Teresa 2/7
Quello che lui non poteva sapere è che ogni volta che lo vedevo ripensavo al suo cazzo, e che quel pezzo di carne viva tempestava i miei sogni facendoli diventare incubi.
Alessio era stato il mio secondo ragazzo, il primo col quale volevo costruire qualcosa di serio, ma come il suo predecessore da un punto di vista di attributi era ben lontano da Romano. Quando facevo l’amore con lui mi ritrovavo a pensare a come sarebbe stato col mio direttore, uno che magari non era sempre gentile, ma che certamente sapeva far godere una donna.
Quei pensieri mi portarono una sera a masturbarmi guardando un video porno, immaginando che al posto dei due attori ci fossimo noi due, e va detto che il lui del filmato era un cavallo di razza.
Poi accadde qualcosa che nessuno se non Dio avrebbe potuto prevedere.
Stavo parlando col mio responsabile di reparto, l’ingegner Alfio Clossi, che lui si portò le mani al petto un attimo prima di cadere per terra colpito dal più classico degli arresti cardiaci.
In seguito, dissero che se non era morto, fu solo perché invece di farmi prendere dal panico come tutti i miei colleghi, corsi nel corridoio a prendere il defibrillatore e dopo averlo sistemato al meglio delle mie capacità, gli diedi diverse scosse sino a quando non gli ripartì il cuore.
Romano piombò nel nostro ufficio un attimo prima dei soccorsi, cercando di tranquillizzare tutti soprattutto chi era più scosso.
“Spegnete tutto e andate via, chi vuole seguire Alfio in ospedale lo faccia, chi invece preferisce tornare a casa non esiti a farlo, per oggi la vostra giornata finisce qui.” ci disse ben sapendo quanto quel malore ci avesse scosso.
“Io vado in ospedale.” dissi prendendo la borsa.
In neanche un’ora la sala d’attesa dell’ospedale sembrava la sala mensa della Silard, perché quasi tutti erano arrivati lì per avere notizie di Alfio, che si sapeva essere sotto i ferri. Arrivò anche la moglie ed i figli, che conoscevano ben poco in quanto Alfio era quasi sinonimo di discrezione, la classica persona che vedi poco ma che è quasi indispensabile sul lavoro.
Quando comparve un provato ma sorridente chirurgo, comprendemmo tutti che il peggio era passato, anche se il bollettino medico era più lungo di un tagliando di una macchina con vent’anni di vita.
La moglie volle che tutti potessimo ascoltare quel che spiegava il chirurgo, dicendo che forse eravamo più noi la sua famiglia di loro che pur erano i parenti più stretti.
“Concludendo il signor Clossi non dico che sia del tutto fuori pericolo, ma certamente il peggio è passato.” sentenziò il dottore “Quel che posso affermare con sicurezza è che per lui la vita lavorativa finisce oggi, a meno che non voglia suicidarsi con nuovo stress che gli sarebbe fatale.”
“Per stare tranquilli domani lo licenzio.” disse Romano anche per stemperare la tensione “Quanto a tutti voi grazie per esser qui, però per voi domani mattina c’è il cartellino.”
La mattina seguente Romano entrò nel nostro ufficio alle otto in punto, ed il suo fu un discorso breve ma estremamente sincero e corretto.
“Non posso dire che Alfio non mancherà, però per il momento non ho intenzione di sostituirlo; quindi, faremo come se fosse in vacanza ed andremo avanti senza di lui. So che questo non è il mio posto, ma assumerò la guida di questa sezione ad interim, perché prima di scegliere il suo sostituto voglio prima sentire lui, che come ben sapete al momento ha qualche problema a parlare.” ci disse con un tono che definire rassicurante è ancora poco, per poi rispondere ad alcune domande di ordine pratico.
Quello che non riuscivo a comprendere è come potesse un uomo del genere, un leader nato con una cultura quasi enciclopedica, essere lo stesso uomo che m’aveva umiliata e costretta ad un rapporto orale solo un paio di settimane prima.
Nei giorni che seguirono Romano divenne a tutti gli effetti il direttore della sezione progetti, facendo riunioni quotidiane durante le quali parlava poco ed ascoltava molto, e prendendo decisioni spesso non facili ma senza mai sbagliarne una. Di fatto affascinò tutti noi col suo carisma, anche me che lo odiavo sempre meno, tanto da ritrovarmi una sera a fare pensieri sconci su di lui.
