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Un incontro a Venezia


di poeta57
25.03.2026    |    3.117    |    1 8.2
"Il suo viso in primo piano con pochissimo risalto alla cappella (tutta avvolta dalle sue labbra e dalla sua bocca), l’espressione quasi estatica dei suoi occhi socchiusi, il suono di una voce..."
Eravamo finalmente a Venezia. L’avevo promesso a mia moglie. Dopo vent’anni di solo lavoro e lavoro e ancora lavoro, dopo due bimbi di cui non avevo visto la nascita e poco la crescita, ecco finalmente quindici giorni a Venezia.
D’altronde era andata così e dopo la laurea la passione per quel nuovo ramo della medicina mi aveva travolto e il successo ottenuto, e i soldi e la fama, avevano fatto il resto e contribuito a tenere calma mia moglie e la famiglia.
Ora Venezia brillava al tramonto e mentre mia moglie si stava preparando alla cena regalandosi l’ennesimo bagno caldo (quanti ne aveva fatti in quei giorni? “Uno al giorno” aveva cinguettato lei “seguiti, è ovvio, da lenti massaggi e creme. Così la pelle si ammorbidisce e recupera la giovinezza perduta” aveva concluso), io, col suo permesso, mi ero assentato un’oretta per raggiungere il Caffè Florian dove avevo dato appuntamento ad una sconosciuta che mi aveva raggiunto sul telefonino.
Il messaggio di questa sconosciuta era drammatico e io, incuriosito, ne avevo parlato a mia moglie e insieme avevamo deciso che per una sola ora potevo fare una eccezione alla mia vacanza.
Il messaggio era questo: “Buongiorno, mi chiamo Ines Giancarli e ho assolutamente bisogno di vederla per parlarle e chiederle un aiuto per un comune amico, il professor Laghi, che, come saprà giace in uno stato spaventoso. Confido in un suo positivo riscontro. Sua Ines”
Laghi era stato un mio compagno di studi, ma dopo la laurea non aveva esercitato la professione, preferendo fare una vita ritirata e mantenendosi dando lezioni in vari istituti della città. Da quel che ne sapevo, perché in effetti mi era giunta voce, era povero e malato. Questa Ines doveva essere o una parente o una sua studentessa.
Seduto al Florian aspettavo da qualche minuto, quando dall’ingresso entrò una giovane donna di una eleganza e bellezza straordinarie. La tizia si diresse sicura verso di me e non aspettando quasi una mia qualsiasi risposta si sedette, buttando indietro sullo schienale della poltrona il leggero soprabito, guardandomi fisso negli occhi, mantenendo la schiena dritta e accavallando le gambe sontuose.
Ancora una volta non attendendo oltre, iniziò a parlarmi di Laghi e del suo stato psicofisico. Un disastro a suo dire. Per darmi prova della sua malattia, che lei definì, sconcertante, mi mostrò e mi diede da leggere alcune lettere del mio vecchio compagno di studi, lettere certamente appassionate e al limite della pornografia, ma anche indubitabilmente disturbate e disturbanti e, cosa ancora peggiore, a tratti minacciose e violente.
Dopo averle lette le chiesi cosa voleva che io facessi.
“Deve prenderlo in cura”
“Ma lui è al corrente di questa sua richiesta?”
“No, assolutamente. Se sapesse che sono qui a parlarle di lui temo mi ammazzerebbe”
“Non posso curare chi non vuole essere curato”
“La prego” e per sottolineare questa sua richiesta si sporse verso di me. I suoi occhi brillavano di un grigio azzurro infinito. Poi proseguì: “Per capire quanto questa situazione sia dolorosa per me e per lui, tenga presente che sono venuta a Venezia apposta per vederla. Domani mattina riparto per la città, dove potrà trovarmi al numero del mio cellulare. Confido nel suo buon cuore.”
Dopo alcuni minuti di silenzio comune, ripensando alle lettere che mi aveva mostrato e che innegabilmente presentavo un quadro preoccupante, le feci questa proposta: “Laghi non vuole essere curato e quindi è fuori discussione che ciò possa avvenire direttamente. Se lei è d’accordo, le propongo che sia lei a venire in cura da me e dopo qualche seduta approcceremo insieme Laghi e magari con la scusa di parlargli di lei avrò modo di farlo aprire a sua volta e di farmi un giudizio diretto della sua condizione.”
Accettò. Si alzò, riprese il soprabito, si girò e con ancora quell’indumento non indossato (ma tenuto appoggiato ad una spalla) si incamminò verso l’uscita. Non potei fare a meno di notare le caviglie sottili, i polpacci snelli e tesi e più su un sedere tondo e alto. Capivo perfettamente perché Laghi fosse praticamente impazzito per quella creatura.
