tradimenti
Otto marzo
09.03.2026 |
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"In quel momento la sua voce si spezzò un attimo per poi riprendere intanto che lo scappellava e lo ricopriva e io continuavo a baciarle il collo e, allungandomi, le soffiavo nelle orecchie..."
Rincasavo a piedi, quando passando davanti ad un ristorante un gruppo di donne mi impedì per un attimo il passaggio. Era l’otto marzo e quel gruppetto di quarantenni o giù di lì avevano cenato insieme ed ora erano lì fuori a spettegolare un po’.Io avevo appena lasciato gli amici. Una partita a poker giù in fondo alla via. Mia moglie era fuori anche lei a festeggiare. Quella sera avevo vinto qualche soldo, avevamo scherzato e riso e anche bevuto un bel po’ alla fine della partita, tanto per festeggiare chi come me aveva vinto qualcosa e tirare su il morale a chi aveva perso. Non giocavamo mai grandi cifre. Era solo per stare insieme e prenderci vicendevolmente per il culo.
Quel gruppetto di donne era così stretto tra loro che passare era impossibile. Mi fermai ad un passo da quella più esterna. Era una mora un po’ in carne, arrossata in viso (almeno così sembrava sotto le luci forti dell’insegna del ristorante), con le labbra carnose di un rosso scuro e denti bianchissimi che brillavano mentre rideva di qualche stupidaggine detta da una sua amica. In mezzo troneggiava una bionda ricciolina, ben truccata, con gli occhi scintillanti, che anche lei rideva per le battute. Era più alta delle altre di almeno un palmo e notai che i tacchi di tutte quante erano più o meno della stessa altezza. Una delle quattro portava la gonna. Bei polpacci sottili.
Quando mi fermai, loro ci misero un attimo ad accorgersi della mia presenza. Poi si aprirono per farmi passare. In particolare la bionda mi fece un cenno come se mi permettesse di proseguire.
Mormorando uno “scusate” ripresi il passo lentamente, cercando di non scontrarmi con nessuna ¾di quelle quattro.
Ero quasi passato quando sentii contemporaneamente un “però!” e una mano che mi toccò il sedere. Risate. Mi fermai. Non ero irritato o arrabbiato, semmai lusingato e divertito e per questo me ne uscii, fermandomi nuovamente e girandomi verso di loro, con un “grazie del complimento”
“Stavamo proprio parlando del lato b degli uomini. Complimenti. Il suo non è affatto male”
A parlare era stata la mora un po’ in carne. Avevo sperato fosse stata la bionda, che era decisamente la più carina e sexi del gruppo, ma era comunque divertente.
“Palestra, signore, palestra. Se no anche i muscoli più poderosi s’allentano un po’”
“A chi lo dice” intervenne ancora la mora e giù risate di tutte quante. Io sorrisi. Stavo per lanciarmi in qualche stupidaggine che negasse l’evidenza dei chili di troppo della mora, ma realizzai in tempo che sarebbe sembrato solo un complimento da vecchio maiale. Di quelli che dicono le cose più assurde per intortare le signore. Quelle lì non sembravano essere tizie pronte a farsi intortare. Piuttosto sembrava non avessero nessuna voglia di tornare a casa dai loro maritini o compagni che dir si voglia e quindi invece di lanciarmi in complimenti stupidi mi lanciai in una provocazione: “Vengo ora da casa di un amico scapolo qui a due passi. Avete voglia di bere ancora un ultimo bicchiere prima di rincasare?”
Si zittirono guardandosi l’un l’altra. E io continuai sorridendo: “In fondo non è così tardi e si sa che toccare il sedere porta fortuna e per me conoscervi meglio sarebbe davvero una fortuna”
Ovviamente quella a parlare fu la mora che se ne uscì con un “in effetti, una piccola avventuretta innocente sarebbe un bel modo per festeggiare la nostra festa, no, ragazze?”
E poi, ancora: “il signore qui mi pare un gentiluomo e comunque staremo tutte insieme, no, ragazze?”
Io le osservavo in silenzio. La bionda di sottecchi continuava a guardarmi, mentre le altre parlottavano. Poi, nell’indecisione generale. riattraversai al contrario il gruppo (che quella volta si aprì velocemente senza toccarmi di nuovo il culo) e dissi “di qui, signore. La casa è qui a dieci metri” e proseguii piano piano senza quasi girarmi. Dietro di me sentivo un mormorio e ancora qualche risata soffocata. Poi il rumore dei loro tacchi sul marciapiede. Mi stavano seguendo.
Saliti, l’imbarazzo era tangibile. Ad accoglierci c’era il padrone di casa, in effetti scapolo, o meglio divorziato, e un terzo anche lui senza donne in quel momento. Quando me ne ero andato il quarto sposato se ne era andato anche lui, mentre loro due avevano proseguito a bere.
Appena tolti i soprabiti, io mi presentai e presentai i miei amici e le donne fecero lo stesso. Poi le invitai a sedersi e chiesi al padrone di casa di stappare quel Ferrari che avevo visto in frigorifero prima.
La prima bottiglia durò poco e anche la seconda ebbe vita breve.
