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Prime Esperienze

avventura notturna


di poeta57
29.01.2025    |    2.085    |    3 9.3
"L’attrice teneva gli occhi chiusi rapita dal piacere e quando li riaprì le sembrò sorridere..."
Lui con entrambi le mani le prese delicatamente la mano sinistra che in quel momento lei stava tenendo ferma sul tavolo, mentre l’altra volteggiava nell’aria seguendo le evoluzioni e le involuzioni del proprio discorso.

Il viso di lui, attento e concentrato, seguiva i suoi ragionamenti. Lei era certa che lui la capisse, la capisse bene, senza fraintendimenti. Lui sapeva di cosa lei stava parlando. Si conoscevano da abbastanza perché lui sapesse che lei era una donna oggettiva, razionale, che non si faceva prendere da stupide ansie o da trepidazioni da signorina. Lui lo sapeva e lei sapeva che lui lo sapeva. Erano colleghi da anni. Si conoscevano bene. Lui l'aveva corteggiata un po', tempo fa. Poi aveva smesso. Lei era una donna razionale e sposata. Niente spazio per quel genere di cose, specie sul lavoro. Erano lì a festeggiare un premio che l'azienda aveva dato loro. Insieme, per come avevano collaborato. Bene. Bravi.

Poi lui le prese la mano con entrambi le mani.

Erano al ristorante, un tavolino nascosto, riparato, dove si poteva parlare, niente musica, solo il rumore discreto di altri ospiti lontani, nella sala principale.

Lui le prese la mano e iniziò, mentre lei continuava a parlare senza quasi essersi accorta di quel che lui stava facendo, a carezzarle le dita col proprio indice destro, mentre con la sinistra le teneva il palmo aperto.

L’indice dell’uomo, superate le nocche, scese sul dorso della mano, lentamente, quasi indeciso, risalendo a tratti per poi ridiscendere, fino al bordo del polso. Lì, all’indice si unì anche il medio iniziando un leggero movimento circolare. Quel movimento, quasi inavvertito, la rilassava ancora di più. Oltre al bicchiere di vino che aveva bevuto.

La faccia di lui non tradiva alcun pensiero e continuava a guardarla fissa negli occhi, serio, seguendo il filo del ragionamento e del racconto che continuava ad uscire dalle labbra di lei. Solo quelle due dita facevano altro. Fino a che lei non se ne accorse, smise di parlare, guardò la propria mano e quelle di lui, poi tornò a guardare il suo viso e, senza ritrarre la mano, riprese a parlare, solo più lentamente, con qualche incertezza, come se la logica di quel che stava dicendo ora non le apparisse più così lineare, ma avesse bisogno di qualche pausa, ogni tanto, per riafferrarne il senso e continuare.

Lui, quando lei riprese a parlare, riprese a sua volta aprendo le dita di lei e incrociandole con le proprie. Sembrava che le dita di lui stessero ballando, lentamente, molto lentamente, con e sulla mano di lei.

Lei aveva sempre maggiori difficoltà a rimanere concentrata. Abbassava spesso lo sguardo sul piatto, oppure, rialzandolo fissava la trasparenza dell’acqua nel bicchiere. Aveva anche abbassato il tono di voce, tanto che lui, per sentirla, dovette sporgersi un po’ in avanti.

Poi un piede, liberato dalla scarpa, cercò le gambe di lei, salendo a carezzare le ginocchia sottilmente coperte dal tessuto. I due si guardarono e sorrisero, proprio mentre il cameriere rientrava portando il dolce. Il piede rientrò nella scarpa e l’incantesimo finì.

Dopo cena, usciti dal ristorante, lei in un sospiro gli disse che non dovevano, non potevano, assolutamente, assolutamente! Poi si fece accompagnare a casa e, arrivata, lo baciò casta su una guancia. L’ultima cosa che vide di lui fu il suo profilo duro, come immobilizzato, al volante della autovettura. Poi il portone si chiuse e lei salì le scale per l’appartamento.

Spogliandosi ripensò a quel che aveva fatto lui e a quel che aveva fatto lei, cercando di capire cosa lui avesse capito di lei tanto da permettergli di osare quel che aveva osato. Non potevano. Lui lo sapeva bene. Eppure qualcosa l’aveva scatenato, qualcosa gli aveva accesso il suo desiderio, qualcosa che lei aveva fatto o detto, certamente, ma non riusciva, in tutta onestà, a capire cosa. Eppure doveva averlo fatto o detto. Ma cosa? E perché lei non aveva ritirato la mano? Solo perché era un tocco rilassante? Non capiva. Non capiva se stesse.


