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Al supermercato, ovvero la stronza


di poeta57
11.02.2026    |    4.228    |    5 8.9
"Poi feci il mio dovere, certo, e lei mi è parso rimase soddisfatta, ma la parte principale è che anche mentre la scopavo e ne ammiravo il viso ancora imbronciato e mi dicevo che non era la..."
Siamo entrati insieme al supermercato. Io ero lì come al solito perché esco tardi dal lavoro e a casa non c'è mai niente da mangiare. Da quando Lucia mi ha lasciato va così. Dice che ero troppo appiccicoso. Solo perché, secondo me, l'amavo alla follia. Comunque quella sera, come le altre, era poco prima di cena e la maggior parte dei clienti se ne era già andata. Chi entrava, come me, lo faceva sgambettando veloce veloce. Ciò nonostante l’ho notata subito. Come non notarla? Alta una spanna più di me, senza tacchi, bionda, carnagione perfetta, trucco leggero, gambe lunghe un chilometro fasciate da fuseaux color prugna e sopra una felpa abbondante, sotto la quale immaginai seni importanti che magari non c’erano neanche, tanto la felpa era abbondante e abbottonata fino al collo.
Gli occhi? Ah giusto, gli occhi: azzurro ghiaccio.
Espressione serissima e sguardo duro, tanto che io, ripresomi dal constatare quanto fosse bella, mi ero subito detto che doveva essere una stronza spaziale, almeno tanto quanto era bella.
Coda al carrello, per prendere il quale le cedetti galantemente il posto (anche per ammirarle il culo, ma questo lei non poteva saperlo, anche se secondo me lo sospettava) e poi via per il reparto frutta e verdura e di lì per i mille corridoi della pasta, del latte, dei formaggi e via così.
Mi stavo dicendo che l’avevo persa, quando girando un angolo praticamente le sbattei contro, o, meglio, i nostri due carrelli fecero un frontale.
“Scusi, scusi” da parte di entrambi (forse non era così stronza), e anche un sorriso da parte sua (uno schianto pure quello), poi uno sguardo reciproco al contenuto del carrello e via di nuovo ognuno nel corridoio prescelto.
Il suo carrello era simile al mio. Quando uno è single è single e al di là dei gusti personali le porzioni e le confezioni ne denunciano immediatamente lo stato civile. E lei era single come me. O almeno così sembrava.
Dopo questa constatazione una intuizione, o, meglio, una speranza. Era sola come me, a quell'ora a procurarsi una cena affrettata e non c'è cosa che deprima più i single delle cene da soli a smanettare il telecomando in cerca di qualcosa di decente da vedere. Così una speranza. Magari se la invitavo a cena, per non sentirsi sola avrebbe accettato. Corsi a prendere una bottiglia di Trentodoc e poi, nel reparto gastronomia la cosa più simile a quel che avevo visto nel suo carrello. Aveva preso delle confezioni di bresaola? Me ne feci dare due etti della migliore. Avevo intravisto un godurioso formaggio morbido francese? Ne comprai tre confezioni diverse. Acqua minerale sia gasata che no e poi via di corsa verso le casse, dove mi fermai poco prima in attesa che la strafiga ricomparisse di nuovo.
Dopo pochissimo mi diedi del cretino. Avevo vista che era salita anche lei dal parcheggio sotterraneo. Era là che dovevo aspettarla. O forse era hià giù. Dovevo affrettarmi. Pagai velocemente alle casse automatiche e poi mi precipitai all’ascensore.
Giù non c’era. Impossibile, mi dissi, che se ne fosse già andata. Mi misi ad aspettarla.
Dopo dieci minuti fui premiato.
Quando mi vide fermo all’ingresso del parcheggio con ancora il carrello davanti sgranò quel ghiaccio che aveva al posto degli occhi.
“T’aspettavo” dissi semplicemente.
“Temo si sbagli. Non ci conosciamo, mi pare” rispose cercando di dribblare il mio carrello, messo appositamente di traverso.
“Ancora. Non ci conosciamo ancora. Ho comprato per lei tutto quello che spero le piaccia e vorrei gustarlo insieme stasera.”
“Lei è pazzo.”
“Colpo di fulmine. Mi ha rapito prima per quella sua serietà all’ingresso e poi per quel sorriso contagioso quando i nostri carrelli si sono baciati.”
“Beh, più che baciati, direi scontrati”
“Dal fatto che non è ancora fuggita di fronte a quella che lei ha giustamente chiamato la mia pazzia, deduco che non ha fretta. Neanche io, salvo che incrocio le dita perché lei accetti il mio invito.”
“Sfrontato”
“Sfrontato, ma fortunato oppure sfrontato sfigato?”
Rise. Poi dribblando finalmente il mio carrello e incamminandosi verso la sua automobile girando indietro la testa mi disse:
“Sfrontato e imbranato se non si muove.”
Andai anche io alla mia macchina, caricai la roba e mi indirizzai all’uscita. Notai che lei era ancora ferma al parcheggio. Poi quando la mia auto fu alla sbarra, la sua si accodò alla mia.
