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La Troietta del Tavolo da Ping-Pong #2 di 6


di Membro VIP di Annunci69.it giorgal73
08.06.2026    |    263    |    2 9.2
"Allungo la mano, glielo prendo alla base e sento che è caldissimo, la pelle tesa e viva..."
--- Premessa ---
La mia amica Laura leggendo il primo racconto si è eccitata da morire e mi me ne ha chiesto un secondo, più spinto, più esagerato, mi ha raccontato una sua giornata al parco e da li i miei polpastrelli hanno preso vita. Il racconto è lungo e l’ho diviso in 6 parti, tutte disponibili nella sezione trio, quindi leggetele e commentatele. Laura ama i commenti, la sua anima esibizionista vi potrebbe ricompensare. Mentre io vi ringrazierò, ma come al solito lascio un invito a tutte le donne che leggendomi, proveranno il desiderio di conoscermi dal vivo ovviamente.

--- Parte 2 – Ping-pong e primi sguardi ---

Luca, invece, resta vestito, ma si vede che è sudato anche lui: la maglietta azzurra gli si è appiccicata sulla schiena e disegna bene le spalle larghe. Quando corre dietro alle palline, ride ancora più forte e si vede la lingua che gli passa sulle labbra ogni volta che si concentra. Quando perde un punto, si prende in giro da solo, dice parolacce che mi fanno ridere e che mi fanno venire voglia di sentirle gridare in un altro modo, magari sotto il mio peso.

Sto fissando la partita, ma in realtà sto spiando ogni dettaglio, come se fossi io la predatrice e loro la mia preda. Ogni volta che si muovono sento il battito del cuore che accelera, ogni goccia di sudore mi sembra più interessante dell’ultima. Il caldo non aiuta: sotto i mini-jeans sento la pelle che si appiccica, la figa comincia a pulsare come se avesse vita propria, e ogni tanto devo spostare le gambe perché l’umidità si sta facendo imbarazzante. Mi lecco le dita per girare pagina sul Kindle, come se fosse un libro vero, ma in realtà lo faccio per vedere se qualcuno dei due se ne accorge. E se ne accorgono: Giorgio mi fa un sorrisetto, Luca si morde il labbro e continua a giocare, ma con meno attenzione.

Arriva il momento in cui capisco che stanno giocando solo per me, che la partita è una scusa per vedermi sudare e fremere sulla panca. Di tanto in tanto Giorgio si avvicina al tavolo, appoggia la racchetta e si strofina il sudore sulla fronte, ma quando lo fa alza le braccia e mi mostra le ascelle piene, una cosa che dovrebbe farmi schifo ma invece mi eccita. Luca ogni tanto fa cadere la pallina apposta, si piega a raccoglierla in modo che il culo sia rivolto verso di me e poi rimane in quella posizione un secondo più del necessario. Insomma, è un gioco a tre, e io sono tanto dentro quanto loro.

Sento la voglia montare dentro, un’onda lunga e salata che mi fa venire voglia di schiacciare le gambe, strofinare la figa contro la stoffa come una ragazzina. Non faccio niente per nasconderlo, anzi: mi sistemo meglio sulla panca, apro un po’ le gambe e incrocio le ginocchia, così che si veda bene che non ho vergogna. I capezzoli sono ormai duri come chiodi, sotto il top si vedono benissimo, e so che anche questo fa parte dello spettacolo. Giorgio mi lancia un’occhiata e ride; Luca la segue e ride anche lui, ma con una nota di malizia che non avevo mai visto prima.

Si scambiano un’occhiata d’intesa, poi Giorgio prende fiato e dice, abbastanza forte da farmi passare la voglia di far finta di non ascoltare: «Guarda che troietta… i capezzoli le spuntano come due bottoni.»

Luca non si tira indietro, anzi raccoglie subito il tono e mi ci affoga dentro. Ride e dice: «E scommetto che sotto quei mini jeans non ha nemmeno le mutande.» Per un attimo c’è come un vuoto: la battuta rimane sospesa nell’aria, la raccolgo in silenzio e la lascio ricadere tra noi tre senza paura. Li fisso, uno per volta, mi misuro con loro e decido che posso reggere il gioco. Così li guardo dritto negli occhi, prima Giorgio, poi Luca, e rispondo solo con un sorrisino pigro, uno di quelli che sembrano dire “continuate pure, avete ancora molta strada da fare”.

Giorgio vince la partita con uno smash esagerato che manda la pallina a schiantarsi contro il mio tavolo, proprio davanti a me. Poi fa il giro e si piazza davanti, a torso nudo, con tutto il sudore e i peli e i tatuaggi che sembrano farsi più evidenti ogni volta che cambia posizione. Luca appoggia la racchetta, prende una bottiglietta d’acqua dal suo zaino e la beve tutta d’un fiato, senza mai togliere gli occhi di dosso dal mio corpo. Vedo che Giorgio mi scruta i capezzoli, mentre Luca si concentra più in basso, sulle gambe nude. Il tempo si allunga come gomma mentre tra di noi si fa più spesso il campo magnetico della voglia. Nessuno ha più voglia di fingere niente.

«Possiamo sederci un attimo?» chiede Giorgio, ma non è una vera domanda. Si siede accanto a me, prendendosi metà della panca senza chiedere permesso. Luca si mette di fianco, abbastanza vicino da sfiorarmi col ginocchio. Capisco che stanno aspettando che faccia o dica qualcosa, che dia il via libera definitivo. E allora lo faccio: chiudo il Kindle e lo metto via, senza nessuna fretta, come se fosse la cosa più naturale del mondo. Poi li guardo e dico: «Sedetevi pure… tanto lo so che non siete venuti qui solo per il ping-pong.» La mia voce è quasi un sussurro, ma li prende alla gola.
Giorgio lascia cadere una risata bassa, profonda. «Già. Si vede che non sei tipo da farti mettere sotto.» Poi abbassa lo sguardo, sul mio petto, e aggiunge: «Ma sai che hai delle tette assurde? Così piccole ma così… dritte. E quei capezzoli sono da schiaffi, davvero.» Mi fissa negli occhi, e stavolta la sfida è esplicita.