Lentamente si struccò, si tolse il reggiseno e indossò una lunga maglietta di cotone leggero, fresca di bucato.

Non aveva sonno. Salire e mettersi a leggere a letto voleva svegliare suo marito, che lo sentiva, russava della grossa. Ovviamente, si disse. Dopo aver gironzolato un po’ per casa, accese la televisione e si rannicchiò sul divano. Da sopra veniva il rumore regolare del sonno.

Alla tv davano un film, strano, con attori strani, mai visti, forse messicani o argentini, gente alta e mora, con gli occhi scuri. Pareva la storia di una coppia di gangster, qualcosa che le ricordava Bonnie and Clyde, ma non potevano essere loro. Tra i due c’era uno strano legame, quasi di sottomissione, che stranamente si alternava da lei a lui e da lui a lei. Intesa, si disse. Comunione d’intenti. Comune sentire. Simpatia. Quella che era scattata al ristorante. Quella che non poteva esistere.

La scena del film si trasferì in una stanza tagliata in bianco e nero dalle luci intermittenti di una insegna. La macchina da presa dopo aver indugiato a lungo sul mobilio della stanza, inquadrò la schiena dell’attore che era appena entrato. L’attore guardandosi allo specchio iniziò a spogliarsi. Lei si chiese perché un uomo che si spoglia davanti ad uno specchio è ridicolo, mentre una donna è sexi. Anche per le altre donne. L’uomo continuava a spogliarsi. Era a torso nudo. Aveva bicipiti notevoli, tondi e sodi e un torace ampio. Forse era sexi anche lui. La macchina si spostò sopra di lui e fece una lenta carrellata a scendere dalle sue spalle ai fianchi, come se stesse carezzando la pelle, bianca e nera, nera e bianca. Poi l’uomo si nascose dietro ad uno scaffale a togliersi i pantaloni. Quando la macchina tornò su di lui, inquadrò per un attimo i pantaloni mosci per terra, poi con uno stacco violento, corse lungo le cosce, su fino al biancore degli slip che coprivano un sedere scolpito. Nel passaggio dal buio alla luce sembrava che la macchina stesse fissando del marmo, tanto l’attore stava immobile in quella posa.

Poi entrò lei, già completamente nuda. Un fisico perfetto, si disse lei, capelli lunghi e morbidi. Lui la prese per le spalle senza una parola (la macchina inquadrò le sue mani grosse, forti, scure sulla pelle bianca dell’attrice), la girò verso di sé e la baciò. Caddero sul letto, abbracciati, lei sopra e lui sotto. Il suo seno schiacciato sul torace di lui. Le costole di entrambi disegnavano scalettature d’ombra. Poi lui si mosse e la spinse sotto, con un tratto brutale, quasi a gettarla, a spingerla. Lei alzò le braccia come ad arrendersi. I suoi seni erano tesi. Lui si tirò su in ginocchio sul letto e, colpo di scena, si mostrò completamente nudo, non in erezione, ma neanche a riposo, con quella consistenza che ingrossa le vene e lascia il pene lontano dalle gambe. Le sembrò molto grosso. Era scappellato. Non faticò a credere che lei lo stesse desiderando. La macchina indugiò per qualche secondo sul profilo di lui nudo. La cosa le sembrò oscena. Quando lui si chinò su di lei tornando a baciarla, lei spense la televisione.

“Che porcate” pensò lei “già una è agitata” poi ancora borbottando contro quello spettacolo salì in camera. Suo marito dormiva sereno. Lei si sdraiò su un fianco e chiuse gli occhi cercando il sonno.

Un rumore leggero le fece aprire gli occhi. Di fianco al letto stava in piedi il suo compagno di cena, lì, in piedi, di fianco al letto che la guardava. Come aveva fatto ad entrare? Come faceva ad essere lì? Era pazzesco. Doveva assolutamente andare via! Suo marito era lì di fianco. Poteva svegliarsi da un momento all’altro.

Fece per alzarsi. Lui glielo impedì. Era un pazzo. Non l’aveva mai capito, ma ora era evidente: doveva essere un pazzo. In fin dei conti lei non aveva fatto nulla quella sera perché lui iniziasse a fare quello che aveva fatto. La spiegazione poteva essere solo quella che lui in realtà era pazzo. O che la desiderava pazzamente.

Lui le fece segno di stare zitta. Lei si immobilizzò, spaventata. Poi ripreso coraggio con un colpo di reni si alzò dal letto.

Lui la guardò interrogandola. Lei gli prese la mano e se lo portò giù da basso. Dovevano parlare. Era un pazzo. Era evidente.

