tradimenti
Tentar non nuoce
20.01.2025 |
690 |
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"Lei disse che non ci pensava neanche e alla fine accettò per un pranzo il giovedì successivo..."
Erano più o meno i soliti. Da sempre. I soliti amici. Suo marito li chiamava ogni volta che c’era una partita importante, come diceva lui, in tv e organizzava una cena alla buona, in piedi, prima che iniziasse la partita, durante la quale lei, lei stava di là, in camera, nella zona notte, insieme ai bimbi.Ovviamente il giro ogni tanto si allargava, ogni tanto si stringeva. Quella sera per la partita dell’Italia erano una decina. Sempre i soliti. Solo uno che non aveva mia visto.
C’erano due Maurizio, un Marco e un Marcello. Per essere in dieci una bella concentrazione di nomi che iniziavano tutti con la lettera emme. Sì, va bé, uno era suo marito, Maurizio e l’altro era il suo ex fidanzato storico, quello col quale ogni tanto si vedevano ancora e si confidavano le reciproche tristezze, solitudini, incomprensioni familiari.
Che in effetti lei con suo marito era un bel po’ che erano come fratello e sorella, o, meglio, peggio, che almeno i fratelli e le sorelle normalmente si rispettano e si stimano, ma loro, loro era evidente, a tutti, che stavano insieme solo per i figli. Litigi, nervosismi, incazzature, urlate, qualche volta anche di fronte agli amici, quegli amici. Adesso meno, molto meno. Si sopportavano. Si erano divisi la casa in due. Lei si era tenuta la zona notte e lui, il marito, la zona giorno. Spesso lui dormiva, infatti, sul divano della sala.
Bella situazione di emme, pensava lei a volte. Ma in quel caso quella situazione aiutava perché almeno ne escludeva uno, anzi due, che il suo vecchio fidanzato non poteva essere stato.
Il mattino dopo, infatti, quando aveva ritirato la biancheria stesa sullo stendino in bagno per metterla a stirare o per riporla nei cassetti, dentro ad un paio delle sue mutandine nere di pizzo si era trovata un post it con su scritto: ti amo, m.! chiamami ….” E poi un cellulare.
Sulle prime era rimasta un po’ così. Non aveva neanche capito bene. Poi si era spaventata. Poi offesa. Chi si era permesso di toccarle la biancheria intima? Doveva rilavarla? Chi poteva aver fatto una cazzata come quella?
Anche perché lo stendino era uno di quelli a soffitto, da tirare su e tirare giù con i fili e per farlo, per tirare giù le mutande, metterci dentro il post it e rimettere tutto a posto, doveva averci messo un po’ di tempo e soprattutto sapere come fare a far funzionare quel coso.
Ricordava bene le prime volte che aveva iniziato ad usarlo, quando nel tirare giù la biancheria le finiva tutta per terra, perché mollava il filo troppo alla svelta. Aver fatto quello che quel tizio aveva fatto voleva dire avere una certa dimestichezza con quegli aggeggi. Bè, a parte quello, doveva ammettere che quello era forse uno dei pochi posti in casa dove suo marito non avrebbe mai guardato. Non era capace e poi era anni che non le guardava dentro le mutandine neanche quando le aveva addosso, figuriamoci se si metteva a tirarle giù dallo stendino. Ingegnoso. Sì, va bé, ma chi poteva essere stato?
Appunto di uomini con la emme quella sera ce ne erano stati due, un Marco e un Marcello, sempre ad escludere che quello non fosse uno scherzo del put fatto da suo marito. Che fosse opera del suo ex fidanzato era da escludersi: troppo serio e posato. Era un uomo che non sapeva neanche cosa fossero le mutandine da donna, nel senso che con lui il sesso era una roba da ragionieri, togliti questo, mettiti così, ecco, sì, premi qui, molla là, oh che bello, sì (che poi era uno dei motivi, se non il motivo, per cui si erano lasciati: lei era troppo passionale per lui, anche se gli voleva un sacco di bene). Che fosse uno scherzo di suo marito era proprio strano. Una provocazione, per vedere come avrebbe reagito? Strano anche quello. A quale scopo? Non poteva certo aspettarsi che lei si mettesse a fargli domande sugli altri emme della serata? Non si parlavano neanche!
