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Gay & Bisex

HO PAGATO IL PEDAGGIO


di Foro_Romano
09.05.2026    |    4.396    |    6 9.5
"Rimase immobile appena qualche secondo, lasciando che il mio corpo si abituasse a quell'invasione..."
HO PAGATO IL PEDAGGIO

Ricordo ancora il freddo pungente di quella sera, un’aria gelida che sembrava volermi graffiare la pelle del viso, nonostante avessi passato ore a prepararmi davanti allo specchio. Volevo essere perfetto. Volevo uscire dal bozzolo, provare nuove emozioni. Volevo che quella notte segnasse un confine tra chi ero stato fino a quel momento e chi desideravo diventare. Più libero, più me stesso.
Indossavo una camicia di seta nera, leggermente troppo larga per le mie spalle sottili, e dei pantaloni di pelle che fasciavano le mie cosce in una stretta quasi crudele. Mentre camminavo verso le luci al neon che pulsavano in fondo alla via, sentivo il battito del mio cuore accelerare, un ritmo sincopato che faceva a gara con i bassi profondi che già vibravano nell’aria, filtrando attraverso le pareti di cemento del "Black Mirror".
La fila era un serpente scuro e inquieto di corpi che ondeggiavano, un ammasso di persone disperate alla ricerca di un briciolo di trasgressione. Mi sono sentito piccolo, un puntino insignificante in mezzo a tutta quella carne esposta e quell’odore di profumi costosi mescolati al sudore freddo dell’attesa. Speravo di passare inosservato ma, allo stesso tempo, bramavo di essere visto. Era un desiderio contraddittorio, una fame che mi rodeva lo stomaco fin da quando ero uscito di casa.
Arrivai davanti al cordone di velluto rosso. Lì, immobile come una statua di granito scuro, svettava lui. Non avevo mai visto un uomo così imponente. Era un colosso avvolto in una maglietta tecnica nera che faticava a contenere l'esplosione dei suoi muscoli pettorali. Le sue braccia erano tronchi di quercia coperte di pelo, venate e tese, incrociate sopra un petto che pareva una corazza. Aveva il cranio rasato e una barba corta, curata con una precisione che contrastava con la ferocia del suo sguardo. Mi fissò. I suoi occhi erano due fessure d’ombra, gelidi e carichi di un’autorità che mi fece tremare le ginocchia.
«Documenti, ragazzo», gracchiò. La sua voce era un basso profondo che mi risuonò dritto nel cervello.
Gli porsi la carta d’identità con la mano che tremava leggermente. Lui la prese, ma non guardò il documento. Continuò a fissare me, scrutando ogni centimetro del mio volto, scendendo poi lungo il collo, indugiando sulla scollatura della camicia dove la pelle era nuda e pallida. Sentii una vampata di calore salirmi alle guance. Non era uno sguardo di controllo, era uno sguardo di possesso.
«Sei un ragazzino, eh?» disse, e un sorriso sottile, quasi impercettibile, gli increspò le labbra. Non era un sorriso rassicurante: era il sorriso di un predatore che ha appena avvistato una preda particolarmente prelibata.
«Voglio solo entrare», mormorai, cercando di darmi un tono che non avevo.
Lui si sporse in avanti. L’odore che emanava mi investì come un’onda: tabacco, cuoio e un sentore mascolino, acido e primordiale, di sudore virile. Capivo che era l’odore del potere puro. Allungò una mano, la sua enorme mano guantata di pelle nera, e mi afferrò il mento con decisione, costringendomi ad alzare la testa.
«Stasera il locale è pieno. Per i tipi come te non c’è posto nel mucchio», disse a bassa voce, facendo in modo che solo io potessi sentirlo. «Ma forse posso trovare il modo di farti entrare. Un modo per cui non dovrai fare la fila».
Il cuore mi balzò in gola. La paura lottava con un’eccitazione oscura, un brivido che mi percorreva la spina dorsale e andava a raggomitolarsi proprio lì, nel mio buco del culo, che sentii contrarsi d'istinto. Non feci in tempo a rispondere che lui sganciò il cordone e, con una spinta decisa sulla spalla, mi trascinò verso l’interno. Ma non mi portò verso la pista da ballo, dove la musica esplodeva e le luci stroboscopiche tagliavano l’oscurità. Mi spinse lateralmente, verso una porta di metallo anonima, situata in un corridoio secondario, illuminato solo da una debole lampadina rossa.
«Cammina». Non era un invito, era un ordine.
