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Gay & Bisex

LASCIARSI ANDARE – I


di Foro_Romano
24.04.2026    |    3.176    |    4 9.5
"Era stato un gesto di una mascolinità così pura e priva di sovrastrutture che Giorgio non riusciva a smettere di pensarci..."
LASCIARSI ANDARE – I: L'incontro silenzioso

Il silenzio della campagna forlivese era qualcosa a cui Giorgio non era ancora del tutto abituato. Dopo quindici anni trascorsi nel cuore pulsante di Bologna, tra il traffico dei viali e il brusio costante dei portici, quella nuova dimensione di isolamento gli pareva, a tratti, quasi irreale. Si era trasferito in quella villetta isolata, circondata da un muro di cinta in pietra e da una vegetazione rigogliosa, per necessità e per amore. Chiara, sua moglie, aveva ricevuto un’offerta che non si poteva rifiutare: tre anni a New York per dirigere una prestigiosa galleria d’arte. Giorgio, avvocato civilista con la fortuna di poter gestire gran parte del lavoro in smart working, aveva deciso di lasciare il caos della città e rifugiarsi in quella provincia silenziosa, dove il tempo sembrava scorrere secondo ritmi dimenticati.
Si osservò allo specchio del bagno, subito dopo aver terminato una sessione di lavoro particolarmente intensa al computer. A quarantacinque anni, il suo corpo portava i segni di una giovinezza passata a sollevare pesi in palestra, ma anche quelli di una maturità più pigra, fatta di lunghe ore alla scrivania e qualche bicchiere di vino di troppo la sera. Era alto un metro e settantacinque, con una struttura robusta che tradiva ancora le spalle larghe dell'ex palestrato, anche se ora una leggera pancia ammorbidiva il suo profilo. La barba folta, brizzolata quel tanto che bastava per dargli un’aria autorevole, incorniciava un viso dai lineamenti decisi, dominato da un paio di occhi azzurri limpidi. Si passò una mano sul petto, dove una foresta di peli scuri e folti si estendeva fino all'addome, scendendo poi verso il basso.
Quella mattina il caldo era particolarmente opprimente, una cappa di umidità che rendeva l'aria pesante. Giorgio decise di farsi una doccia per rinfrescarsi prima del pranzo. Si spogliò lentamente, lasciando cadere i vestiti sul pavimento di cotto. Il suo cazzo, di media lunghezza, riposava pigro tra il fitto cespuglio di peli neri. Entrò nel box doccia, godendosi il getto d'acqua fredda sulla pelle accaldata. Chiuse gli occhi, lasciando che l'acqua gli scivolasse sulla testa, dove i capelli, tenuti sempre molto corti, si inzupparono all'istante.
Quando uscì dalla doccia, la pelle ancora bagnata e il vapore che appannava leggermente l’ambiente, non si curò di coprirsi. In quella casa era solo. Chiara era a migliaia di chilometri di distanza e la proprietà era talmente isolata che non sentiva il bisogno di alcuna prudenza. Afferrò un asciugamano, ma prima ancora di passarselo sul corpo si bloccò.
Sulla soglia del bagno, immobile, c’era un uomo.
Giorgio ebbe un sussulto, un brivido di pura sorpresa che gli percorse la schiena. Non era un ladro, non ne aveva l’aspetto. Era un uomo sulla sessantina, massiccio, con un fisico appesantito dagli anni ma che trasmetteva una solidità rurale. Era alto circa un metro e ottanta, completamente calvo, con un paio di occhiali appoggiati sul naso e dei baffi folti, anch’essi brizzolati, che coprivano il labbro superiore. Indossava una camicia di flanella leggera aperta sul davanti, che rivelava un petto interamente ricoperto di peli bianchi, fitti come una pelliccia.
«Ehi... e lei chi è?» riuscì a dire Giorgio, la voce leggermente incrinata dallo stupore. Nonostante la sorpresa, non provò paura. C’era qualcosa nell'espressione dell’uomo, una sorta di calma atavica, che disinnescava ogni istinto di fuga o difesa.