Quando Alfio fu in grado di poter avere una discussione in modo quasi normale, Romano fu il primo ad andare a trovarlo, per rimanere con lui un paio d’ore, con la moglie che ascoltava con attenzione la parte che riguardava il futuro del marito.
La signora Clossi non rivelò mai quel che si erano detto il marito e il suo direttore generale, ma visti i fatti che seguirono non ci vuole molto per immaginarlo.
“Entro la fine di questa settimana deciderò chi succederà ad Alfio, e sia chiaro sarà uno di voi.” ci disse Romano alla riunione del mattino “Voglio anche dirvi che non guarderò a quello che fate in questi giorni, ma quello che avete portato all’azienda dal giorno in cui siete entrati, anche se qualche bel progettino nuovo non ci starebbe affatto male.” concluse col suo solito sorriso.
Ebbi subito l’impressione che la promozione ce la saremmo giocata in quattro, massimo cinque persone, e che seppure per motivi diversi eravamo tutti dei bei candidati.
La sera parlai di quello che definii ‘concorso interno per diventare direttore di reparto’ al mio ragazzo, il quale iniziò subito a fantasticare su come sarebbe cambiata la nostra vita se avessi vinto io.
“Senza dimenticare che potremmo anche sposarci.” mi disse con tutto il suo entusiasmo, che però non corrispondeva al mio, anzi….
In quel preciso momento mi resi conto che stavo sprecando la mia vita con quello che era sì un bravo ragazzo, ma nato già vecchio, senza nessuna ambizione personale se non quella di diventare un bravo marito, o forse solo un marito.
Alessio rappresentava il peggio dell’impiegato pubblico, quello che va a lavorare solo per lo stipendio, con la carriera morta ancora prima d’iniziare, con le partite scapoli contro ammogliati e tutto il resto.
Insomma, se non proprio un Fantozzi, almeno un Filini.
“Potrei proporre la mia candidatura al dottor Foti con una bella presentazione.”
In realtà la mia idea era quella di provarci in modo inequivocabile, e solo un cretino come Alessio poteva non capire le mie parole.
È vero tu con quei programmi di grafica fai miracoli.”
“Coglione è la fica che fa miracoli.” pensai mentre lo baciavo.
Quel che mi preoccupava era il dover scopare con un uomo, che era a ben altro livello rispetto sia da Alessio che al mio precedente ragazzo, che va detto non ne facevano una questione primaria esattamente come me. Con lui avrei dovuto tirar fuori quella parte di me che inconsciamente celavo, forse più per vergogna che per reale paura di andare a scoprire i miei limiti. Quel che era chiaro è che con Romano non me la sarei cavata con una sveltina, ma che avrei dovuto avere un rapporto realmente completo, sesso anale compreso.
La mattina mi preparai con cura maniacale, scegliendo quello che forse era il mio intimo più sexy, unito a un abito chiaro e semplice ma che mi calzava come un guanto, e mettendo alla fine un girocollo di perle coi suoi orecchini abbinati. Sapevo di non essere ‘la più bella del reame’, ma anche di avere delle buone carte da potermi giocare.
Dopo una giornata passata con un basso profilo, chiesi a Romano di potergli parlare di persona, il che non era nulla di particolarmente strano soprattutto in quel periodo.
“Vieni a fine orario, così potremmo parlare con calma.” mi rispose quasi sapesse quello che gli avrei chiesto.
Così alle diciotto bussai al suo ufficio, per poi entrare prima che lui mi bloccasse davanti alla porta appena chiusa.
“Scommetto che sei venuta qui per parlare della promozione.” mi disse quasi ridendo.
“Perché ce l’ho scritto in faccia ?”
“Sì e no, diciamo che ho intuito, ma mettiti in testa subito che non te la caverai con un pompino, se vieni qui voglio tutto, e con tutto intendo proprio ogni parte del tuo corpo che possa darmi piacere.”
“Se non fai l’animale a me sta bene.”
Ero già partita da casa con l’idea di avere con lui un rapporto ‘completo’ culo compreso, e del resto la sua mazza era qualcosa che non riuscivo a togliermi dalla testa, nonostante la prima volta l’avessi vista cedendo a un ricatto.
“Non vedo perché dovrei non essendo sadico.” mi rispose senza mai togliersi quel sorriso bastardo dalla faccia “Piuttosto mettiti in ginocchio e vieni qui sul divano, voglio vederti in versione felino.” concluse andandosi a sedere sul divano vicino alla sua scrivania.