Rientrato in albergo a cena riferii tutto a mia moglie e alla sua domanda “ma lei come è?” non potei che rispondere “stupenda”
Fu forse perché quel stupenda mi sfuggì troppo velocemente o forse perché nel dirlo sospirai e gli occhi guardarono un attimo verso il cielo, ma quella notte mia moglie, ingelosita, mi fece ricordare la passione che aveva animato gli anni del nostro fidanzamento, quando non c’era giorno o sera che non scopassimo enormemente e lei, lei a quel tempo era stata un vulcano, insaziabile, come fu anche quella notte e quelle seguenti. Alla nostra età tutta quella passione era una sorta di miracolo, almeno per me, miracolo che attribuii al nome di Ines che ogni tanto mia moglie, civettuola, ritirava fuori chiedendo: “come si chiamava quella tizia?”

Rientrato in città, dopo qualche giorno contattai quella tizia che rispose con grande velocità e si diede disponibile ad una prima visita all’orario e nel giorno che io proposi.
La prima visita, dovete sapere, che, nonostante le successive ovviamente non lo prevedessero, quella prima prevedeva anche una anamnesi e un approfondimento fisiologico (malattie giovanili, disturbi fisici, particolarità). Per questo dopo averle fatto tutte le domande di rito sulla familiarità della malattie più comuni, le chiesi di spogliarsi e presi alcune misure del suo corpo. Così come da vestita, anche in intimo era perfetta e le mie mani con un certo imbarazzo presero la misura dei fianchi e del seno. Uno spettacolo. Ne era conscia, ovviamente, molto conscia.
Una volta rivestita le chiesi di raccontarmi se avesse sogni ricorrenti e lei mi raccontò che spesso sognava di rimanere sola con gruppi di uomini molto più anziani di lei, spesso completamente nudi, non sempre, disse, ma spesso, i cui corpi flaccidi le provocavano disgusto. Non così gli enormi peni di cui erano dotati e che esibivano senza vergogna. Erano sogni agitati durante i quali era cosciente di essere contemporaneamente attratta, fortemente attratta ed eccitata da quei membri maschili grandi e rossi e allo stesso tempo disgustata dal resto di quei corpi.
Alla domanda se riconoscesse dei volti, rispose imbarazzata di no, lasciandomi intuire che stesse mentendo, ma, dopo averla invitata un paio di volte alla massima sincerità il suo continuo rifiuto mi convinse a lasciare cadere quella richiesta.
Poi le domandai della sua relazione con Laghi, che poi era il motivo della sua presenza lì. Mi confessò che erano stati a lungo amanti. Si erano conosciuti a lezione con lei studentessa e lei non aveva saputo resistere al fascino della infinita sapienza che Laghi dimostrava quando spiegava.
Alla richiesta di essere più precisa nel racconto del loro rapporto, lei, dopo alcuni minuti, confessò che per lei quei rapporti erano stati solo a natura sessuale, perché sapeva, ne era sicura, che tramite il sesso avrebbe legato a sé per sempre il professore.
Questo mi sembrò assolutamente ragionevole.
Poi, mi disse, aveva intuito un lato oscuro della sessualità di Laghi e, prima tramite curiosità e domande e poi con vari tentativi, che da timidi e impacciati si erano fatti via via più diretti e chiari, lei aveva scoperto che il suo amante non solo gradiva, ma desiderava ardentemente che lei fosse posseduta e soddisfatta da altri uomini in sua presenza. Unica condizione imposta dal Laghi era che i nuovi amanti fossero giovani, possibilmente più giovani di lei.
Avevano così intrapreso una serie di relazioni che ragazzini del liceo che al di là dell’ardore spesso la lasciavano insoddisfatta, anche se doveva mentire per far contento il Laghi.
Dopo qualche mese, però, lei gli disse che non voleva proseguire oltre e lì era iniziata la malattia del Laghi, che si era lasciato andare fisicamente e aveva iniziato a consegnarle quelle lettere che gli aveva fatto leggere.
Quella prima seduta terminò lì.
Tornai a casa quella sera molto confuso. Fortunatamente mia moglie aveva avuto una giornata pesante con i figli e quindi dopo cena finimmo ognuno in camera propria (io e mia moglie dormiamo in due camere separate, da quando a causa della professione spesso rincaso alle ore più strane), dove io, confesso, al ricordo dei racconti e di Ines in mutandine e reggiseno ebbi una erezione che calmai a fatica.