L’uomo non distolse lo sguardo. I suoi occhi, piccoli ma acuti dietro le lenti, non fissavano il volto di Giorgio, ma erano scesi più in basso. Scrutavano con una curiosità non celata il corpo nudo dell’avvocato, indugiando sul petto villoso e poi scendendo, con una lentezza quasi metodica, verso il suo cazzo che pendeva rilassato tra le gambe.
«Sono Alfio, il giardiniere,» rispose l’uomo con una voce profonda, leggermente roca, tipica di chi ha passato la vita all'aria aperta. «Non sapevo che la casa fosse stata affittata. Il proprietario non mi ha detto niente. Sono venuto a controllare l’impianto d’irrigazione.»
Giorgio rimase lì, immobile, nudo come Dio l’aveva fatto, sotto lo sguardo indagatore di Alfio. L’imbarazzo avrebbe dovuto sopraffarlo, avrebbe dovuto afferrare l’asciugamano e coprirsi freneticamente, ma non lo fece. C’era un’elettricità strana nell'aria, un senso di sospensione che lo teneva inchiodato al pavimento.
«Piacere, Alfio. Io sono Giorgio. Mi sono trasferito da poco,» rispose, cercando di darsi un contegno nonostante la nudità totale. «Non sapevo ci fosse un giardiniere fisso. Mi scusi, non volevo... beh, non mi aspettavo nessuno.»
Alfio non sembrava affatto disturbato. Anzi, il suo sguardo continuava a percorrere i contorni del corpo di Giorgio. Si soffermò sui piccoli capezzoli di Giorgio, seminascosti dai peli, per poi tornare a fissare il suo sesso. Giorgio sentì un calore insolito salirgli alle guance, ma anche una strana, inspiegabile spinta a restare così, in mostra davanti a quello sconosciuto.
«Ha un bel fisico, lei,» commentò Alfio in modo schietto, quasi brutale nella sua semplicità. «Si vede che si è preso cura di sé.»
Giorgio abbozzò un sorriso incerto. «Un tempo più di adesso, temo.»
Alfio fece un passo avanti, entrando nel bagno. L’odore di terra, di erba tagliata e di un tabacco forte emanava dai suoi vestiti, mischiandosi all'odore di sapone e umidità della stanza. «Mi scusi, Giorgio. Mi scappa la pipì da un’ora. Posso usare il bagno prima di andare in giardino?»
La richiesta era così insolita e diretta che Giorgio non ebbe il tempo di razionalizzare. «Certo, faccia pure.»
Si aspettava che Alfio gli chiedesse di uscire, o che aspettasse che lui si fosse rivestito. Invece, l’uomo si avvicinò al water, proprio accanto a dove Giorgio stava in piedi. Senza la minima esitazione, Alfio si sbottonò i pantaloni di tela grezza e tirò fuori il suo cazzo.
Giorgio rimase impietrito. Non riuscì a distogliere lo sguardo. Il cazzo di Alfio era imponente, anche se a riposo, di un colore scuro che contrastava con la bianchezza dei peli che circondavano la base. Il giardiniere iniziò a pisciare con un getto potente, rumoroso, senza minimamente curarsi della presenza dell’altro uomo a pochi centimetri da lui.
«Non c'è problema, sa?» disse Alfio, volgendo leggermente la testa verso Giorgio mentre continuava a urinare. «Può rimanere anche lì. Tra uomini non c'è niente da nascondere.»
Così Giorgio rimase lì, a guardare. Guardò il getto di piscio che colpiva l’acqua del water, guardò la mano callosa e segnata dal lavoro di Alfio che reggeva il membro, guardò la pancia dell’uomo che spuntava dalla camicia. Era una situazione assurda, surreale. Eppure, sentiva che le sue gambe non volevano muoversi. C’era un fascino primitivo in quella mancanza di vergogna, in quel corpo così diverso dal suo. Più vecchio, più logoro, eppure così imponente nella sua nudità parziale.