Obbedii come un automa. Il corridoio puzzava di fumo vecchio e disinfettante. I passi pesanti dei suoi anfibi rimbombavano e scricchiolavano sul pavimento di linoleum, seguiti dai miei, rapidi e incerti. Mi sentivo come un agnello condotto al macello. In verità una parte di me, quella più sporca e segreta, non vedeva l’ora di scoprire cosa volesse da me quel gigante.
Arrivammo in fondo al corridoio. Aprì una porta che dava su un piccolo camerino, un retrobottega ingombro di scatoloni, cavi elettrici, un tavolo ed una vecchia poltrona di velluto lercio. C’era una fioca luce rossa. L’aria lì dentro era ferma, satura di umidità stantia. Mi spinse dentro e chiuse la porta con un calcio secco, facendo scattare la serratura.
Ero in trappola. Il silenzio che seguì fu assordante, rotto solo dal mio respiro reso affannoso dalla tensione. Lui rimase in piedi davanti alla porta, occupando tutto lo spazio vitale attorno. Si slacciò molto lentamente il cinturone tattico, lo posò su un tavolo e poi iniziò a sfilarsi i guanti, dito dopo dito, senza mai distogliere lo sguardo dai miei occhi.
«Sai cosa succede ai ragazzini carini come te che vogliono entrare gratis nei posti dove comando io?», chiese. La voce era diventata un sussurro roco e minaccioso.
Non risposi. Non riuscivo a parlare. Sentivo un groppo in gola. Guardavo le sue mani. Erano enormi, ora nude, e si muovevano verso la fibbia dei suoi pantaloni.
«Succede che devono pagare un pedaggio. E tu, piccolo mio, hai l’aria di uno che ha molto, proprio molto da offrire».
Si avvicinò con lentezza studiata. Ogni suo passo sembrava far tremare le pareti della stanza. Quando mi fu a un palmo di distanza, sentii il calore che irradiava dal suo corpo massiccio. Allungò di nuovo la mano, ma stavolta non si fermò al mento. Scivolò giù, sbottonando con un gesto rapido i primi tre bottoni della mia camicia di seta. La sua mano si infilò dentro, il palmo caldo e calloso che si spalmò sul mio petto nudo. Iniziò a massaggiarmi con una forza che mi fece gemere, poi le sue dita scesero ancora, fino a raggiungere la cintura dei miei pantaloni di pelle.
«Vediamo cosa nascondi qui sotto», ringhiò.
Con una mossa repentina, afferrò il mio cazzo attraverso la pelle dei pantaloni. La sua presa era brutale, quasi dolorosa, ma la sensazione di quella mano enorme che mi schiacciava il membro mi fece venire un’erezione istantanea e prepotente. Sentii il mio piccolo cazzo pulsare contro il suo palmo, indurendosi fino a diventare una spranga di carne bollente.
Lui rise, un suono cupo e gutturale. «Ma che ci vuoi fare con questo? Oh, guarda come è diventato duro. Allora ti piace, eh? Ti piace essere trattato come una troia. Vediamo quanto sei troia».
Senza lasciarmi il tempo di respirare, mi afferrò per i capelli, tirandomi indietro la testa con una violenza che mi fece inarcare la schiena. Con l’altra mano, mi aprì i pantaloni e li calò insieme alle mutande, lasciandomi nudo dalla vita in giù in mezzo a quel camerino polveroso. Il freddo dell’aria sulla pelle nuda mi fece rabbrividire, ma il calore del suo sguardo mi bruciava.
Si portò una mano al proprio cavallo, dove un rigonfiamento mostruoso premeva contro il tessuto dei pantaloni scuri. Aprì la zip con un suono metallico e secco che parve un colpo di pistola nel silenzio della stanza. Quello che ne uscì mi tolse il fiato. Era un cazzo enorme, scuro, venato come una colonna di marmo antico, già completamente eretto e lucido di un umore pre-eiaculatorio che brillava sotto la luce rossa. Era lungo almeno venti centimetri, grosso quanto il mio polso, con una cappella violacea e prepotente che sembrava pronta a esplodere. Attorno una fitta foresta di pelo.
«Guarda questo cazzo», ordinò, spingendomi la testa verso il basso. «Guardalo! Guarda cosa sta per distruggerti il buco del culo e toglierti la verginità. Lo farà lui, prima che lo faccia qualcun altro».
«Nnno, la prego», dissi piagnucolando, ma senza tanta convinzione. La verità era che lo volevo anche io. Erano anni che sognavo quel momento e, con incoscienza, lo avevo pensato proprio così. Brutale.