Lo raggiunsi sgattaiolando in modo sensuale, poi lui mi fece salire sul divano facendomi sistemare carponi; quindi, mi alzò il vestito per scoprirmi il sedere.
“Vedo che la lezione su cosa mettere sotto il vestito l’hai imparata bene,” mi disse accarezzandomi il sedere “Senza dimenticare che hai un gran culo, e che presto sarà mio.”
Le sue carezze si fecero sempre più audaci, e lo divennero ancor di più dopo che m’abbassò le mutandine lasciandole a metà coscia, tanto che ben presto la sua mano si bagnò dei miei primi umori.
“So che vuoi il mio cazzo cara Teresa, ma te lo devi meritare oggi come in futuro. Perché è chiaro che quello sfigato che ti scopa lo fa da cane, mentre tu meriti ben altro, ora dimmi il tuo ragazzo ha un bel cazzo ?”
Provai a resistere, ma bastò sentire le sue dita sul mio clitoride per farmi perdere ogni freno inibitore.
“No è uno sfigato con un cazzo sotto la media e non lo sa neanche usare bene.” dissi senza provare alcuna vergogna.
“Brava Teresa questo sì che è un parlare onesto ! Adesso t’inginocchi e me lo tiri fuori, il resto già lo sai.”
Feci quello che m’aveva chiesto e finalmente mi ritrovai davanti l’oggetto dei miei desideri, il suo pene ancora un po’ floscio, ma pronto a diventare il dispensatore di piacere che imperversava nei miei sogni più perversi.
Lo presi saldamente alla base con una mano per poi ricoprirlo di piccoli baci, e quindi leccarlo per tutta la sua lunghezza, mentre lo vedevo diventare sempre più duro e gonfio. Vidi lui che si spogliava e così feci lo stesso togliendomi il vestito che oramai era solo d’impaccio, facendo poi quasi volare via il reggiseno per ritrovarmi nuda ai suoi piedi.
“Vieni qui e fammi vedere quanto sei brava a usare la fica.” mi disse facendomi alzare per portarmi sul divano, dove lui s’andò a sedere.
Impiegai pochi secondi a prendere la sua mazza in mano e guidarla dentro la mia passera, dove scivolò dentro neanche fosse stata ricoperta d’olio.
Poi fu semplicemente l’estasi.
Pur non essendo più vergine da anni, fu come rompere nuovamente l’imene, ma questa volta con qualcosa che sapesse di vero maschio, e non di ragazzetto col cazzo per aria. In quel momento compresi l’importanza del sesso in una relazione, e promisi a me stessa che non ne avrei più fatto a meno, anche a costo di lasciare Alessio e la sua poca mascolinità.
Mi strinsi a lui baciandolo quasi con forza, mentre le sue mani s’impadronivano delle mie chiappe, come se volesse farmi capire qual era il suo oggetto del desiderio. Ebbi un orgasmo violento, che scosse ogni cellula del mio corpo, ma che allo stesso tempo mi diede la voglia e la forza di continuare con ancora più passione.
“Questa dalle mia parti la chiamano fame di cazzo.” mi disse sorridendo.
“Non sai come sto godendo.”
“Se vuoi godere lascia fare a me.”
Romano mi sollevò per poi farmi sedere sul divano, quindi iniziò a scoparmi con forza animalesca, dandomi un piacere che sembrava non avesse mai fine.
Ogni penetrazione era un piccolo orgasmo, col suo randello che mi scorreva dentro come un pistone in un cilindro, perfettamente lubrificato dai miei umori che non smettevano mai di uscire. Mi diedi della stupida per aver considerato per anni il sesso qualcosa di marginale, quasi un dovere da sabato sera più che un piacere d’assaporare ad ogni ora, e che la colpa era anche un po’ mia se mi ero messa sempre dei disgraziati che mal sapevano usare i loro membri.
“Mio Dio se ti piace il cazzo !” mi disse mentre mi sbatteva senza darmi un attimo di tregua “Avevo capito che eri una donna repressa, ma non immaginavo sino a questo punto.”
Anche se capivo benissimo quello che usciva dalla sua bocca, la mia era come bloccata e riuscivo solo a gemere più o meno forte.
Non dissi nulla neanche quando mi fece girare, in modo che mi sistemassi carponi sul divano, col culo ben in alto pronto ad esser violato da un momento all’altro.
