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Teatro e non solo


di poeta57
19.01.2026    |    2.912    |    6 9.8
"Siamo talmente eccitati che pochi colpi e mugolando il meno possibile veniamo entrambi..."
Serata a teatro a Milano. Concerto di musica classica. Solo. Mia moglie all’ultimo non è potuta venire, causa una infreddatura improvvisa. Io, vestito come un pinguino, mi guardo attorno dall’alto del mio metro e novanta.
Tante signore ingioiellate. Tante pellicce più o meno autentiche. Tanta chirurgia plastica. Signori azzimati e con lo sguardo sicuro di chi sa di essere padrone del mondo, del proprio mondo. Vanitas vanitatis, penso, intanto che aspettiamo nel foyer che ci chiamino in sala. Della vanitas faccio parte anche io, ovviamente. Non sarei qui se non potessi permettermi due posti in platea del costo di qualche bel centinaio di euro l’uno. D’altronde il programma piaceva tanto a mia moglie che però adesso non c’è.
Io, quando alla fine lei non è potuta venire, mi sono detto e le ho detto che non sarei venuto neanche io. Questa roba mi annoia, ma lei, mia moglie, ha insistito: “Non vorrai mica buttare via tutti quei soldi?!” A nulla è valso cercare di farle capire che dal mio punto di vista quei soldi li avevo già buttati per fare un piacere a lei e che l’andare avrebbe solo aggiunto alla perdita di quattrini una monumentale rottura di zebedei. Ha insistito ed eccomi qua. La vita mi ha insegnato tante cose. Una è “mai discutere con tua moglie per più di uno, massimo due minuti”
Ci chiamano in sala. Lento fluire. I vestiti da sera delle signore disegnano, non in tutte, ovvio, culi di notevole fattura. Incomincio a pensare che mia moglie non aveva tutti i torti.
Raggiungo la mia poltrona e mi vedo arrivare dall’altra parte della fila una bella signora che si siede vicino a me. Dopo di lei un signore che immagino essere il marito.
Due file più avanti una gnocca di dimensioni colossali accompagnata da uno che è evidentemente il suo addetto stampa o qualcosa del genere. Mi pare di riconoscerla, ma al cinema vado poco e lei non è certo nell’olimpo delle stelle di prima grandezza, quelle che passano spesso anche in tv. Però gnocca è gnocca e tratta il suo accompagnatore come un bidello di scuola.
In compenso la mia vicina è di una bellezza gelida. Perfettamente truccata, con un profilo perfetto, nasino all’insu e occhi brillanti, ma fredda e composta che neanche il primo della classe, quello odioso che tutti abbiamo avuto a scuola.
Iniziano a suonare e cerco di concentrarmi sulla musica, ma faccio fatica.
Come sospettavo la musica novecentesca è una palla. Già i classici non è che mi facciano impazzire anche se devo ammettere che i tedeschi e l’austriaco qualcosa di buono hanno scritto, ma dopo di loro, il diluvio. Già Wagner mi fa cagare, figuriamoci i successivi. Una palla mostruosa.
Mi guardo in giro. La mia vicina lo nota senza muovere la testa, ma solo con l’angolo degli occhi. Faccio una faccia che credo voglia dire tutto. Evidentemente la mia espressione è buffa, perché mi pare di notare nella vicina un abbozzo di sorriso. Pur nella concentrazione. Il suo compagno, o marito, di là da lei, ha chiuso gli occhi per seguire ma musica.
Due file più in giù la gnocca dà segni di insofferenza composta. A tratti scuote la testa.
Nella fila davanti a me una ragazza accavalla le gambe, belle gambe, cosa che mi permette una distrazione proficua di qualche momento. Per guardale mi sporgo e mi pare che nessuno ci faccia caso. Non certo la proprietaria delle gambe che essendo davanti non può vedere ciò che le accade alle spalle. L’unica è forse la mia vicina, che però mi pare tornata ad immergersi anche lei nella musica.
Che belle le gambe fasciate dal nailon! So di molti fanatici del nailon. Io non sono mai stato un feticista di niente in particolare. Mi piacciono le donne, non so se si è capito, e niente più. Tutte le donne, quelle belle, si intende. Le ciofeche le lascio a quelli di bocca buona. Che poi, ragiono, per perdere tempo intanto che è finito il primo movimento (meno male) ciò che è bello per me potrebbe non esserlo per un altro e poi, diciamocelo, spesso ci sono signore non bellissime, ma con una carica vitale, erotica se vogliamo, che correresti loro dietro fino all’equatore se non ci fosse chi la sera ti aspetta a casa per darti cena e romperti, con grazia, gli zebedei.
Siamo a metà del secondo movimento che avverto sulla coscia una leggera pressione. Immediatamente controllo cosa sta succedendo, ma non c’è nulla di strano. La mia vicina è al suo posto, bella disciplinata e non muove un muscolo. Cappotti, sciarpe e altro sono rimasti tutti nel guardaroba. Mi sarò sbagliato.