L’ipotesi più probabile era davvero quella che tra gli amici di suo marito ce ne fosse uno che era così fuori di zucca (per lei? Solo per lei?) da combinare su quella trovata. Buffo. Un po’ angosciante, ma buffo, ingegnoso, fantasioso. Non c’era che dire. Marco o Marcello? Tra i due c’era una bella differenza. Comunque il numero di cellulare non sapeva di chi fosse e anche se moriva dalla voglia si disse che non doveva assolutamente chiamare.
O almeno non dal suo cellulare. Bè certo. E neanche da un fisso, come dire, noto. Non da casa, non dall’azienda, non da qualche amica stranota.
Ma poi basta, su, non doveva proprio chiamare. Una signora come lei che si mette a chiamare uno sconosciuto che le ha lasciato un messaggio all’interno di un paio di sue mutandine! Ridicolo. Non aveva senso. Eppoi non avrebbe neanche saputo riconoscere la voce. E’ vero che erano i soliti, ma erano i soliti amici di suo marito, non i suoi. Li vedeva solo due minuti alle partite. Begli amici! Maschi! E poi parlano della solidarietà maschile! Ecco, appunto, si disse, doveva essere un matto se con così pochi elementi si era lanciato in quella stupidaggine. Doveva contenere la curiosità e dimenticare quella scempiaggine.
Il caso volle, però, che non fece a tempo a dimenticarla, visto che pochi giorni dopo suo marito organizzò un’altra serata. Dovevano esserci dei campionati, qualcosa. Aveva sentito che alla tv erano tutti eccitati. Italia, Italia. A lei sembravano tutti matti. Comunque quella sera lei rimase in sala e in cucina un po’ più a lungo. Volutamente non si era messa niente di che, ma voleva ascoltare bene le voci così semmai avesse cambiato idea, sul sentirlo, ma no, dai, su, bé insomma avrebbe almeno riconosciuto la voce. Che a dire il vero se lo sconosciuto fosse stato Marco, bè, sì, insomma, come dire, non era male, ma Marcello, Marcello ti prego, l’intellettuale del gruppo, uno che si piccava di sapere tutto, donne comprese, e aveva un’aria da maniaco sessuale bestiale.
L’unica cosa che fece quella sera di strano, oltre a rimanere lì tra i piedi un bel pezzo, fu quella di lasciare sullo stendino le stesse mutandine della volta prima. Per la verità non le aveva neanche usate. Erano mutandine tutte di pizzo che usava solo in certe occasioni. Non ci andava certo in ufficio. Sì, è vero, il giorno successivo a quella sera se le era riprovate, lì, in camera, da sola, davanti allo specchio dell’armadio, che non le stavano per niente male, le sembrava, le facevano un bel culo, alto, intrigante e anche davanti, erano talmente scosciate… Insomma depilata a dovere non stava per niente male. Si disse che doveva ricordarsi di andare dall’estetista. Era troppo tempo. Aveva delle foreste non delle gambe. Le aveva provate un attimo e poi rimesse nel cassetto. Adesso erano ancora pulite. Non profumavano più di sapone, ma pulite. Rimettendole sullo stendino aveva avuto cura di rispettare la posizione della volta prima. Avrebbe potuto metterne altre. Nere di seta, a roulotte, quelle sì che le metteva più spesso, ma le era sembrato carino, come fosse un invito, un codice, qualcosa di segreto.
Andando a letto quella notte fantasticò un po’. Un amante. Lei. Incredibile. Non era la tipa. Certo che quello stronzo di suo marito gliene aveva messo di corna. Una volta, adesso che si ricordava, aveva osato portare delle donne anche a vedere una partita. Il mattino dopo, con i ragazzi a scuola gli aveva fatto una scenata che se la ricordava ancora, quello stronzo. Donne in casa sua! Cazzo! Se si ripensava la rabbia le saliva e non desiderava altro che avere anche lei un amante. Dente per dente. Non dice così la bibbia? Sto stronzo! Marco. Sì, Marco. Marcello impossibile, dai. Le sarebbe venuto da ridere. Se andava bene. Se no si sarebbe incazzata per qualcuna delle sue puttanate. Si addormentò in posizione fecale, con le mani sull’inguine, senza toccarsi, solo a proteggersi, era sua, solo sua. Certo non di quello stronzo. E si addormentò.