Il porco iniziò a giocare con le dita, che prima bagnava dentro la mia passera, per poi infilarle nel buchetto facendo sì che questo si allargasse un po’ alla volta. Quando mi ritrovai nel retto il suo pollice provai un minimo di dolore, ma questo fu subito sommerso dal piacere che mi diede la sua mazza nella passera.
Romano mi scopò quel tanto che bastava per far sì che la sua nerchia fosse di nuovo ricoperta dalle mie secrezioni vaginali, poi mi disse quello che in fondo attendevo da tempo.
“Allargati il culo con le mani e rilassati, perché più sei rigida più male senti.”
Come se rilassarsi fosse facile !
Feci un bel respiro, poi cercai di allargarmi l’ano il più possibile, provando a non diventare un pezzo di legno quando sentii la sua cappella provare ad entrarmi dentro.
Non so se fu delicato perché quella era la sua natura, o se perché ero così stretta che il suo pene faceva davvero fatica a farsi largo nel mio sfintere, ma quella che ne uscì fuori fu una penetrazione lenta, e per certi versi anche incredibilmente piacevole.
Pur provando un minimo di dolore a ogni suo passo in avanti, questo era sommerso da un godimento diverso dal solito, più crudo e tinto di perversione. Fu come lacerare quel falso perbenismo che mi aveva sempre contraddistinto nei miei rapporti, dove non riuscivo a concedere tutta me stessa credendo che facendolo sarei passata per una puttana.
Romano invece mi stava sodomizzando come se fosse la cosa più naturale del mondo, senza che io mi sentissi in alcun modo sporca, ma solo una donna con una gran voglia di godere col suo uomo.
Quando compresi che la sua mazza era giunta al capolinea, fu come ripartire dopo una lunga coda in autostrada, schiacciando a fondo il pedale non dell’acceleratore ma del piacere.
Ogni volta sentivo uscire il pene dal mio sfintere non aspettavo altro che ci rientrasse, dandomi una scossa di puro godimento che non è possibile descrivere. Le mie mani mollarono ben presto la presa sulle natiche, e del resto non c’era neanche più la necessità di tenerle li, per finire fra le mie gambe, come se si potessero sommare i piaceri di fica e culo.
Non ebbi neanche un vero orgasmo anale, ma tanti intensi momenti di puro godimento fisico e mentale, in una dimensione dove il tempo non aveva alcuna ragione d’esistere.
“Peccato solo che tu non ti possa vedere.” mi disse con malcelata ironia “Altrimenti potresti capire quanto ti piace essere inculata.”
“Hai ragione, ma lasciami un attimo e stai tranquillo che poi riprendiamo.” gli risposi quasi lanciandomi in avanti in modo da liberarmi da lui.
Romano fece un passo indietro, ed a quel punto potei realizzare quello che volevo in quel momento. Con passo svelto e deciso andai verso la sua scrivania, per poi piegarmi sopra e quindi allargarmi le chiappe come avevo fatto prima.
“Cosa fai lì in piedi, vieni qui voglio che tutto finisce dov’è iniziato.” gli dissi quasi con disprezzo.
Volevo che quella scrivania che all’inizio era stata solo fonte d’umiliazione, diventasse la mia rivincita come donna, e poco importava se l’uomo che era con me fosse sempre lo stesso.
Lui non si fece ripetere due volte l’invito, ma a differenza di quanto fatto prima, usò ben altra premura, e mi sodomizzò con forza, facendomi sì male anche se quello era un piccolo prezzo da pagare per quello che venne dopo.
Una nuova estasi.
Più lui fu brutale più io inconsciamente l’incitavo ad esserlo col mio silenzio-assenso, più lui spingeva con forza, più io non ero sazia della sua nerchia. Fu un rapporto violento, a tratti animalesco, certamente il più intenso della mia vita.
Quando lo sentii venirmi dentro mi lasciai andare, appagata ma anche sfinita, convinta che da quel momento la mia vita avrebbe preso una nuova piega.
“Se ti può interessare il posto da direttrice di sezione è tuo.” mi disse mentre ci rivestivamo.
“Posso chiederti chi avessi in mente prima che finisse così.”
“Tu e chi altro ? Sei una donna con tre palle, alla quale bastava dare una spintarella iniziale per farti rendere al massimo. Ora sei anche meglio, ma questo è un altro discorso.”
Scoppiai a ridere finendo per terra mentre cercavo di rimettermi le mutandine, rendendo così ancor più comico quel momento.
Il giorno seguente fui nominata ufficialmente direttrice del mio reparto, e subito pensai a come liberarmi di Alessio.
Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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