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SONO MAGGIORENNE ESCI
Prime Esperienze

Sesso e spie


di poeta57
01.09.2025    |    922    |    2 8.0
"Buon compleanno, amore mio" Fu una notte interamente persa in scopate, penetrazioni e baci..."
Alejandro Rivera, diplomatico messicano a Washington, sapeva che il suo lavoro non era mai davvero neutrale. Dietro ogni richiesta dei suoi capi si potevano leggere trame e contro trame. Gli americani erano amici, ma solo fino ad un certo punto. Ogni ricevimento, ogni brindisi, ogni dossier scambiato tra sorrisi celava in realtà una guerra silenziosa. Ma non avrebbe mai immaginato che la guerra sarebbe entrata nel suo letto.

Scapolo, sulla quarantina, era sfuggito ad ogni tentazione. Più di una volta segretarie o finte segretarie avevano cercato di finire nel suo letto, ma aveva sempre saputo resistere. Ogni volta guardando i film di James Bond gli veniva da ridere. Il loro era già un mestiere pericoloso, senza metterci di mezzo anche il sesso.

Certo l’astinenza gli pesava. Tutte quelle donne affittate per una notte non erano una soluzione. A quarant’anni era stanco di quella vita. Tutto bello, tutto elegante e felpato, ma mai niente di vero, semplice, ironico, genuino.

Fino a che non aveva conosciuto Laura Miller. Lei era diversa, anche se faceva un mestiere in fin dei conti simile al suo. Diversa. Leggera. Trasparente. Elegante, brillante, con un’ironia che spezzava la rigidità dei protocolli, rappresentava per lui una boccata d’aria. Faceva il suo lavoro alla Commissione Difesa del Senato senza tanti fronzoli e formalità. Tranquilla eseguiva quello che le veniva richiesto e poi, parlandole, aveva scoperto che anche lei era stanca di quella vita, voleva mollare, avere una famiglia, ritirarsi, viaggiare.

In poco tempo erano diventati amanti. Si incontravano in un appartamento discreto di Georgetown, lontano da occhi indiscreti.

A letto Laura era una miniera di passione continua. Sembrava non le bastasse mai. La prima volta, gli aveva raccontato di un lungo fidanzamento con un tizio del dipartimento delle entrate, noioso e preciso, quanto insulso a letto. Lei, confessò, per cercare di evadere un attimo era stata costretta a navigare su internet, solo per guardare, si era detta all'inizio. Poi tutti quei cazzi mastodontici l'aveva indotta ad accettare incontri al buio, ma adesso con Alejandro quella vita era finalmente finita. Non ne poteva più di maniaci sessuali che l'aveva costretta ad ogni cosa. Lei voleva il suo uomo a cui dedicarsi anima e corpo, terminò accarezzandogli il petto e scivolando su a baciarlo.

"Maniaci sessuali?"
"Tu non hai idea. Mi hanno presa e ripresa. Ovunque, spesso fregandosene se mi faceva male o no."
"E tu perché continuavi?"
"Ero fuori di me. Non sai cosa significhi avere nel letto un pesce letto che quando hai voglia se va bene ti masturba cinque minuti e poi dice che ha sonno e che il mattino dopo ha la dichiarazione dei redditi da finire"
"Sì, va beh, ma se ti facevano male..."
"In amore il piacere spesso è mischiato al dolore, almeno all'inizio. E poi erano, come dire, dei professionisti a loro modo, Curati, puliti, spesso dotati così bene che finalmente mi sentivo desiderata in ogni parte del mio corpo"

Quella volta più Laura parlava, più ad Alejandro cresceva il cazzo. A quel bacio seguì da parte sua una palpata al culo forte e inesorabile. Lei lo guardò quasi intimidita. I suoi occhi dicevano "quello che vuoi, amore mio, sono pronta" e Alejandro arrivando alle mutandine si accorse quanto era pronta.