Il mattino dopo quasi corse in bagno a controllare. C’era. Un altro. Sempre il numero di telefono e una frase che le sembrò particolarmente azzeccata, né melensa, né troppo formale. Giusta.
Lo avrebbe chiamato, certo. Ne era sicura. Quella storia doveva finire. Non poteva mica rischiare di dimenticarsene un giorno e di far scoprire quel genere di biglietti dalla donna di servizio. Bisognava che quella storia finisse. In un modo o nell’altro.
Nella pausa pranzi andò in un bar e chiese se avevano un telefono. L’avevano. Incredibile. Fece il numero e dopo poco rispose una voce femminile. Mise giù imbarazzata. Riprovò. Non era certa di non aver sbagliato a digitare il numero. Quella volta rispose una voce di uomo. Marco. Ne era quasi certa. Titubante lo chiese, cercando di camuffare la voce con un fazzoletto. Si sentiva ridicola. Una bimba. Si ricordò di quando con una amica avevano chiamato il più bello della scuola per chiedere un appuntamento. Poi aveva perso a testa e croce ed era andata l’amica sua. Alla fine non era successo niente. La sua amica c’era uscita due volte e poi si erano lasciati. “Marco?” “Sì. Veronica?”
“Sei un pazzo, Marco!”
Lui ribatté. Continuarono a parlare. Lui insisteva per un appuntamento il giorno dopo. Lei disse che non ci pensava neanche e alla fine accettò per un pranzo il giovedì successivo.
Tornò a casa quella sera eccitata e guardò con aria di sfida suo marito. Sarebbero stati pari? Non ne aveva la minima intenzione. Era superiore, lei. Sarebbe andata a pranzo perché farsi corteggiare è molto, molto piacevole e avrebbe avuto la prova che se solo avesse voluto, ecco avrebbe potuto avere un amante, peraltro più giovane di lui. Almeno a vederlo.
Arrivò quel giovedì. Era pronta. Sapeva cosa doveva e voleva fare. Il fatto che il pomeriggio prima fosse andata dall’estetista non significava niente. Infatti non si era mica messa quelle mutandine lì. Si era vestita assolutamente normale, gonna e camicetta. Basta. Niente reggiseni a balconcino, quelli che aveva carezzato la mattina prima di mettersi uno dei suoi normali e men che meno calze, calzette, tiranti e cose così. Normale. Una donna che esce a pranzo con un amico galante.
Il pranzo fu un supplizio. Lui la guardava fissa negli occhi che sembrava volerla mangiare. Aveva occhi chiari, intensi, belli, profondi, e lei ne era ammaliata. Ecco che cosa, si disse, mi era piaciuto particolarmente in Marco. Gli occhi. E poi di riffa o di raffa continuava a portare l’argomento su cose che avevano a che fare col sesso. Abitudini. Esperienze. Chi fa questo. Chi fa quello. Lei si sentiva un caldo tremendo, ma non voleva assolutamente togliersi la giacca, che la camicetta forse era troppo trasparente. Ma forse era stato il vino. Basta.
Il dramma fu che non riuscì ad evitare di accettare un appuntamento per il giorno dopo. Era stato così insistente. Le era sembrato sconveniente fare la ritrosa. E poi perché? Non c’era nulla di male. Non si erano dati neanche un bacetto. Solo una stretta di mano. All’uscita dal ristorante, lei si ricordò che non gli aveva chiesto come gli fosse venuto in mente di lasciarle un biglietto dentro delle mutande. Glielo chiese. Lui disse che non aveva tempo adesso per spiegare. Era tardi. Doveva scappare. Glielo avrebbe detto il giorno dopo. “Ok?” “Ok.” Rispose lei sentendo anche un po’ di rabbia salire: dove doveva correre invece che stare con lei? Era innamorato o no? Ma che maniere lasciarla lì davanti al ristorante per correre via.
Il giorno dopo arrivò all’appuntamento leggermente in ritardo e pazzescamente in tiro. E che cazzo! Voleva proprio vedere se stavolta la lasciava davanti ad un ristorante.