Con il calore dell’alcool in corpo la conversazione decollò, seguendo i dettagli della vita personale del padrone di casa che ormai bevuto straparlava un po’.
Le donne ripresero a ridere frequentemente, sia per le loro battute, che per i doppi sensi evidenti.
Quando la bionda chiese dove era il bagno mi alzai per farle strada e appena entrati nel corridoio che conduceva alla stanza desiderata le misi una mano su un fianco la feci girare e cercai di baciarla. Lei si allontanò e sorridendo in silenzio con l’indice della mano destra indicò l’anulare della sinistra. Io sorrisi e feci lo stesso. Poi tornai a cercare le sue labbra che a quel punto cedettero. Fu un bacio lungo e lento. Poi quando si staccò, abbassò il capo piegando il collo in avanti e fatti due passi entrò alla toilette, chiudendo la porta alle sue spalle.
L’avesse lasciata socchiusa sarei entrato, ma così no e mi misi fuori appoggiato alla libreria che arredava il corridoio ad aspettarla.
Non ci mise molto e uscendo fece una faccia quasi spaventata. Temeva che riprendessi a baciarla, ma io le presi solo la mano e la riaccompagnai in sala, dove trovammo che la situazione era decisamente cambiata, perché la quarta di loro se ne era andata e le altre due erano avvinghiate una al padrone di casa, la mora cicciottella, e l’altra all’altro amico.
La bionda scoppiò in una risata che per un attimo interruppe i giochi, che poi ripresero presto più famelici di prima.
Io, mettendomi un dito sulle labbra come a dire di fare silenzio, conoscendo bene la casa la ripresi per mano e la portai nello studio del mio amico che grazie a Dio aveva un divano anche lì.
Ci baciammo ancora e ancora e quando le mie mani cercarono di allentare la sua maglietta scoprendo il reggiseno lei sospirò d’essere un donna sposata e di non essere pronta. Lasciai stare la maglietta e ripresi a baciarla lentamente. Le nostre lingue sembrava si conoscessero da tempo e quando presi a mordicchiarle le labbra lei sembrò gradire enormemente.
Poi, con un scatto si allontanò, guardò l’orologio e disse solo: “devo andare. Mio marito mi aspetta sveglio”
Io alzandomi dissi solo “Ti accompagno a casa o alla macchina?”
“Sono in macchina, grazie.”
Passando verso la porta di ingresso vedemmo la mora che mangiava ingorda completamente il cazzo del padrone di casa, mentre degli altri due si erano perse le tracce.
In ascensore la bionda mi confessò che la mora era divorziata da tempo e da tempo non aveva una relazione.
“Questo spiega l’entusiasmo” dissi solo.
Alla macchina le chiesi se ci saremmo rivisti l’indomani. Lei negò e promise di richiamarmi lei, cosa che fece la settimana seguente, quando ormai avevo perso le speranze.
Ci vedemmo e la portai in un motel che conoscevo. Alla reception lei non voleva neanche dare i documenti e intanto che dal finestrino io allungavo le due carte di identità all’addetto lei passò tutto il tempo guardando fuori dal finestrino dall’altra parte.
Poi in camera sulle prime si scusò della sua freddezza. Disse che non avrebbe dovuto essere lì. Che aveva un marito meraviglioso e gelosissimo che la riempiva di attenzioni. Io la ascoltavo in silenzio intanto che le slacciavo la camicetta e le baciavo il collo e lei parlava, parlava anche quando slacciato il reggiseno standole dietro le raccolsi i grossi seni con le mani e mi strinsi a lei.
Poi continuando a parlare e non cambiando posizione lei infilò una mano tra noi e me lo prese in mano. In quel momento la sua voce si spezzò un attimo per poi riprendere intanto che lo scappellava e lo ricopriva e io continuavo a baciarle il collo e, allungandomi, le soffiavo nelle orecchie. “Davvero, mai fatto” diceva.
Ad un certo punto mi scostai la feci sedere sul letto e inginocchiandomi le aprii le cosce. Mentre affondavo nel suo odore la sentii dire: “è la prima volta, giuro: ci credi?”
Di lì in avanti lei smise di parlare e quando parlai io lei obbedì disciplinatamente.
Diventammo amanti e ogni volta che avevo un pomeriggio libero lei correva da me. Era insegnante e aveva tutti i pomeriggi liberi.
Del marito non mi parlò più, salvo la prima volta che lo feci, quando illanguidita dai miei baci e dalle mie carezze e dagli unguenti con cui la preparai, disse solo: “fai piano, ti prego. Lì sono solo tua”
Questo capitò la seconda volta che finimmo a letto e di lì in avanti ogni volta lo facemmo ancora e se certe volte io, già soddisfatto d’altro, me ne dimenticavo, lei avvicinandosi al mio orecchio, mentre me lo menava per farlo tornare come doveva, diceva: “sono stata cattiva. Puniscimi. Dammelo lì” e appena pronto si girava offrendosi.
E io, nel nostro gioco, dicevo: “Guarda che ti inculo” E lei rispondeva solo con un soffio “sì”
Aveva un culo da primato. E comunque, come avevano detto, io sono un gentiluomo: come negarsi ad un desiderio femminile?
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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