Dopo qualche minuto, avverto ancora quella strana pressione. Ci metto un poco di più a guardarmi la gamba. Stavo ammirando di nuovo la nuca della gnocca seduta due file davanti. Me la immagino nuda su un letto con la mia mano che le carezza la nuca mentre la infilo da dietro. Sono un porco, lo so, me lo dice sempre anche mia moglie, spesso, dopo che abbiamo fatto e spesso ridacchiando e sorridendo comprensiva. Ebbene sì sono un porco, ma cosa o chi mi tocca una coscia?
Guardo giù e come prima non c’è niente di strano. Solo la mano della mia vicina, regolarmente ingioiellata, è come se facesse uno strano segno, un po’ come quelli che pubblicizzano adesso in rete come segnale di pericolo. Mi dico che devo aver frainteso. Lì, seduti in platea alla Scala pericoli non ce ne sono. Dopo poco me ne dimentico.
Quando finalmente arriva l’intervallo mi alzo veloce. La mia idea è uscire in piazza a fumare una sigaretta. Nonostante quella che credevo essere stata la mia velocità, mi trovo presto ingolfato nella folla. Mi giro e dietro di me c’è la mia vicina, ma non vedo suo marito o il suo compagno. La gnoccolona, invece, è rimasta seduta. Peccato. Avrei cercato di conoscerla in qualche modo, mentre la mia vicina qui dietro non mi da nessuna emozione.
Arrivati in foyer, la folla si allarga ed è possibile camminare spediti. Sono quasi alla porta che una mano mi ferma e la mia vicina mi chiede: “fa fumare anche me, per favore?”
Quel profilo così perfetto me l’ha resa un po’ antipatica, ma non posso rifiutarmi. Usciamo e ci fermiamo appena al di là dello stipite. Io sono in giacca, ma la signora non ha altro a coprirla se non il proprio vestito da sera. La guardo meglio. E’ proprio anche lei una bellezza, anche se, come dicevo, di quel tipo un po’ troppo freddo per i miei gusti.
Mi tolgo la giacca e le copro le spalle intanto che fumiamo. Chiacchieriamo dandoci rigorosamente del lei.
Non ci diciamo nulla di rilevante, se non che entrambi troviamo il programma musicale della serata di difficile comprensione. Io avrei detto una palla, ma siamo in società e bisogna sapersi esprimere.
Data questa nostra posizione comune, quando da dentro sentiamo che veniamo chiamati a rientrare indugiamo ancora. Non ne abbiamo voglia. Non ce lo diciamo, ma è evidente nei nostri occhi.
Al rientro, la signora mi precede lenta, poi ad un tratto, allunga una mano all’indietro verso di me, come a voler essere presa per mano, cosa che dopo un attimo di esitazione faccio.
Il foyer è ormai semi vuoto.
Invece di dirigersi verso la platea la signora mi conduce di sopra. Le maschere del teatro nel loro costume nero con regolare collare ci guardano passare in silenzio. Ovviamente abbiamo smesso di tenerci per mano e quindi sembriamo ciò che siamo: una coppia che torna al proprio posto in un palco.
La signora arrivata ad una porta la apre, ma dentro c’è gente che attende l’inizio della seconda parte del concerto.
Una maschera si avvicina e lei, sempre impeccabile, gli chiede se non c’è un palco vuoto: “abbiamo posto in platea” gli dice algida “ma il mio vicino è terribile” E' così seria e convincente che quasi ci credo pure io.
La maschera ci conduce poco più in là.
Appena dentro, la signora mi confessa che da giù aveva notato quel palco vuoto, ma aveva solo sbagliato il conto delle porte.
Rimaniamo all’ingresso del palco. Un grosso specchio è appeso ad una parete. Per prudenza ci mettiamo dalla stessa parte dello specchio, cosicché non possa rifletterci.
Io sono fermo e imbarazzato. Lei sta gestendo tutta quella strana situazione e sono ben contento di lasciarle il controllo. Non sia mai che ho beccato una pazza che per motivi suoi poi alla fine non se ne esca con un tentativo di stupro da parte mia. Fermo, mi dico, anche se gli ormoni hanno già capito tutt’altro.
Poi lei si gira e mi bacia.
Le sue labbra si appoggiano alle mie. Solo labbra contro labbra. Le sue braccia sono lungo il suo corpo. Anche le mie. Allungo le dita e le carezzo una mano. Come colpita dalla corrente elettrica, lei apre le labbra e mi bacia profondamente.
Io per qualche istante sto al gioco e poi le sussurro: “non abbiamo tempo, mi pare”
Lei annuisce e si gira dandomi le spalle. Noto solo in quel momento che il suo bel vestito è fermato da eleganti bottoni sulla schiena e giù giù fino al sedere.
Le sbottono quanto serve.
Lei, nonostante i tacchi, è più piccola di me di un po’. Mi denudo il necessario, mi piego sulle ginocchia e la prendo.
Era pronta. Del tutto pronta. Anche io. Entro senza difficoltà. Una beatitudine. Quando il cazzo entra così senza difficoltà alla prima è una benedizione del cielo. Lei mi aspettava. Chissà da quando ci pensava. Le donne ci pensano sempre un sacco, salvo poi negare con decisione se uno glielo chiede.
