. Il cazzo era sporco di succo ed un po’ di sangue. L’uomo lo disinfettò con alcuni fazzolettini umidificati e si sedette sul divanetto. Si tirò ancora più giù i pantaloni, fino alle caviglie ed aprì le gambe.
“Vieni qui”.
Gaetano si girò e rimase interdetto nel vedere quanto era massiccio quel maschio e quanto era grosso e duro quel nerbo venoso che lo aveva fatto sentire femmina, che gli aveva tolto l’ultimo granello di ingenuità. Quanto era grossa la sacca pendente sotto, pelosa come quelle gambe, e quella foresta sull’inguine e sapeva che proseguiva in alto fino a coprire l’intero torace. Si mosse carponi fino ad avere tutto quel bendidio davanti al muso. Mentre dal sedere gli colava fuori della crema bianca, leccò tutto con sicurezza, come se sapesse già quello che doveva fare, come se non fosse la prima volta, fino a risalire alla cappella che imboccò aprendo al massimo quelle sue labbra morbide e delicate. Bastarono poche succhiate e poté abbeverarsi della sborra del suo uomo, ingoiando tutto, senza pensarci due volte, senza disgusto, anzi.

Per anni ed anni si amarono con passione. Gaetano si trasferì da lui nel suo camper e con lui ed il circo girò per l’intera regione e oltre. Fece accettare al direttore del giornale una serie di articoli sulle varie tappe, sui vari paesi, sull’accoglienza che ricevevano. Articoli talmente belli che furono notati da una testata ben più importante, a carattere nazionale, e lui iniziò la sua carriera. Furono sempre fedelissimi l’uno all’altro. Erano fatti l’uno per l’altro e non lo nascondevano. L’ambiente dello spettacolo non richiede finzioni. Quanti ricordi!
Facevano l’amore ogni volta che potevano. Osvaldo era un amante focosissimo e se lo sbatteva in tutte le posizioni. Lo domava come domava le belve, forse anche di più. Quando si scatenava, lo scopava con forza, come un animale infoiato. Gli piaceva, ma sapeva che è così che piaceva anche al giovane. Sentirsi dominato da un tale maschio che per di più ti ama follemente è il massimo che un passivo possa desiderare.
Al pensiero di tutto quel tempo vissuto assieme lo commosse. Gli occhi si inumidirono, lo sguardo perso nel vuoto.

“Che fai? A che stai pensando? Tieni, il tuo thè freddo alla pesca”.
Una mano con un bicchiere era apparsa da dietro. Un braccio peloso.
“Oh Osvaldo, grazie. Stavo ricordando la nostra prima volta”.
“Ma sono passati trenta anni. Io sono ancora qui. Ti dispiace forse?”. Si sedette a fianco.
“Che dici? Io ti amo come allora”.
“Anche io. Lo sai che sono sempre pronto a dimostrartelo. Vieni qui” e si toccava il cavallo dei pantaloni.
Senza dirsi altro, Gaetano si alzò, gli si inginocchiò davanti, gli aprì la patta e tirò fuori quel massiccio palo di carne. La prese in bocca e cominciò a pompare, come e meglio di quel lontano primo giorno. Il maschio gli afferrò saldamente la testa per affermare ancora una volta chi era che dirigeva il gioco, come se ce ne fosse bisogno.
Ora era lui, il padrone, con lo sguardo sulla vallata incontro, piena di ogni gradazione di verde, qua e là macchiata da grappoli di fiori spontanei perlopiù gialli. Con un sonoro rantolo gli scaricò dentro ancora una volta tutto il suo carico, una come migliaia di altre volte aveva fatto e come avrebbe fatto ancora, per sempre.

P.S. Chiedo scusa ai miei lettori affezionati che sanno che non mi piacciono le storie d’amore diabetiche. Avrei potuto farcire il tutto con amenità triviali. Questa volta mi è uscita così e spero che mi perdoneranno.

(Il presente racconto, essendo di carattere erotico, ha il solo scopo di eccitare i nostri istinti animali ma non per questo va preso alla lettera. Le stesse cose si possono fare con le dovute precauzioni. Non fate mai sesso senza preservativo: non rovinatevi la vita ma non mancate di godervela il più possibile. Buona sega a tutti).
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