Gay & Bisex
GIOVANE CARNE DA ALLEVAMENTO 2
23.01.2026 |
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"Non avevo mai fottuto un frocio, ma oggi mi hai fatto venire la voglia da quanto sei troia..."
GIOVANE CARNE DA ALLEVAMENTO 2 – La ditta delle troieSono un giovane di 20 anni, impiegato in una ditta import-export di qualsiasi oggetto che si può commerciare con tutti gli altri paesi del mondo. Ci lavoro da un anno, mi ci trovo bene anche perché è frequentata da tanti bei clienti che mi stuzzicano la voglia. Però non lo sa nessuno: non mi va che si chiacchieri alle mie spalle. In ditta si sparla di un giovane che è addetto alle fotocopie. Dicono che è una gran troia che si fa sbattere da impiegati più maturi e sposati. Se è vero, beato lui. Alcuni di loro sono proprio dei gran fighi e mi farei usare anche io. Ma forse sono solo dicerie e non voglio crearmi problemi sul lavoro. E poi io sono un tipo timido ed ho avuto poche occasioni per unirmi con uomini.
Tra i clienti più assidui c’è uno spagnolo sui 50 anni che mi fa letteralmente sbavare. Alto, massiccio, peloso all’inverosimile. Barba folta e due mani che sono palanche. Insomma, il mio maschio ideale. Ogni volta che ho da fare con lui mi sciolgo, e se ne era accorto di sicuro da tempo, da come mi guardava, ma io non fiatavo. Oggi però gli sguardi si sono fatti veramente intensi. Mi piaceva da morire con quel suo completo blu e la cravatta decorata con qualche filo rosso bordeaux. Mi ha fissato intensamente, mi ha letto dentro la mia voglia di farmi usare ed ha detto solo: “Donde vamos?”, con la sua virile voce profonda.
“Prego, mi segua”, ho detto con nonchalance. Mi sono girato e lui dietro. L’ho condotto in un magazzino che sapevo con poca luce per un problema elettrico. Non c’è stato bisogno di parlare. Mi sono inginocchiato davanti a lui e l’ho guardato dal basso, ricevendo la sua tacita approvazione. Gli ho messo una mano sul pacco, già bello gonfio, e gli ho accarezzato l’uccello, afferrandolo attraverso la stoffa. Sembrava che stava già per scoppiare. Gli ho tirato giù la lampo, gli ho messo una mano dentro per tirarglielo fuori ma non ci riuscivo perché era talmente grosso che era praticamente impossibile farlo. Così lui si è aperto la cinta, slacciato il bottone e calato pantalone e mutande quanto bastava per mettere a nudo le sue parti intime davanti al mio viso.
Sono rimasto imbambolato, ma una sferzata della sua mazza dura mi ha colpito sulla guancia e mi ha scosso. Sotto pendeva una sacca dei coglioni particolarmente notevole. Il tutto immerso in una foresta di pelo riccio. Ho circondato la verga con la mano che a malapena riusciva a contenerla e l’ho guardato di nuovo.
“Suca” mi ha ordinato.
Mi ci sono fiondato sopra a bocca aperta, avvolgendo il glande con le mie labbra e roteandogli attorno la lingua, mentre lo segavo lentamente. Ho cercato di affondarmela dentro pian piano, centimetro dopo centimetro. Potevo sentirne la consistenza solida, le vene in rilievo. Ne assaporavo il precum assieme al suo crescente desiderio prepotente di sottomettermi. Con una mano sulla nuca che poteva contenere tutta la mia testa me lo ha infilato in gola, spingendosi in avanti col bacino.
“Chupa, cavron. Puta. Chupame la pollla”.
Mi ha tolto il respiro per qualche secondo, poi mi ha lasciato libero di agire come volevo. Ma io volevo dargli il suo piacere e mi sono prodigato a leccare, succhiare, pompare come meglio potevo. Gli piaceva. Intanto anche io mi sono calato i pantaloni e me lo sono preso in mano. I suoi grugniti erano in crescendo, mentre guardava davanti a sé, come all’orizzonte, con gli occhi carichi di piacere e ferocia. Ogni tanto, quando sentivo che stava per crollare, passavo a leccargli le palle pelose per un po’, per poi tornare ad imboccarlo di nuovo. Nel silenzio, si sentivano i miei risucchi ed i suoi grugniti di approvazione. Mi gustavo con trasporto il sapore di cazzo, di maschio autentico. Mi ha coperto di epiteti ed insulti nella sua lingua finché, dopo alcuni minuti di estasi papillare, mi ha afferrato saldamente la testa.
“Me corro, me corro… traga todo el leche, puta, tragalo” e io, obbediente, ho ingoiato fino all’ultima goccia. Non ho sprecato niente di tutta quella fantastica crema saporita.