Quando Alfio ebbe finito, scosse il cazzo con un paio di colpi decisi, lo ripose nei pantaloni e si richiuse la patta. Si voltò verso Giorgio, con un cenno del capo gli fece un saluto quasi solenne.
«Ci vediamo in giro, allora. Vado a fare i lavori,» disse Alfio, prima di uscire dal bagno con la stessa calma con cui era entrato.
Giorgio rimase solo, nel silenzio interrotto solo dal ticchettio delle gocce d'acqua che ancora cadevano dal soffione della doccia. Sentiva il cuore battere un po' più forte del normale. Si guardò di nuovo allo specchio e, per la prima volta in vita sua, si chiese cosa avesse visto in quel giardiniere. Perché non si era coperto? Perché era rimasto a guardarlo pisciare come se fosse la cosa più naturale del mondo?
Nei giorni successivi, Alfio non si vide. La casa tornò a essere il suo eremo silenzioso. Tuttavia, il ricordo di quell'incontro non lo abbandonava. Mentre lavorava alle sue pratiche legali, la sua mente tornava spesso alla figura massiccia del giardiniere, alla sua pelle coperta di peli bianchi, al modo in cui lo aveva guardato. Giorgio si definiva un eterosessuale convinto; amava Chiara, la sua vita matrimoniale era sempre stata soddisfacente, eppure l’immagine del cazzo di Alfio nel bagno continuava a riaffiorare nei suoi pensieri con una persistenza inquietante.
Passò una settimana. Il caldo divenne ancora più intenso, una calura padana che sembrava sciogliere l’asfalto della strada sterrata che portava alla villa. Nel pomeriggio, finita una call con uno studio associato di Milano, Giorgio sentì il bisogno di freschezza. La proprietà disponeva di una piscina incantevole, protetta da una siepe alta che garantiva una privacy assoluta.
Non c’era nessuno in giro. Il ronzio delle cicale era l'unico suono che riempiva l'aria. Giorgio decise che non aveva senso mettersi il costume. Si spogliò in camera, lasciò i vestiti sul letto e uscì in giardino completamente nudo. La sensazione dell'aria calda sulla pelle nuda era inebriante. Si sentiva libero, padrone di quello spazio.
Si tuffò in piscina, godendosi l'abbraccio dell'acqua fresca. Nuotò per qualche minuto, sentendo i muscoli rilassarsi. Quando decise di riemergere, appoggiò le mani sul bordo di pietra della vasca e si sollevò, lasciando che l'acqua scivolasse via dal suo petto peloso, dai fianchi, dalle gambe.
Appena fuori dall'acqua, si accorse di non essere solo.
A pochi metri di distanza, Alfio era intento a sistemare il glicine che si arrampicava sulla pergola accanto alla zona solarium. Aveva le cesoie in mano e stava lavorando con precisione, ma al rumore dell'acqua si voltò.
Giorgio rimase immobile sul bordo della piscina, l'acqua che gocciolava dal suo cazzo e dalle palle, bagnando il pavimento.
«Buongiorno Alfio,» disse Giorgio, cercando di mascherare l'imbarazzo con una finta naturalezza. «Mi spiace che ogni volta che vieni a lavorare mi trovi nudo.»
Alfio appoggiò le cesoie su un muretto e si tolse gli occhiali, pulendoli con un lembo della canotta bianca che metteva in risalto le spalle larghe e le braccia possenti, ricoperte di peli bianchi. La canotta era leggermente umida di sudore e aderiva al suo petto, lasciando intravedere i capezzoli rosa, grandi e turgidi.
«Non è un problema, Giorgio. Anzi,» rispose il giardiniere, rimettendosi gli occhiali e fissandolo con intensità. «In questo giardino non c'è nessuno che può guardare. Solo io. E a me non dà fastidio vedere un bell'uomo come lei che si gode la sua casa.»
Lo sguardo di Alfio scese di nuovo verso il basso. Non era uno sguardo lascivo nel senso comune del termine; era uno sguardo di apprezzamento pesante, solido, quasi tattile. Giorgio sentì un brivido attraversarlo, nonostante il calore del sole. Il modo in cui Alfio pronunciava le parole, con quella cadenza romagnola lenta e profonda, gli faceva vibrare qualcosa dentro.