Giù, si sedettero sul divano. Lei gli fece cenno di parlare sottovoce. In fin dei conti suo marito era a pochi metri di distanza. Lo si sentiva ancora. Bisognava risolvere quella situazione del kaiser col minor rumore possibile. Lei lo guardò, fece un sospiro profondo, come a trovare la forza, e poi iniziò a parlare, col tono più basso della voce possibile.

Intanto che lei parlava, lui le si avvicinò e con un gesto lentissimo le tirò su la maglietta. All’inizio non se ne accorse neppure, tanto leggero, calmo, delicato era stato il suo gesto. Poi quando le scoprì il seno, lei si bloccò. Smise di parlare, rigida, gelata. Lui, calmissimo, sollevando lo sguardo le fece cenno di continuare a parlare. La calma di lui la calmò un po’. Sembrava sapesse cosa stava facendo.
Da sopra continuava ad arrivare il suono del russare quieto di suo marito. Si fosse svegliato l’avrebbe sentito. Poi c’erano le scale. Aveva un margine. Lei accennò a parlare. Lui le sollevò completamente la maglietta, quasi a coprirle il viso col cotone. Lei non smettendo di parlare, si scostò debolmente. Le mani si sfiorarono. La mano di lui che teneva la maglietta e la mano di lei che voleva ricoprirsi. Lei gli sussurrò di smetterla. Lui le poggiò la mano aperta sul seno. Era calda, grande, asciutta, liscia. L’altra mano se la portò alla bocca dandosi come un piccolo bacio all’indice nel segno del silenzio e accennando con gli occhi alla scala che portava alle camere. Lei lo interrogò con lo sguardo. Lui per tutta risposta si chinò su di lei e prese a leccarle un capezzolo. Quello appena sentito il calore delle labbra si indurì. Lui continuò a baciarla, aprendo la bocca e succhiandolo tutto. Il peso di lui la spinse contro lo schienale morbido del divano. La schiacciava un po’. Ormai non poteva più fare nulla. Nulla. A meno di non scatenare un casino. Era passato troppo tempo, troppo da quando l’aveva scoperto. Nulla. Solo sperare che tutto finisse alla svelta. Guardò i capelli neri di lui. Erano lunghi, mossi, lucenti. Era una delle cose che le piacevano di più. Li aveva notati subito. Ebbe la tentazione di carezzarli. Solo per sentirne la morbidezza. Se lo vietò.

Lui continuava a baciarla. Bravo. Non c’è che dire. Era una situazione del cazzo. Non riusciva a pensare a come sarebbe potuta finire. Per la tensione, si alzò e veloce si diresse alla scala. In punta di piedi. In silenzio. Di sotto guardò in su. Buio, silenzio e russare. Tornò di corsa al divano. Voleva dirgli che era troppo. Lo guardò: era nudo. Completamente. In piedi, nudo. Pronto.
Lei gli si avvicinò. Voleva dirgli che aveva esagerato. Che si rivestisse. Subito. Lui allungò un braccio verso di lei e con la punta delle dita le rialzò la maglietta. Incredibile. Come ipnotizzata. Lo continuava a guardare, così, nudo, con lei, lì, nella sua sala, con suo marito di sopra. Mio Dio. Inebetita. Lui riprese a baciarla. I suoi capezzoli erano enormi. Gli occhi le si posarono sul pisello di lui. Lui continuava a baciarla. Aveva una lingua calda e ruvida e labbra morbide. I capezzoli erano ormai gonfi e sospiravano, quasi, ogni volta che lui cambiava dal destro al sinistro e viceversa. Era persa. Lo sapeva. Sentiva distintamente le mutandine inumidite. Lui con dolcezza la fece sedere sul divano, prendendole un polso con delicatezza e invitandola giù. Poi, inginocchiatosi davanti a lei, con un gesto elegante le tolse le mutandine. La sua mano iniziò a carezzarla. Lei istintivamente aprì un poco le gambe per poi serrarle subito. Ma lui continuò. I baci e le carezze. Le carezze e i baci. La toccava con le due dita congiunte, esattamente come aveva fatto al ristorante, esattamente, benedettuomo, esattamente, con le due dita unite a dondolare ruotando sul clitoride. Piano, piano, dolcemente, proprio così, proprio come doveva.

Per coprire il rumore accese la TV. C'era ancora quel film e i due erano sempre nudi in camera da letto.

Lei si scosse. E allora sì. Basta. Poi, spintolo indietro, con gesto deciso gli prese il cazzo in mano e chinatasi su di lui, lo ingoiò tutto. Adesso lo sapeva. Ne era conscia. Basta. Ne aveva una voglia pazzesca. Le sembrava di non aver mai avuto tanto voglia. Bisognava finire. Basta. Aveva voglia di fare un pompino. Basta. Non ne aveva mai avuto tanta voglia. Ne era certa. Non aveva mai avuto tanto voglia.. Era grosso come quello del film, bianco e nero, con le grosse vene scolpite e più lo baciava più diventava duro e si bagnava, quasi a sciogliersi dal desiderio. In un lampo vide l’attrice del film fare lo stesso.