L’ho guardato dal basso, ho aperto la bocca per dimostrargli di aver fatto fino in fondo il mio dovere di succhiacazzi ed ho leccato via le ultime gocce che fuoruscivano mentre si ammosciava.
“Brava, tu eres una puta muy brava. Ahora limpialo con la lengua”.
Ho assaporato i residui di sborra che gli coprivano il cazzo ed il pube. Quel succo mi ha fatto inebriare il cervello.
“Grazie a lei, signore. Sarò a sua disposizione ogni volta che vorrà”.
Lui ha guardato avanti a sé come se vedesse qualcuno. Infatti.
“Adesso tocca a me”.
Una voce maschile dietro di me. Sul vano della porta c’era l’elettricista che era venuto a riparare il guasto e doveva essere rimasto a vedere tutta la scena. Ero stato proprio io a richiederne l’intervento, ma non pensavo che sarebbe venuto così presto. Anche lui è un bel uomo sui 50 e felicemente sposato. Mi sono bloccato dalla sorpresa e devo essere diventato tutto rosso dalla vergogna.
“Non ti preoccupare, non dirò niente. Però no, non ti muovere da così. Rimani a quattro zampe, bella cagnetta, che adesso devi soddisfare me”.
Mentre assisteva al mio pompino, si era aperto la camicia fino all’ombelico, mettendo in mostra la sua folta peluria sul torace, e si era tirato fuori un grosso uccello già paurosamente in tiro. Mi è girato intorno ed ha preso il posto dello spagnolo, che gli ha lasciato gentilmente il posto mettendosi al mio fianco.
“Apri la bocca e fai vedere anche al mio cazzo quello che sai fare”.
Ho tirato fuori la lingua a lambirgli il frenulo, quasi a soppesargli l’attrezzo, ma ero come frenato, ancora scosso dalla sorpresa.
“Che aspetti, troietta? Succhiamelo per bene. Forse il mio non ti piace?”
Subito ho aperto la bocca e ho preso a spompinarlo con trasporto per dimostrargli che anche il suo mi piaceva, e molto.
“Ecco, bravo. Si… così… siii. Hai capito. Cazzo, che fame che hai!”
Lo segavo e me lo affondavo più volte in gola. Intanto lo spagnolo guardava e si andava eccitando di nuovo. Ogni tanto gli lanciavo uno sguardo mentre ero impegnato con l’altro cazzo in bocca. Non avevo dubbi su quello che stava pensando di me. Subito dopo aver fatto una pompa a lui, ne stavo facendo un’altra con lo stesso trasporto. Mi sono sentito così troia che non potete immaginare. E la cosa mi piaceva in tutti i sensi.
“Succhia ragazzino, succhia lurido finocchietto. Ti piace, eh? Mmmm, che bocca! Bravo, continua così”.
Io mi prodigavo per farlo venire. Un’altra bella bevuta me la sarai fatta volentieri, però lui non era di questo parere.
“E’ inutile che insisti. Non ti farò assaggiare la mia sborra perché ho intenzione di sparartela nel culo. Voglio montarti come una cagna”.
Lo spagnolo, accanto a noi, guardava e si segava. L’elettricista l’ha guardato come per dirgli “Guarda che gli faccio adesso”. L’uomo mi ha sfilato l’uccello dalla bocca ed è passato dietro di me. Io immobile. Con decisione mi ha afferrato le chiappe e me le ha allargate. Ci ha affondato il viso, solleticandomi con la barba, e con la lingua mi è entrato dentro, inondandomi il buco di saliva.
Non ho capito più niente. Mi piaceva quella preparazione, quasi incosciente di quello che mi avrebbe fatto. Ma mentre leccava, me ne sono reso conto. Mi avrebbe scopato con quel suo grosso uccello. Ne avevo presi di uccelli, ma mai di così grossi. Lo temevo e lo desideravo allo stesso tempo.
Non ha chiesto il mio parere e non mi ha lasciato molto tempo per pensare. Mi ha sparato un corposo sputo sul buco, si è drizzato col busto e me lo ha puntato sopra, iniziando a spingere lentamente, con circospezione, per vedere la mia reazione. Era durissimo. Un mio gemito gli ha fatto capire che ero pronto ed ha spinto con più forza, ma sempre con delicatezza. Il mio fiore, favorito dal desiderio, si è aperto ed è entrato con tutta la cappella, fermandosi.
“Ahi”. Ho avuto un sobbalzo.
“Tranquillo, tesoro. Lasciati andare e vedrai che sarà tutto più facile”.
Non avevo alcuna intenzione di rifiutarlo. Si è abbassato aderendo alla mia schiena e stringendomi forte tra le sue braccia pelose. Mi copriva completamente col suo corpo. Potevo sentire battere il suo cuore, il suo desiderio di possedermi.
“Siii… scopami forte” e sono arretrato un poco, andandogli incontro.