Guidai lentamente verso casa. Ad ogni incrocio controllavo di averla ancora dietro e quando per un mio errore (stava per venire rosso e avevo fatto conto che anche lei sarebbe riuscita a passare) non la vidi più fermai immediatamente l’auto. Dopo poco i suoi fari erano dietro a me.
Mai processione fu più sacra e lenta.
Sotto casa mia c’era un posto per la sua auto. Io non ci misi la mia e sporgendomi dal finestrino la invitai a parcheggiare. Poi la mia la misi in un evidente divieto di sosta, ma potevo stare lì a guardare al capello?
Mangiammo? Mangiammo. Bevemmo? Bevemmo. Io più di lei, ma anche lei.
Dopo cena ci guardammo per un attimo in silenzio, poi lei disse semplicemente: “Non stasera. Non sono pronta” e si alzò dirigendosi alla porta. Proprio stronza come avevo pensato, pensai.
“Ok, ho capito: sfrontato e semisfigato” commentai e anche stavolta rise. “Sei buffo e scemo: ho detto non stasera.” Poi dopo aver aperto la porta di casa sussurrò: “chiamami domani in orario di ufficio”
Non mi aveva detto niente di lei. Avevo parlato solo io cercando di farla ridere il più possibile secondo l’antico detto: donna ridente, mutanda calante. Ma così facendo non avevo ottenuto niente. Né il sesso o l’amore come lo volete chiamare, né sapere qualcosa di lei. Quella notte mi masturbai furiosamente ricordando il suo culo e il suo viso.
L’indomani ovviamente chiamai e lei mi disse che la sera prima non era pronta, non tanto a tradire suo marito (non usò il verbo tradire, ma il senso era quello), quanto proprio fisicamente e per l’orario. Non era depilata a dovere oppure aveva un intimo che non le piaceva mostrare ad uno sconosciuto quale ero io e, forse soprattutto, non aveva tempo, tradussi io. C'era un marito, quindi, ma non sembrava essere un problema per lei, cosa che appurai spendendo gran parte della telefonata per chiarire se ci sarebbe stata una seconda occasione. Ci sarebbe stata, mi disse, con il suo solito tono secco e distaccato.
Il marito, che la sera prima doveva rientrare tardi come in effetti era rientrato, di giorno era occupato a farsi gli affari suoi e soprattutto tre giorni dopo sarebbe partito per un viaggio d’affari di un paio di giorni.
Quando lei mi chiese se ci saremmo visti, figuratevi cosa risposi io e con che prontezza.
Quando misi giù la cornetta mi resi conto che ero cotto come un prosciutto. Tenero, gustoso e pronto ad essere servito come meglio lei avrebbe preferito. Di lì in avanti, fino al nostro incontro, non pensai che a lei. Dovete capire che sono certamente sveglio e anche divertente, ma certo non un adone e una figa come quella l'avevo vista solo sui siti che frequentavo per masturbarmi.
Quando il giorno successivo mi raggiunse a metà pomeriggio a casa mia, io ero in un brodo di giuggiole. Entrò, si guardò in giro come se ci fosse entrata la prima volta ed esclamò: "Casa ideale per noi". Lo presi per una promessa d'amore. Poi feci il mio dovere, certo, e lei mi è parso rimase soddisfatta, ma la parte principale è che anche mentre la scopavo e ne ammiravo il viso ancora imbronciato e mi dicevo che non era la stronza che sembrava, ma che era diversa, anche se l’espressione che manteneva anche mentre andavo su e giù, bella compita e seria, ecco quella espressione che non manifestava nessun piacere era proprio da stronza. Intendo da una che non sta provando nulla e si concede con l’aria di fare l’elemosina ad un povero stronzo.
La storia cambiò un poco quando le forzai il sedere. Ecco lì mi parve strabuzzare gli occhi e sospirare convinta, ma appena appena, come una nube leggera che passa veloce in cielo.
Dopo le chiesi se le era piaciuto in specie quella cosa lì. Lei rispose che non sono cose che si domandano ad una signora. Io ribattei che lo volevo solo sapere per ripeterlo o meno. E lei a sua volta controbatté con la più classica della banalità: "chi vivrà, vedrà." Lo presi per un sì.
Fatto sta che io ero venuto due volte (con una pausa più o meno lunga in mezzo) e lei, per quanto mi fossi accorto, forse mai. Tutte e due le volte il mio seme era stato pulito dal suo corpo con fazzoletti di carta. Fredda, come i suoi occhi, anche se dopo, quando rimanemmo a lungo sdraiati uno vicino all'altra mi confessò che le piacevo molto, perché ero dolce, un po' imbranato e le facevo tenerezza e avevo la casa ideale. Non capii bene, ma per il resto era l'effetto che ho sempre fatto alle donne, nonostante mentre scopo cerchi sempre di dare il massimo, di essere maschio, brutale e ogni tanto mi lanci in qualche parolaccia.