Lui la fece sedere, parlò, chiacchierò, la fece bere, parlò ancora e poi ad una certa ora le disse che era ora di andare. Lei lo guardò fulminandolo. Lui fece finta di nulla, si alzò e l’aiutò ad alzarsi a sua volta, scostandole la sedia dal tavolo. Per il nervosismo quel giorno non aveva mangiato quasi nulla e anche bevuto poco. Lui andò alla cassa e pagò. Poi presala sotto braccio l’accompagnò verso l’uscita. Lei, camminando pensava: “se mi molla di nuovo lì davanti, giuro che urlo”
Lui non la mollò. Continuarono a camminare fino che lui non le disse che abitava proprio lì sopra e aprendo il portone la invitò ad entrare.
Lei che prudentemente si era presa un pomeriggio di ferie, per non essere sempre lì con fiato del suo capo sul collo, entrò ed entrando si rese conto di ciò che quel passo significava. Era pronta? Bè, sì. Fisicamente era a posto, ma, ma la testa… la testa che le girava a dispetto del dito di vino bevuto? Era pronta, la testa. Non ebbe modo e tempo di approfondire, perché appena varcò la soglia della casa di Marco fu assalita da una tempesta di baci e carezze. Non se lo aspettava. Si era immaginato un approccio più soft, divano, poltrona, qualche chiacchera, poi semmai, con calma. Lui no, lui era un torrente in piena, una vasca d’acqua bollente che traboccava d’ogni parte. Non c’era possibilità di tenerlo, di contenerlo. Era impossibile. Le baciava contemporaneamente, sembrava, le braccia, il collo, la nuca, le guance, la bocca, le labbra, gli occhi, le mani, e poi, giù, più giù, i fianchi, il seno, il costato.
Come chi si trovi in mare aperto a lottare con le onde lei si arrese subito e si ritrovò, non avrebbe saputo dire come, sdraiata su un letto con lui tra le cosce che la preparava con foga ed esperienza a quel che sarebbe presto successo. Una libidine. Una cosa che suo marito non faceva più da tempo. E successe. Fu bello, proprio bello. Quello che ci voleva. Dopo tutta quella astinenza. Ad un certo punto le sembrò che le cosce le esplodessero, tanto era accaldata e bagnata. Se ne vergognò anche un po’. Ma lui non sembrava farci caso per niente e lei a quel punto si rilassò, emettendo un urlo di gioia.
Lui le sussurrò, non smettendo di muoversi dentro di lei con foga: “speravo tu fossi così. Ne ero certo, amore mio”
“sìììììììììììì” ansimò lei “sì, sì, sì, sì” E dopo un poco ancora “sìììì”
Tornata a casa la sera si vergognò come una ladra. I figli, i figli le sembrava sapessero tutto, come aveva passato quel pomeriggio, come aveva goduto, quanto, con che intensità, da femmina in calore, orribile guardarli. Loro la guardarono normali, solo con un po’ di tenerezza, perché lei, lei sembrava più stanca del solito e la accudirono, loro, dopo, sbucciandole la frutta e servendole un poco di vino.
Che cari. Come si sentiva una merda!
Poi la notte nel letto non riuscendo a prendere sonno e pensando e ripensando a quel che aveva fatto alla fine si disse che per loro, per i suoi figli non aveva fatto niente di male. Era arrivata a casa per tempo e aveva preparato loro la cena. Aveva chiesto. Si era interessata. Aveva corretto come sempre i compiti del più piccolino. E allora? Era meglio quando incazzata per le litigate col marito non li guardava neanche? Certo che no. Era meglio così. Si era fatta una sana scopata con un amante bravo a letto e che la desiderava. Punto. Basta. Niente altro.
Comunque non riusciva a dormire. Doveva lasciare suo marito? Fin che non c’era nessun altro non c’era ragione. Lei era sempre la signora Gattullo, ma adesso, adesso era sempre la signora Gattullo?
Non lo sapeva.
Si alzò. Andò in sala dove il marito era sdrariato sul divano a sciropparsi programmi televisivi senza senso.
“non riesci a dormire?” lui le chiese
“no”
“vieni qui” disse rialzandosi e facendole posto. Lei si sedette vicino a lui. Lui allungò le mani e le fece un tentativo di massaggio al collo. Non ne era capace. Non glielo disse, ma con la mano lo fermò. Rimasero per un po’ con le mani intrecciate. Poi lei si alzò e tornò a letto, chiedendosi se lui l’avrebbe seguita. Se l’avesse fatto non sapeva cosa lei avrebbe fatto. Era tardi, no?
Lui non lo fece e lei dopo un po’ si addormentò. Se quel matrimonio era una schifezza non era colpa sua.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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