Scopandola se la immaginava carponi con uomini muscolosi dietro che la prendevano a turno. Nel risollevarsi le osservò le gambe snelle e la figa rosata. Sì scopandola aveva l'impressione che il suo cazzo non fosse abbastanza. D'altronde, pensava, se una si è fatta prendere e riprendere da cazzi veramente grossi poi i muscoli si rilassano. Però quando lui la fotteva, lei godeva. Almeno sembrava. Certamente lo incitava in tutte le maniera, chiamando e chiedendo per favore il suo cazzo ovunque e comunque.

I loro incontri erano di conseguenza lunghi ed estenuanti. Di solito finivano che lui le chiedeva di girarsi a pancia in giù con le gambe leggermente fuori dal letto e così le apriva le natiche e sprofondava nel suo bel culo bianco e burroso.

I giorni successivi Alejandro si sentiva spossato e le telefonate di lei, dolci e appassionate, gli servivano da balsamo per fargli pian piano tornare le forze

Le cose andavano avanti da mesi. Di sposarsi nessuno dei due parlava più. Erano contenti di vedersi lì e di scopare come ricci.

Lei con l'andare del tempo ogni tanto ricordava quel periodo di pazzia con i suoi incontri al buio. "Ne hai nostalgia?" le chiedeva Alejandro. "Forse" rispondeva lei per farlo eccitare "sai che uomini che ho incontrato. Gente veramente dotata" "E' pericoloso. Col mio mestiere non avrei mai potuto" rispondeva lui. "Ma non mi hai detto che ti sei portato a letto tonnellate di puttane: che differenza fa? che ne sapevi tu chi erano quelle troie?"

Silenzio. "Hai ragione, Laura. Adesso però vieni qui ad occuparti un po' del mio, che non sarà mister muscolo, ma insomma, poverino anche lui ha bisogno"

E lei provvedeva con pompini lunghi ed insistiti, fino a fargli raggiungere l'orgasmo, dopo di che lei puliva per bene quello che era rimasto con la punta della lingua.

La verità, però, esplose con la violenza di un colpo d’arma da fuoco: intercettazioni, foto, rapporti dell’intelligence messicana. Laura era una spia cinese. E quando lui la affrontò, lei non negò. «Non sai in che gioco sei entrato. Nessuno è pulito, Alejandro. Nemmeno il tuo Messico.»

Per lui fu un colpo durissimo. Rimase giornate senza sentirla. Lei lo chiamava, ma lui non rispondeva. Poi all'ennesima chiamata, rispose e ripresero.

Qualche giorno dopo, mentre erano a letto nel loro rifugio, qualcuno bussò violentemente alla porta. La voce di un collega dell'ambasciata gli chiese di aprì. Ancora mezzo nudo Alejandro andò ad aprire. Laura era sdraiata sul letto e il lenzuolo le copriva una coscia e un fianco.

Il collega, un ragazzone nero di capelli come la pece, entrò e si mise a parlottare con Alejandro. Laura non capiva. Lui le aveva detto che quel posto doveva rimanere segreto e allora chi era quel tizio e perché era lì.

Il ragazzone era di spalle. Era estate ed indossava solo un paio di pantaloni di lino e una camicia bianca aderente. La schiena era possente. Osservandolo, Laura inconsciamente si scoprì anche l'altra coscia.

I due si girarono e Alejandro tornò da lei, lasciando l'altro in piedi vicino al letto.

Sottovoce Alejandro le chiese se voleva il suo regalo di compleanno. Sulle prima Laura non capì. Poi afferrò l'idea e si mise a ridere. "Che scemo che sei... solo perché ti ho detto che ogni tanto ricordo..." "Lo vuoi?"

Lei riguardò il ragazzo. Avrà avuto la metà dei loro anni. Immediatamente il cervello ricollegò la potenza sessuale di un simil ventenne. Le girò un po' la testa. Si avvicinò all'orecchio di Alejandro e sussurrò: "non so se sono in grado..."