«Io... ora mi rivesto,» balbettò Giorgio.
«Faccia come crede,» disse Alfio, tornando al suo lavoro. «Ma sappia che la natura è fatta per essere vissuta così. Senza troppi stracci addosso.»
Giorgio raccolse l’asciugamano che aveva lasciato su una sdraio e se lo avvolse intorno alla vita. Si allontanò velocemente verso casa, sentendo gli occhi di Alfio sulla schiena per tutto il tragitto. Entrò in salotto, chiuse la porta a vetri e respirò affannosamente. Si sentiva come un adolescente sorpreso a fare qualcosa di proibito. Ma c’era dell’altro. C’era una tensione sessuale che non aveva mai provato prima, una curiosità carnale che metteva in discussione ogni sua certezza.
Nelle due settimane successive, Alfio sparì di nuovo. Giorgio cercava di concentrarsi sul lavoro, ma la sua routine era ormai compromessa. Ogni volta che faceva la doccia, si ritrovava a controllare se la porta fosse chiusa a chiave, una precauzione che prima non prendeva mai. Eppure, una parte di lui sperava segretamente di sentire quel passo pesante nel corridoio, di vedere di nuovo quell'uomo calvo e baffuto sulla soglia.
Iniziava a studiare i tempi. Quando veniva Alfio? Non c'era un orario fisso. Sembrava apparire dal nulla, come se emergesse direttamente dalla terra del giardino. Giorgio si ritrovava a camminare nudo per casa più del solito, quasi a voler provocare un altro incontro fortuito. La nostalgia di Chiara, che prima lo tormentava, era stata sostituita da un’ossessione nuova, più viscerale.
Ricordava ogni dettaglio di Alfio: la pelle delle braccia segnata dal sole, il petto villoso, i peli bianchi che spuntavano dalla canottiera. E soprattutto, ricordava quel momento in bagno, quando Alfio aveva tirato fuori il suo cazzo davanti a lui. Era stato un gesto di una mascolinità così pura e priva di sovrastrutture che Giorgio non riusciva a smettere di pensarci.
Iniziarono i sogni. Giorgio sognava di trovarsi in giardino, disteso sull'erba, mentre le mani ruvide di Alfio lo toccavano.
Si svegliava con il cuore in gola e il cazzo duro, un'erezione prepotente che chiedeva di essere sfogata. Si masturbava pensando al giardiniere, provando un misto di vergogna e piacere proibito che lo eccitava oltre ogni misura. Non era solo il desiderio di un uomo; era il desiderio di quell'uomo, di quella figura paterna e brutale allo stesso tempo, che sembrava conoscere segreti che Giorgio non aveva ancora osato confessare a sé stesso.
La sua identità di "eterosessuale convinto" stava iniziando a sgretolarsi sotto i colpi di quel desiderio inaspettato. Si chiedeva se fosse la solitudine, o se quel lato di sé fosse sempre rimasto lì, sepolto sotto anni di convenzioni sociali e vita borghese a Bologna.
Il caldo non accennava a diminuire. Era una domenica pomeriggio e l’afa era quasi insopportabile. Giorgio pensò che la domenica Alfio non sarebbe dovuto venire, ma il desiderio di rivederlo era diventato un chiodo fisso. Decise di sfidare la sorte. Prese un asciugamano e uscì in giardino.
Si sdraiò su una sedia a sdraio in una zona d’ombra, vicino alle siepi di alloro. La privacy era assoluta, come sempre. Si tolse l'asciugamano, restando completamente nudo sotto la luce filtrata dalle foglie. Il silenzio era rotto solo dal ronzio degli insetti. Giorgio chiuse gli occhi, cercando di rilassarsi, ma il suo corpo era in tensione. Ogni piccolo rumore, il fruscio di una foglia o il verso di un uccello, gli faceva sussultare il cuore.