Rimanemmo d’accordo di vederci di nuovo il giorno dopo, quando suo marito doveva partire. Io con aria sognante le chiesi se avremmo dormito insieme e lei rimase sul vago ed io passai la sera e il giorno successivo in prenda ad una eccitazione senza fine.
Il giorno dopo, all’ora prestabilita, lei si presentò con una sua amica, una figa spaziale pure questa. Erano alte uguali (quindi entrambi un poco più alte di me) e si erano messe giù da corsa e tra tacchi, spacchi e una volta spogliate guepiere, reggicalze e mutandine che non coprivano nulla. Avevano tutte e due un culo da esposizione.
Ovviamente non me lo aspettavo. Avevo pensato e sognato una serata romantica e una notte ancora più romantica e invece avevo qui di fronte a me, nel mio appartamento, queste due valchirie che presero quasi subito a baciarsi, prima lentamente e poi sempre più calorosamente.
Potete immaginare quanto duro fosse il mio uccello?
Finimmo a letto tutti e tre. Io ero davvero fuori di testa, non positivamente, supino, a disposizione, senza volontà e quando loro due mi allontanarono e si misero a mangiarsi la figa con una passione che la volta precedente con me io non ero neanche riuscito a sognare, ecco lì io ero in tranche a guardare queste due bellissime donne baciarsi, accarezzarsi e infine leccarsi come due adolescenti. Le loro passere luccicavano tanto erano bagnate.
Non ce la facevo più e non avevo nessuna voglia di mettermi in un angolo a masturbarmi.
Quindi mi avvicinai e cercai di cavalcare l’amore mio e lei per un po’ mi lasciò anche fare, salvo poi tirare indietro di colpo il sedere e lasciami lì con il cazzo duro che guardava il soffitto. Nel rialzarsi dal letto proclamò: “adesso ho voglia di scopare io”, al che tirò fuori dalla borsa un cazzo finto bello grosso che si legò in vita. La sua amica si arrotolò come una gatta in calore lasciando disponibile sedere e figa. Lei si avvicinò, le sussurrò qualcosa che mi parve "eccolo, troietta" e poi glielo infilò, ovviamente non trovando nessuna resistenza. Erano talmente bagnate.
Io mi avvicinai e iniziai a baciare la sua amica che aprì la bocca, mise fuori la lingua e mi leccò lentamente le labbra, mentre la mia lei continuava a pomparla altrettanto lentamente, intanto che le sue dita si erano portate sul monte di venere dell'amica. Dopo minuti infiniti (quanti? non so. Tanti) la sua amica venne urlando. Io per un attimo mi chiesi preoccupato se i miei vicini (una coppia di mezza età con cui andavo molto d'accordo) avessero sentito, ma non ebbi tempo di chiedermelo perché le due donne si girarono verso di me sorridendo e, mentre la sua amica le carezzava un seno (a proposito non vi ho detto: la mia lei aveva un culo da favola, ma seni appena abbozzati - le felpa al supermercato era solo abbondante di suo) lei, dicevo, l’amore mio, disse solo rivolta a me e avanzando verso di me facendo ballonzolare il dildo che si era allacciata in vita: “adesso è il tuo turno”
Lo so, avrei dovuto scappare. Non ho mai provato nessun desiderio omosessuale e, come per molti maschi, l'idea di prenderlo nel culo era (ed è) un tabù, ma, ma lei, lei era talmente bella mentre avanzava verso di me e i suoi begli occhi di ghiaccio mi fissavano precisi, che io mi sentii suo, di sua proprietà e quando mi carezzò il cazzo che nel frattempo all'idea di cosa sarebbe successo si era ammosciato e avvicinò le labbra alle mie sussurrando "ti desidero tanto", ecco mi si svegliò un desiderio di abbandono che non avevo mai provato. D’altronde l’amavo. E lei mi desiderava tanto. Come negarle un desiderio?
Devo dire che opportunamente preparato fu meno doloroso di quanto temessi. Mi scopò menandomi il cazzo e alitandomi nelle orecchie e devo confessare che, dopo che quel coso aveva preso pieno possesso di me senza più farmi male, ecco, devo confessare che le venni in mano copiosamente.
Le due rimasero a dormire da me e il mattino dopo, mentre io ero in cucina a preparare il caffè sentii di là mormorii, sospiri e lamenti che non lasciavano dubbi. Tornato le trovai avvinghiate in un sessantanove senza legge né scampo. Non sapevo come partecipare alla festa e quindi non partecipai.
Fatta colazione, le due si fecero una doccia insieme, si rivestirono ed uscirono da casa mia lanciandomi innumerevoli baci.
Vi devo dire che non rividi più nessuna delle due?
Caddi in depressione per un po', ma poi mi ripresi. Solo imparai a non abbordare mai nessuna sconosciuta al super. Sono uno che si innamora e ho bisogno di tempi lunghi. Quella volta lì capitò solo perché lei era di una bellezza spaziale e sembrava stronza altrettanto. Una sfida, quindi, la mia, vinta, se volete. Solo non avrei dovuto innamorarmi. Ma come fai a non innamorarti della bellezza?
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