Naturalmente ero terrorizzato, ma il mio corpo rispondeva a stimoli che la mia mente non riusciva a controllare. Vedere quella verga gigantesca, sentire l’odore ferino che quel maschio violento emanava, mi faceva uscire di testa.
Mi afferrò per le spalle e mi voltò bruscamente, spingendomi con la faccia contro un mucchio di scatoloni. Sentii il cartone contro le guance e l’odore di vecchio.
«Mettiti a pecora, cagnetta», ordinò, dandomi una pacca sonora sulla chiappa destra che lasciò l'impronta rossa della mano sulla mia pelle pallida.
Mi piegai, offrendo il mio sedere alla sua prepotenza. Mi sentivo così vulnerabile, così esposto. Le mie chiappe erano tese. Il mio buco, ancora per poco vergine, si contraeva nervosamente, consapevole dell'imminente invasione, eppure ero quasi estraneo a me stesso. Sentii le sue grandi mani afferrarmi i fianchi, le sue dita che affondavano nella mia carne come artigli di un uccello predatore.
Si sputò sulla mano un grumo denso di saliva e lo spalmò senza alcuna delicatezza nello spacco tra le mie natiche, infilando con decisione il dito medio, nerboruto, nel mio orifizio. Urlai, ma non era un urlo di dolore e né di paura, era uno shock. Il suo dito, enorme, entrava dentro di me con una prepotenza che mi faceva sentire squartato. Lo muoveva avanti e indietro, allargando le pareti del mio sfintere, preparandolo alla violenza che sarebbe seguita.
«Sei stretto, eh? Accidenti, quanto sei stretto», ansimò lui, e sentii il suo respiro caldo sul mio collo. «Vedrai, ti spaccherò in due, ragazzino. Ti riempirò così tanto di sborra e ti scasserò così tanto che piscerai sperma dal culo e non riuscirai a camminare per una settimana».
Estrasse il dito e, senza un attimo di esitazione, appoggiò la punta della sua cappella contro la mia entrata. Era bollente, immensa, sproporzionata. Era così grossa che non sarebbe potuta entrare. Ne ero certo. Sentii la pressione aumentare, una forza inarrestabile che spingeva per farsi spazio in un posto che non era stato progettato per accogliere qualcosa di così grande.
«Ti prego...» cercai di dire, ma la parola mi morì in gola quando lui diede una spinta secca, decisa, brutale.
«Zitta, troia. Tieni, prendilo».
Il dolore fu un’esplosione di luce bianca dietro le palpebre. Sentii la pelle del mio buco del culo tendersi fino al limite della lacerazione mentre la sua enorme cappella si faceva strada dentro di me. Era come essere infilzato da un palo di ferro incandescente. Inarcai la schiena, le dita che si aggrappavano agli scatoloni, mentre un gemito strozzato mi usciva dalle labbra.
«Zitto!» sibilò lui, afferrandomi di nuovo per i capelli e tenendomi la testa schiacciata verso il basso. «Prendilo tutto. Prenditi tutto il mio cazzo dentro, frocio!»
Con un’altra spinta poderosa, finì di affondarlo fino alla radice. Sentii le sue palle pelose e pesanti battere contro le mie chiappe, un suono di carne contro carne che rimbombò nella stanza. Ero pieno. Ero colmo in un modo che non avrei mai immaginato possibile. Ogni fibra del mio essere era tesa attorno alla sua verga, che sentivo pulsare dentro di me, occupando ogni millimetro dello spazio interno.
Rimase immobile appena qualche secondo, lasciando che il mio corpo si abituasse a quell'invasione. Io gemevo, tremavo, le lacrime mi rigavano il volto, ma il dolore stava lentamente mutando in qualcosa di impensabile. C’era una nota di piacere cupo, un formicolio elettrico che partiva dal punto in cui il suo cazzo premeva contro la mia prostata e si irradiava in tutto il bacino.
Poi, iniziò a muoversi.
All’inizio erano spinte lente, deliberate, ogni volta uscendo quasi completamente per poi affondare di colpo, con decisione, con rabbia, facendomi sussultare. Ogni volta che entrava, sentivo il mio buco del culo che si stringeva disperatamente attorno a lui, cercando di trattenere quella mole di carne. Il rumore dei nostri corpi che si scontrano, lo schiocco umido della sua pelle contro la mia, il suono del suo respiro che diventava sempre più animalesco, tutto contribuiva a creare un’atmosfera di violenta intimità.
«Ti piace, vero? Ti piace farti inculare da un uomo vero, troia», ringhiava lui, aumentando il ritmo.