Iniziò a pensare ad Alfio. Immaginò l’uomo che usciva dalla rimessa degli attrezzi, che lo guardava disteso così, vulnerabile e offerto. Immaginò le mani del giardiniere, sporche di terra, che si posavano sulle sue cosce. Senti il proprio cazzo reagire ai pensieri, gonfiandosi e sollevandosi contro la pancia.
Senza nemmeno rendersene conto, la sua mano destra scese verso il basso. Iniziò a carezzarsi lentamente, partendo dalle palle, sentendo la pelle dello scroto stringersi sotto le dita. Poi afferrò l'asta del cazzo, che era ormai quasi completamente eretta. Iniziò a pompare lentamente, con gli occhi chiusi, visualizzando Alfio che lo osservava con approvazione.
Il piacere era intenso, amplificato dal rischio di essere visto e dal calore dell'aria. Giorgio respirava a fatica, la bocca aperta, mentre il ritmo della sua mano aumentava. Immaginava la bocca di Alfio, nascosta dai baffi, che si avvicinava al suo collo. Immaginava il peso del corpo dell’uomo sopra di lui, il contatto tra i loro peli, neri e bianchi che si intrecciavano.
Era quasi al limite. Il piacere stava per esplodere in un orgasmo violento quando, improvvisamente, sentì qualcosa che non faceva parte del suo sogno.
Un’ombra oscurò la luce che filtrava attraverso le palpebre chiuse. E poi, una sensazione tattile, reale, inequivocabile. Una mano rugosa, callosa, la mano di un uomo che aveva lavorato la terra per decenni, si chiuse con decisione sul suo cazzo, sovrapponendosi alla sua.
Giorgio sgranò gli occhi, il fiato mozzo.
Alfio era lì. Era inchinato sopra di lui, le ginocchia sull'erba. Era completamente nudo. La sua pelle era ancora più bianca e coperta di peli di quanto Giorgio avesse immaginato. Il petto massiccio pendeva leggermente in avanti, mostrando i grandi capezzoli rosa. E tra le sue gambe, il suo cazzo era enorme, completamente dritto, una colonna di carne venosa che puntava verso il cielo, pulsando di vita.
Il giardiniere lo fissava dritto negli occhi dietro le lenti degli occhiali. Non c'era esitazione, non c'era dubbio.
«Ti stavi divertendo, Giorgio?» sussurrò Alfio, la voce come un rombo profondo che sembrava provenire dalle viscere della terra.
Giorgio non riuscì a rispondere. La sorpresa, l’eccitazione e la paura si mescolarono in un cocktail esplosivo. Ma non si ritrasse. Anzi, spinse il bacino verso l’alto, offrendo ancora di più il suo sesso alla stretta di Alfio.
In quel momento, ogni barriera crollò. Giorgio si rese conto che non stava solo aspettando il giardiniere; stava aspettando questo momento da tutta la vita. La realtà della sua esistenza precedente, lo studio legale, il matrimonio, le cene a Bologna sbiadì fino a diventare un ricordo sfocato. L'unica cosa che contava era quell'uomo nudo sopra di lui, l'odore di maschio maturo che emanava dal suo corpo, e la promessa di un piacere che non aveva mai osato esplorare.
Alfio iniziò a masturbarlo con forza, con una maestria che lasciò Giorgio senza fiato, mentre con l'altra mano afferrava il proprio cazzo enorme, iniziando un ritmo sincrono che faceva vibrare l'aria intorno a loro.
Giorgio sentì le lacrime salirgli agli occhi, ma non erano lacrime di tristezza. Era il sollievo di chi finalmente, dopo anni di finzioni, stava iniziando a lasciarsi andare.

(Il presente racconto, essendo di carattere erotico, ha il solo scopo di eccitare i nostri istinti animali ma non per questo va preso alla lettera. Le stesse cose si possono fare con le dovute precauzioni. Non fate mai sesso senza preservativo: non rovinatevi la vita ma non mancate di godervela il più possibile. Buona sega a tutti).
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