Non se lo è fatto ripetere. Mi ha messo una mano sulla bocca e ha dato un affondo che mi ha squarciato. Ho gridato nel suo palmo e si è fermato con solo mezzo cazzo infilato dentro e altrettanto ancora fuori.
Pochi secondi e mi sono calmato. Ho spinto ancora in dietro per fargli capire che ero di nuovo pronto e lui, di rimando, con un colpo secco ha finito di sfondarmi. Ho urlato, ma ancora l’urlo è stato soffocato dalla sua mano. Era tutto dentro di me. Il suo cazzo mi allargava ed ostruiva completamente il buco fino oltre il fondo.
Non ha perso tempo. Ha cominciato subito a fottermi a raffica, spietato, come una furia, e il dolore si è trasformato presto in un piacere immenso. Mi ha scopato come un animale inferocito ed io ero sopraffatto e umiliato come una preda sconfitta. Mi ha distrutto il buco senza alcuna pietà, ma dai miei rantoli ha capito che anche a me piaceva e che era così che mi piace essere usato dai maschi veri.
“Hai un culo magico, ragazzo. Non avevo mai fottuto un frocio, ma oggi mi hai fatto venire la voglia da quanto sei troia. Tieni, prendilo… così… così…”
Ogni volta un affondo deciso. Sentivo la sua sacca delle palle sbattermi contro le cosce.
“Follalo, follalo”, diceva lo spagnolo. “Montalo. Eres una puta de perro”.
Mi teneva sempre stretto a sé, come per affermare la sua supremazia. Non sentivo più alcun dolore, solo quella presenza che entrava e usciva da me. Sbavavo dal piacere. In bocca ancora il sapore della sborra che avevo ingurgitato. Sono andato nel pallone. Il mio corpo ha vibrato. I muscoli del mio buco non hanno retto e si sono lasciati andare e io ho goduto sgocciolando sul pavimento, benché il cazzetto mi fosse rimasto moscio.
“Allora, ti piace proprio, piccola puttana!”
Ho sentito sulla mia nuca un sospiro di soddisfazione per la vittoria conquistata ed ho percepito il suo ghigno di scherno. Ancora una serie di affondi secchi che non trovavano più alcuna resistenza. Il respiro sempre più affannoso, finché mi ha addentato il collo e mi ha sparato tutto il suo orgasmo su per il culo. Con un rantolo selvaggio mi ha gonfiato di sperma, schizzo dopo schizzo.
Finito di sborrare, si è tirato su con il busto ed è rimasto piantato dentro di me, ansimando. Lo spagnolo mi ha afferrato per i capelli e, tirandomeli, mi ha alzato la testa verso di lui.
“Abre la boca. Abre”, mi ha ordinato.
L’ho fatto, ma ormai era tardi. Non ho fatto in tempo e mi ha sparato in faccia. La maggior parte dello sperma mi ha coperto il viso. Sono riuscito solo a succhiargli via le ultime gocce.
L’elettricista ha sfilato il suo cazzo ancora piuttosto barzotto, lucido del suo succo e dei miei umori. L’altro gli ha passato un rotolo di carta che stava su uno scaffale vicino e lui se lo è pulito più che poteva. Poi si è trasformato in una persona gentile. Con un paio di strappi, si è prodigato a pulirmi con delicatezza il viso e, con altra carta, mi ha addirittura pulito il buco, facendomi sbrodare fuori la sua crema.
“Yo voy” e lo spagnolo è uscito lasciandoci soli.
“Che fighetta che hai e come sei eccitante! Te l’ho proprio rotto! Non so che mi è preso. Mi hai fatto scattare una voglia che mi ero dimenticato di avere. Come quando ero più giovane”.
Non voleva scusarsi per come mi aveva trattato. Ha capito che non ce n’era bisogno. Ci siamo ricomposti. Mi sentivo il culetto a pezzi, potevo sentire l’aria entrarmi dentro quella voragine aperta, ma ne ero felice e l’ho ringraziato.
“Il piacere è stato tutto mio, tesoro, e spero che accetterai di farlo altre volte, magari su un letto… più comodi. Magari faccio venire un mio amico, perché mi sembra proprio che, ad uno come te, un cazzo solo non basta. Un paio di orette e ti riduciamo ad un colasbroda”.
Ho sorriso e mi ha dato un paterno bacio in testa. Mi sono alzato, sistemato ed avviato all’uscita. Un friccichio al buco mi avrebbe ricordato il fatto per tutto il resto della giornata.
“Mi raccomando, faccia un buon lavoro e, per qualsiasi cosa sono pronto, dove vuole, anche senza il suo amico”.
“Stanne certo, ragazzo”.
(Il presente racconto, essendo di carattere erotico, ha il solo scopo di eccitare i nostri istinti animali ma non per questo va preso alla lettera. Le stesse cose si possono fare con le dovute precauzioni. Non fate mai sesso senza preservativo: non rovinatevi la vita ma non mancate di godervela il più possibile. Buona sega a tutti).
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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