La seconda seduta fu peggio della prima, perché iniziò subito con lei che mi raccontò di aver avuto di nuovo quel sogno con gli uomini più vecchi di lei e che, visto che la volta prima avevo tanto insistito per sapere se nel sogno avesse riconosciuto qualcuno, ecco uno di quegli uomini ero io. Ahimé la clinica imponeva che facessi la domanda successiva e lei rispose che sì, era successo, che aveva avuto l’impressione che fosse durato a lungo e che sì, era stato molto appagante. Laghi? Domandai. Era presente, nudo anche lui e anche lui con un membro dalle dimensioni enormi, cosa che, nella realtà, ci tenne a precisare, non era così.
Aprii la finestra.
Nel girarmi per tornare alla mia poltrona me la trovai davanti e baciarci fu un tutt’uno.
Scopammo per pochi minuti. La paziente successiva era già in sala d’aspetto. Lei mi chiese di rivederci a casa sua una volta con maggior comodo. Io tentennai e dopo averci riflettuto un attimo mi negai.
La sera stessa cominciarono ad arrivarmi dei suoi messaggi, uno più infuocato dell’altro. Mi desiderava, diceva, come non aveva mai desiderato nessun altro uomo. Mentiva, era chiaro, ma ciò nonostante il suo splendore e la sua mente provocavano su di me una attrazione che non riuscivo a negare.
Di nuovo quella notte ebbi una erezione. Non potevo andare avanti come un ragazzino. Decisi che avrei aderito a quei suoi inviti. Il mattino successivo dissi a mia moglie che quella notte sarei rientrato molto tardi. Non era una novità e come tale fu presa.
La sera a casa sua fu memorabile. Aveva preparato una cena deliziosa dimostrando qualità insospettate per una donna così giovane e non sposata. Poi dopo cena mi fece sedere sul divano e mi disse che voleva mostrarmi alcune prove della pazzia di Laghi facendo partire dei filmati con lei nuda in attesa di ragazzi poco più che quindicenni.
Invece di eccitarmi quelle immagini mi disturbavano e glielo dissi. “Meno male” disse lei per poi far partire un ultimo filmato in cui si vedeva solo lei alle prese, con le labbra e la lingua, di un signor cazzo completamente scappellato. Doveva essere come me di religione ebraica. Il suo viso in primo piano con pochissimo risalto alla cappella (tutta avvolta dalle sue labbra e dalla sua bocca), l’espressione quasi estatica dei suoi occhi socchiusi, il suono di una voce maschile profonda che la invitava a togliersi ogni voglia e desiderio con il suo cazzo, ecco quello fece effetto anche su di me e imbambolato con gli occhi fissi sullo schermo quasi non i accorsi che lei aveva iniziato a fare a me quello che aveva fatto a quel tizio sullo schermo.
Proseguimmo quasi fino all’alba e mentre la prendevo lei spesso gridava che ero meglio di Laghi e di tutti gli altri. Poi mi rapiva le mani e le leccava, dito per dito, intanto che io affondavo in lei ed era tale e tanta la passione con cui leccava le mie dita che chiederle se la fantasia di leccare un altro uomo in quel momento fosse qualcosa che le sarebbe piaciuto, lei rispose solo con un suono gutturale, una specie di sì, profondo da animale ferito, che mi eccitò tanto da farmi venire dentro di lei, mentre la mia testa, sottovoce, mi diceva: scappa.
Fummo amanti per diversi mesi, forse anche più di un anno e lei mi fece scoprire una sessualità talmente selvaggia, fatta di orge, scambi, fruste, corde e altro che più di una volta fui tentato di parlarne a mia moglie. Ero quasi sicuro, ricordando i suoi entusiasmi giovanili, e anche quelli veneziani, che anche a mia moglie sarebbe piaciuto partecipare a qualcuno di quegli incontri, ma fortunatamente per il nostro matrimonio non feci niente. Non ero affatto sicuro di reggere una situazione così delicata e complessa.
Solo ogni tanto nel nostro talamo, magari dopo una cena o una festa a casa nostra durante la quale qualche ospite meno conosciuto avevo notato come l’avesse signorilmente corteggiata, ecco lì durante i nostri primi approcci, sollevando la testa dalle sue cosce le chiedevo se le sarebbe piaciuto farsi assaggiare anche da altri. “Ma no, amore mio. Nessuno è bravo come te. Piuttosto io assaggiare. Ricordi come mi piaceva farlo da ragazza?”
Con il cazzo in fiamme mi tuffavo di nuovo tra le sue cosce burrose.
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