Ad un cenno della testa di Alejeandro quell'altro iniziò a spogliarsi. Quando si tolse le mutande, Laura sospirò incredula e un po' spaventata. "E' il più grosso che ho trovato. Buon compleanno, amore mio"

Fu una notte interamente persa in scopate, penetrazioni e baci. Lei non ricordava più né il piacere di sentirsi la bocca invasa da una bestia come quella né lo svenimento che si provava quando, dopo qualche rimostranza, il culo si apriva e quella cosa era dentro di lei fino in fondo.

Alejandro guardava e lentamente si masturbava.

Nelle pause interveniva lui con baci e carezze, una dolcezza che induceva lei a prendergli il cazzo in mano e sostituirsi alla sua masturbazione. Quando Alejandro venne lei bevve tutto, mentre di quell'altro non si fidò e si limitò a farsi spruzzare sulla pancia e sul sedere.

I giorni successivi non parlarono più di quella notte se non che ogni tanto lei sospirando commentava: il più bel regalo che abbia ricevuto.

Poi dopo qualche mese, erano ancora nel loro nido d'amore, quando una voce dall’accento finto messicano gli chiese di aprire. Alejandro non la conosceva. Bussò ancora più forte e violenta, dicendo che era l'ambasciata messicana che li mandava. Alejandro sapeva che non poteva essere così. Non ci pensarono su neanche un attimo e scapparono dalla scala anti incendio. Una fuga precipitosa nel parcheggio sotterraneo dove speravano di recuperare l’auto, ma uomini armati e i proiettili che scheggiavano il cemento li costrinse ad una fuga a piedi. Nessuno negli Stati Uniti scappa a piedi. Neanche nei film. La corsa nella pioggia. Infine una stanza d’albergo anonima, una chiavetta USB nelle mani di Alejandro, Laura che gli stringeva il polso: «Dentro ci sono i nomi. Se la consegni, farai crollare governi interi.»

La mattina seguente, Alejandro uscì dall’hotel da solo. La chiavetta pesava come piombo in tasca. Camminò verso l’ambasciata messicana, pronto a decidere. Consegnarla ai suoi superiori? Venderla agli americani? Distruggerla? Ogni strada portava al tradimento.

Si fermò sul marciapiede, incerto. Poi sentì una voce alle sue spalle.

«Sei puntuale.»

Alejandro si voltò. Era il suo superiore diretto, l’ambasciatore messicano. Accanto a lui, due uomini in giacca scura. L’ambasciatore sorrise appena. «Ottimo lavoro, Rivera. Abbiamo quello che volevamo.»

Alejandro lo fissò, paralizzato. «Sapevate… di Laura?»

«Naturalmente.» L’ambasciatore allungò la mano, e Alejandro consegnò, quasi senza rendersene conto, la chiavetta. «Lei era solo l’esca. E tu, il nostro esecutore inconsapevole. I cinesi, gli americani… tutti si terranno alla larga ora che noi abbiamo le prove. È un nuovo equilibrio, Alejandro. Un equilibrio messicano.»

Alejandro si guardò intorno. Nessuna traccia di Laura. L’ambasciatore accennò un sorriso ironico. «Oh, non preoccuparti. La tua amante è al sicuro. Per ora. E per le sue esigenze c'è sempre il nostro collega, no? Così la teniamo tranquilla. Le sue competenze potrebbero ancora esserci utili.»

In quel momento, Alejandro capì. Non era stato mai lui a manovrare, né lei. Erano entrambi pedine in una partita molto più grande. Il pensiero che Laura fosse lontana, forse chiusa da qualche parte e che quel ragazzone ogni tanto bussasse alla sua porta lo agitò profondamente, ma non fece trasparire nulla.

Salì in macchina con l’ambasciatore, senza pronunciare parola. Guardò Washington scorrere dietro il finestrino.

E mentre il veicolo scompariva nel traffico, Alejandro si domandò: chi fosse davvero la spia? Laura… o lui stesso, da sempre, senza saperlo.

La risposta arrivò qualche giorno dopo quando ricevette una strana telefonata che gli chiedeva di presentarsi al Lincoln Park sotto la statua del Presidente. Il capo della CIA era in piedi e quando lo vide gli disse solo: “Ottimo lavoro, Alejandro. Vuoi lavorare per noi?”
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