Luca ride di nuovo, ma non si ferma lì. Si avvicina ancora un po’, poggia il gomito sul tavolo e dice: «Se vuoi li schiaffeggio io, basta chiedere.» E mi lancia un’occhiata che buca.
Per un attimo resto in silenzio, a misurare la distanza che separa la promessa dalla realtà. Sento le cosce che premono forte, ogni cellula del mio corpo è concentrata tra le gambe.

Alzo lo sguardo come se niente fosse e dico: «Non parlate troppo, che poi uno si aspetta chissà cosa e resta deluso.»

«Vuoi metterci alla prova?» chiede Giorgio. La sua voce è diventata rauca, come se fosse già dentro.

Non rispondo subito. Ma allungo una mano e gli tocco il braccio, all’altezza della spalla. La pelle è calda e bagnata, quasi viscida di sudore. Sento che si irrigidisce appena. Dall’altra parte Luca ha iniziato a tamburellare le dita sul tavolo, ma vedo che il ginocchio si muove a scatti sotto il piano di legno. Sono tesissimi. Mi piace tenerli così, appesi a un filo.
«La verità» dico, «è che sono curiosa. Voglio vedere se siete davvero così bravi come sembra, o se fate solo i buffoni.» Poi sorrido e, stavolta, abbasso gli occhi per davvero, abbasso le difese, mi lascio andare.

Giorgio non aspetta altro. Prima mi afferra il polpaccio sotto il tavolo, lo stringe con una mano enorme che sembra volerlo spezzare; poi sale, risale, mi sfiora il ginocchio, scivola appena sotto i jeans cortissimi. Lo fa con una lentezza che mi costringe a sentire ogni singolo millimetro di pelle, ogni singolo battito di cuore. Luca invece si stacca dal tavolo e si mette davanti a me, in piedi, come se volesse proteggere la visuale o forse solo farmi vedere a che punto è arrivato.
Sotto il tavolo sento la mano di Giorgio che si infila sempre più su, e la pressione delle dita che mi trova già pronta, già umida. Mi morde il braccio, leggero, quasi per testare la mia reazione. «Se ti dà fastidio dimmelo» dice. Ma si sente che non lo pensa davvero, che spera nell’opposto.

«Non mi dà fastidio» rispondo. E in realtà mi piace tantissimo.

La mano sale ancora. Affonda tra le cosce, trova la pelle nuda, trova la figa che ha già iniziato a pulsare. Sento il pollice di Giorgio che sfiora il clitoride, poi le sue dita che cercano la strada verso l’interno. Apro appena le gambe, di qualche centimetro, e basta quello per fargli capire che non sto bluffando. Lui emette un suono basso, quasi un ringhio di piacere, e mi prende più forte.

Luca mi osserva con un’espressione stranissima, come se vedesse qualcosa di sacro e di bestiale allo stesso tempo. Poi si sporge un po’ in avanti, mi prende il mento con la mano e mi costringe a guardarlo negli occhi. «Sei proprio una porca» dice, ma senza cattiveria. Sembra quasi affetto.

Sorrido. «E tu?» chiedo. «Sei capace di fare qualcosa o guardi solo?» Non lo dico per provocare, ma perché voglio vedere come reagisce.

Luca risponde subito. Afferra il bordo dei suoi pantaloncini, se li tira giù insieme ai boxer, e il cazzo gli salta fuori all’istante, lungo e duro e pulsante. Lo guarda anche Giorgio, che ride e dice: «Minchia, ecco perché ti chiamano ‘l’olandese’». Poi mi guarda e aggiunge: «Lo vuoi assaggiare?»

Non ci penso due volte. Allungo la mano, glielo prendo alla base e sento che è caldissimo, la pelle tesa e viva. Sento le vene sotto le dita, sento il tremore che passa da lui a me. Lo tiro verso di me, lo avvicino alla bocca, e sento già il sapore di sale e pelle e desiderio. La punta è gonfia, lucida di liquido. Gliela lecco, appena, poi la prendo tra le labbra e la succhio piano.

Luca chiude gli occhi, apre la bocca come se gli mancasse il fiato, e piega la testa all’indietro. «Gesù Cristo» dice piano. Poi mi prende la testa tra le mani e mi guida, ma con delicatezza, come se non volesse rompermi. Inizio a succhiarlo davvero, a fondo, e sento che si gonfia ogni volta di più. Sotto il tavolo, la mano di Giorgio ha ormai superato ogni limite: due dita mi entrano dentro, scivolano così facilmente che sembra impossibile. Lui si china verso la mia spalla, la annusa, la morde un po’ più forte.

«Porca puttana… sei un lago» mormora, quasi ammirato.

Lo sono. Sento il bagnato che mi scende tra le gambe, la pelle che si fa elettrica al solo tocco. Ogni volta che Giorgio muove le dita, il piacere si impasta con la sensazione di pericolo, di essere lì, esposti, al parco, a due passi da bambini e vecchi che fanno stretching. Ma questa cosa mi eccita ancora di più. Ogni tanto sento passare qualcuno, ma non smettiamo. Mi piace il rischio, mi piace la sensazione di essere scoperti.
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