Anche lei si era messa sdraiata sul letto, aveva fatto sdraiare a sua volta l’attore sulla schiena e adesso lo stava spompinando lentamente. Le sue piccole tette dondolavano per il movimento. Il cazzo dell’attore sembrava ancora più grosso. Le labbra di lei lo coprivano e lo scoprivano. L’attrice teneva gli occhi chiusi rapita dal piacere e quando li riaprì le sembrò sorridere. Tra sé. Riprese. Non riusciva a non guardarla. Che fame! Lei, l’attrice aveva le gambe larghe e la si vedeva aperta. Sconcia. Aveva cosce sottili e la pelle liscia e luminosa. Belle gambe. Bellissime. Lisce, lunghe, sottili. In mezzo nella semioscurità si intuiva la figa. Aperta. Era davvero sconcia. L’attrice aprì gli occhi e fissando l’attore negli occhi prese a leccargli con la lingua aperta il cazzo. Enorme. Sconcio anche lui. Bellissimo.

Smise di guardare, girandosi verso il suo amante. Lo teneva in mano. Non l’aveva mai lasciato. Mai. Suo. Tutto. Suo. Il suo cazzo. Il suo cazzo. Chissà come l’aveva avuto duro al ristorante, ci aveva pensato, sotto il tavolo, e poi in macchina, ad un passo, lì, a portata di mano, il gonfiore dei pantaloni, ci aveva pensato, certo, come non pensarci? L’aveva visto, notato, visto, sì, certo, eccome, gonfio, certo, poi l’aveva rimosso e adesso era di nuovo lì che lo guardava, appena al di là delle sue labbra, lì sotto, duro, pronto, caldo, quel bel pezzo di cazzo, quel cazzo che sembrava una piccola fontana di umori, liquidi.

Gli strinse forte il glande. Uscì il liquido, trasparente, tanto, lievemente colloso, bagnandole la mano. Con le labbra gli avvolse la cappella, mentre la lingua lo cercava tutto. La mano di lui imprigionata tra le sue cosce era implacabile. Lei si apriva e si chiudeva alle sue carezze come chi si confidi troppo e poi si ritragga timoroso. I morsi dell’orgasmo. I primi. Scosse. Potenti, ma brevi. Brevi. Disarmanti. La lasciarono senza fiato. In attesa del prossimo. E ogni volta che le dita di lui la toccavano era una scossa, ogni volta, ogni volta, e ogni volta lei cercava di ingoiare ancora più cazzo, di più, fino in fondo, tutto, e quando il dito di lui le si infilò dentro, di colpo, senza dolore, senza fastidio, anzi, scivolando giù fino alle nocche, e poi riemergendo, e poi tuffandosi di nuovo, prima uno, poi due, poi tre, poi di nuovo, dentro e fuori, e poi ancora a tormentarle il clitoride, leggero, delicato, costante, lei si sentì perfetta, aperta, presa, posseduta, indifesa, eccitata, mostruosamente eccitata, tanto che prese ad aumentare vorticosamente il ritmo, succhiando tutto , tutto, tutto quel liquido, cercando ogni goccia, subito, tutte, subito, ancor prima, quasi ancor prima che uscisse, quelle gocce salate, di maschio, tanto salate che ormai lo sentiva tutto in bocca, sulla lingua, tutto, tutto, tutto aveva il suo gusto, il gusto pieno del cazzo in erezione, duro, gonfio, pronto, quello che le prime volte non le piaceva, grosso, salato, nascosto, di nascosto, eccitazione e paura insieme, paura d’essere scoperta, da suo marito, da tutti, a fare quella cosa, vietata, eppure così buona, buona, buona, che riempiva, quel calore, quel sapore, di maschio, maschio, col suo desiderio così potente, vivo, spesso, denso, sapore di uomo, che le aveva riempito la bocca, quella volta, tante volte, tante, buono, duro, pieno, caldo, nodoso, così come la sua mano liscia, liscia, benedetta, calda, grande nodosa, maschile che le aveva preso completamente, completamente, la figa, la sua figa. Venne di nuovo stringendo le cosce, quasi a spezzargli le dita. Poi si addormentò di colpo e il mattino seguente era tornato tutto normale. Lei, il suo letto, mezzo disfatto, la maglietta stropicciata. Nulla. Niente. Solo un sogno. Un sogno.
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