Sospira.
Le metto una mano sulla bocca per far sì che il suo sospiro sia meno udibile dai nostri vicini. Lei apre la bocca e mi bacia e mi lecca il palmo della mano. Questo ha una azione ancora più benefica su ciò che mi serve per rendere lei e me due persone felici.
Siamo talmente eccitati che pochi colpi e mugolando il meno possibile veniamo entrambi. Almeno così credo. Io di sicuro. Dentro di lei.
Mi sposto, mi ricompongo, la aiuto a richiudere i bottoni del vestito e uno alla volta usciamo dal palco.
Io non torno in sala. Raccolgo il cappotto e passeggio per la città fino a quel che ritengo un orario consono.
A casa mia moglie mezza malata mi chiede e io rispondo “stupendo” Poi aggiungo “soprattutto il secondo atto”
Poi vado in bagno e mi do una lavata.
Quella sera lei, mia moglie, non ha pretese. Meglio. Dormo sognando la bella sconosciuta del teatro. Dato che sono un porco, nel sogno si unisce anche la gnocca di due file davanti. Non avete idea che pompini mi ha fatto nel sogno, mentre a quell’altra, la mia vicina, algida e perfetta, la mettevo nel culo.
La sera successiva mi rifaccio con mia moglie, che nel frattempo si era ripresa. Lei, mia moglie è molto contenta, anche quando, mentre sto prendendola, le racconto quel che le avrei fatto a teatro in un palco vuoto. “Che porco che sei!” commenta. “E tu?” le chiedo ansimando. “Io, io, io avrei fatto il più bel pompino della mia vita” Sospira, poi continua “Lì, nel retro del palco. È una vita che sogno di farlo.” Ansima mentre la stantuffo.
“Allora la prossima volta palco e non platea” concludo.
“Sì” risponde lei “Palco, ma non con te, porcone”
“Lo faresti con un altro?”
“Non vedo l’ora”
Il cazzo non so perché ma mi si ingrossa ancora di più.
“Ma con chi?” ringhio quasi e lei gorgheggia in un rantolo col fiato pesante “si dice il peccato, ma non il peccatore”
“Grosso? L’ho vorresti leccare grosso lì alla Scala?”
“Enorme, amore mio”
“Che troia che sei, amore mio” accasciandomi sulla sua schiena e continuando a tormentarle il clitoride.
“Sì, sì, sì, sì, sì” urla lei sentendo il flusso caldo dentro e le mie dita davanti “Sono tua, amore mio”
Il giorno dopo a colazione, ci ripenso (come tutti i cornuti?) e chiedo: "ma come fai sapere chi ce lo ha grosso?
"Ma non lo so, amore mio, non lo so" sorride maliziosa, poi aggiunge "lo sapessi... magari..."
A me quella conversazione ha messo strane idee e quindi le dico: "Stamattina non vado in ufficio" e poi aggiungo "Vieni di là che nell'attesa di quello enorme ti faccio vedere il mio"
"Ma amore, l'abbiamo fatto stanotte. Mi fa ancora un po' male" e sorride. Quando sorride così, so che vuol dire il contrario di quel che ha appena detto.
"Vieni e mettiti a pecora"
"No, a pecora no. Sdraiati tu che ti preparo e ti cucino io"
"E poi sono il porco!"
"Ma certo, io sono solo una moglie ossequiosa." dice iniziando a farmi un pompino. Poi quasi ricordandosi qualcosa aggiunge: "Magari con qualche fantasia." dice piazzandomi una mano sulla pancia perché non possa muovermi mentre lei mi sbocconcella la cappella. Poi d'un tratto, sollevando la testa e guardandomi fisso, ancora una volta con un sorriso. Le sue labbra lucide del mio liquido e della sua saliva sono uno spettacolo.
"Come hai detto che si chiama quel tuo collega con cui hai giocato a calcetto l'ultima volta?"
"Ma chi?"
"Quello!"
Ora capisco. Uno di un'altra azienda con il cazzo che gli arrivava a metà coscia a riposo. La sera glielo avevo riferito per ringalluzzirla un po'. Se lo ricordava, la mia mogliettina. Poi ricominciando a leccarmi sussurra tra una leccata e l'altra:
"Mai dire ad una moglie le doti di un altro uomo. Lasciate, voi mariti, che siamo noi a scoprirle da sole."
Poi rialzando la testa dal mio pisello concluse: "Pensate che ci manchi l'iniziativa?" e infine: "mmm, come deve essere bello succhiarglielo!"
"Porca che non sei altro" riesco solo a dire mentre vengo come una fontana.
Mi si sdraia di fianco sempre tenendomi il pisello in mano e dopo un poco mi guarda e mi dice: "Adesso lecca tu che sei in debito, intanto che io continuo a sognare"
"Non ci provare neanche" dico io intanto che le apro le labbra e succhio il clitoride.
"Non ci sto pensando per niente. Te lo giuro!"
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