Le sue spinte divennero più veloci, più feroci. Non c’era alcuna pretesa di delicatezza. Mi stava usando, mi stava scopando come se fossi un oggetto, solo per il suo piacere. Ero un buco senza volto destinato allo sfogo la sua bramosia. La sua forza era sovrumana. Ogni colpo mi spingeva in avanti contro gli scatoloni, facendoli scricchiolare e cadere. La mia camicia di seta era ormai un cencio bagnato di sudore.
Il mio cazzo, dimenticato, sbatteva contro il mio addome ad ogni colpo, gocciolando liquido pre-eiaculatorio sul pavimento. Non avevo bisogno di toccarmi. La stimolazione interna era così intensa, così totale, che sentivo di essere sull’orlo di un orgasmo violento. Il dolore era diventato lo sfondo, una cornice necessaria per quel piacere devastante che mi stava consumando.
«Sì... sì, continua... Fottimi, fottimi… più forte» arrivai a gridare, la voce rotta dai sussulti.
Lui non rispose con le parole, ma con grugniti. Mi afferrò per la vita, sollevandomi leggermente le gambe per cambiare l’angolo di penetrazione. Ora ogni sua spinta colpiva dritto il mio punto sensibile con la precisione di un martello pneumatico. Sentivo le vene del suo cazzo grattare contro le pareti del mio retto, una sensazione ruvida e magnifica che mi faceva perdere i sensi.
La stanza sembrava girare. Forse non esisteva più. Il rosso della luce si faceva sempre più intenso, come se il camerino stesso stesse sanguinando. Sentivo l’odore del suo cazzo, della mia carne dilaniata, del sudore che ci colava addosso. Eravamo due animali chiusi in una gabbia, legati da un atto di pura prevaricazione fisica.
«Sto per sborrare... sto per sborrarti dentro tutto quanto, cagna rotta in culo» urlò lui, la voce che spezzava finalmente il suo controllo.
Il suo ritmo divenne frenetico, una scarica di colpi disperati e potentissimi. Mi sentivo morire e rinascere a ogni affondo. La pressione dentro di me crebbe fino a diventare insopportabile. Sentii il suo cazzo sussultare, diventare ancora più duro, se possibile, e poi un calore immenso, liquido e denso, esplose dentro di me.
Ho sentito chiaramente i getti di sborra bollente che inondavano il mio buco del culo, riempiendomi e schizzando fuori ad ogni affondo, non trovando abbastanza spazio dentro. Continuava a spingere, a pompare il suo seme dentro di me con una foga cieca, mentre il suo corpo veniva scosso dai tremiti violenti dell’orgasmo. In quel preciso istante, senza che io facessi nulla, anche il mio cazzo esplose. Sborrai lontano, macchiando gli scatoloni. Un piacere così forte che mi tolse il respiro, facendomi vedere le stelle. Non lo avevo mai provato prima con le mie seghe notturne.
Rimanemmo fermi per lunghi minuti, ansimando l’uno contro l’altro. Lui era ancora dentro di me, il suo cazzo che pulsava lentamente mentre si sgonfiava rilasciando le ultime collate di sperma. Sentivo la sua sborra calda che cercava di uscire, scivolando via tra le mie natiche, ma lui premeva ancora, non volendo lasciarmi andare.
Infine, con decisione, si ritrasse producendo un suono umido e prolungato. Mi sentii improvvisamente vuoto, un guscio privo di vita. Caddi in ginocchio, le gambe che non mi reggevano più. Lui si ricompose con una calma glaciale, come se non fosse successo nulla. Si chiuse i pantaloni, si infilò di nuovo i guanti.
Mi guardò dall’alto in basso, un ultimo sguardo di disprezzo misto a soddisfazione.
«Adesso puoi entrare nel locale, ragazzino», disse, con un tono neutro che faceva più male di uno schiaffo. «Il pedaggio è stato pagato».
Uscì dalla stanza senza voltarsi, lasciandomi solo nell’oscurità tinta di rosso, sporco di sborra, il buco dolorante e grondante la sua viscida crema. Ero a pezzi ma consapevole che quella notte non l’avrei mai dimenticata.

(Il presente racconto, essendo di carattere erotico, ha il solo scopo di eccitare i nostri istinti animali ma non per questo va preso alla lettera. Le stesse cose si possono fare con le dovute precauzioni. Non fate mai sesso senza preservativo: non rovinatevi la vita ma non mancate di godervela il più possibile. Buona sega a tutti).

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