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Il mio abito da sposo


di poeta57
18.09.2025    |    3.039    |    0 8.3
"Quando più tardi la chiamo, risponde squillante, dopo che mi sono fatto riconoscere: "ah ecco il più bel culo del mondo!" La passo a prendere dopo due ore dalla chiusura del negozio..."
Mi sono sempre piaciute le gambe delle donne. Specialmente quelle in cui il polpaccio quasi scompare a vantaggio delle asperità della caviglia e, sopra, della solidità delle cosce.
Mentre ero lì nel grande magazzino, o shopping center come lo chiamano adesso, e aspettavo che qualcuno mi venisse ad aiutare a scegliere il vestito, costoso, che avrei dovuto comprare per il mio matrimonio, ecco arriva lei.
Non era la stessa commessa a cui mi ero rivolto prima.
Quella era cicciottella e vagamente brufolosa. Non brutta. Non del tutto. E poi esistono giovani donne completamente brutte?
Questa, invece, rientrava di diritto tra le belle fighe.
Un poco più vecchia di me, direi, alta, slanciata, con un seno dritto e potente come uno squillo di tromba e una gonna che le arriva a metà coscia e sotto delle gambe da urlo.
Il tacco certo aiutava. Non altissimo. Quello che serviva a rendere quel filo di polpaccio ancora più sexi mentre avanza verso di me.
"Mi sposo" penso. "Non posso" penso. "Se faccio lo scemo, visto che sono qui a cercare l'abito per il mio matrimonio, la commessa lo troverebbe di cattivo gusto" penso. Poi, quando ormai è di fianco a me, come se la mia voce uscisse da un altro dico: "ma sa che lei è proprio una figa spaziale!"
Lei abbassa la testa, sorride, poi rialza il capo e come se non avesse sentito mi chiede: "Di cosa ha bisogno? La collega non mi ha spiegato bene".
"Prima di vederla non lo sapevo neanche io. Adesso lo so: usciamo insieme di qui"
Lei tranquilla, di nuovo come se non avesse sentito, ripete: "Di cosa ha bisogno? La collega non mi ha spiegato bene".
"Devo sposarmi fra quindici giorni. Cercavo un vestito per la cerimonia. Ma adesso non sono più così sicuro. Davvero non vuole uscire con me?"
Quella si gira e leggermente sculettando mi fa segno di seguirla tra i mille appendi abiti.
Sono ipnotizzato dal suo culo e dalle sue gambe. Dritte, sottili nel polpaccio, ma con due cosce sode e tese.
La seguirei ovunque, anche perché camminando su quei bei tacchi le sue gambe non hanno una tensione, un segno, un muscolo fuori posto. La tensione dei polpacci si trasmette alle cosce e di lì a quel culo fantastico fasciato in quella gonna stretta a dovere. I colori della divisa sono gli stessi delle commessa di prima, ma il risultato opposto. Tanto la cicciottella con quella gonna e quei tacchi sembrava un telefilm americano anni sessanta, questa appena si muove è sesso allo stato puro.
Arriviamo al reparto giusto e lei inizia a tirare fuori abiti firmati e non.
Io mi tirerei fuori il cazzo che nel frattempo mi si è drizzato completamente.
Mi fermo. Lei mi squadra e io mi faccio guardare. So di non essere brutto. E quindi mi faccio guardare senza imbarazzo. Sorrido con il mio migliore sorriso da "presa per il culo". Poi lei chiede: "Che taglia porta?"
"Una quarantotto sopra. Sotto veda lei" rispondo impertinente.
Lei guarda, abbassa lo sguardo, mi vede, lo vede, sorride, ride quasi e poi: "proviamo una quarantotto"
Mi allunga un abito e mi indica il camerino. Entro e mi spoglio.
Il cazzo eretto disturba le manovre. Le mutande sono già mezze bagnate. Fastidiose. Nonostante sappia bene che non dovrei, mi tolgo le mutande, le ficco in tasca dei jeans che indosso e mi metto i pantaloni e la giacca del vestito che mi ha passato.
Poi esco a guardarmi allo specchio. Lei è lì che mi aspetta. Nel frattempo la mia semi erezione è volata via, lasciandomi il cazzo mezzo duro, elastico, ma non eretto. Meglio.
Lei si avvicina e mi chiede di girarmi dando la faccia allo specchio. Lei da dietro osserva come mi cade la giacca. Dopo un attimo commenta che la giacca è perfetta e, venendomi vicino, solleva con le due mani i lembi della giacca e mi scopre il sedere.
Le mie fidanzate e la mia futura moglie hanno sempre detto che ho un culo da urlo, un po' come le gambe della commessa.
Io mi sono sempre detto che fortunatamente sul lavoro non c'erano omosessuali. Anzi no, ce ne era stato uno che si era dichiarato in azienda e in effetti anche lui a forza di pacche sul mio deretano mi aveva convinto che le mie fidanzate dovevano avere ragione. Un uomo con un bel culo? Boh. Sarà, ma a me piacciono quelli delle donne, belli tondi e in rilievo.
"Quando andremo al mare - mi aveva detto una volta Anna, la mia futura sposa - ti comprerò dei costumi così grandi, almeno due taglie di più, che quel cazzo di culo che ti ritrovi non si veda. Se no mi agiti le signore presenti ed io divento cornuta ancora prima di cominciare. Sicuro di non avere gente di colore tra i tuoi antenati?"
La commessa è ancora lì con i lembi della giacca sollevati e mi chiede di spostarmi un attimo verso destra e poi, quando l'ho fatto, a sinistra.
Lo faccio.
Facendo finta di aggiustare una piega e di togliermi un filo di dosso, la commessa mi dà una piccola botta sul culo. La sua mano, sento, rimbalza sui miei muscoli. Mi giro di scatto. Un po' come fanno le ragazze quando per sbaglio tocchi loro (o palpi) il culo.
La guardo con aria di rimprovero. Lei sorride e alza i palmi verso l'alto, come a dire che non l'aveva fatto apposta. Mente, ovviamente. Ed io sorrido, perché ovviamente non mi importa un fico, anzi, ne sono lusingato.
Lei è ancora vicinissima e sorride e mi dice: "Per il resto il vestito è perfetto" mi assicura.
"Per il resto? - domando - cosa è che non è perfetto?"
Allontanandosi e facendo un gesto con la testa, come a dire, adesso rispondo, piega le gambe e si mette in quella posizione molto indiana, a gambe piegate col sedere che poggia sui talloni. Poi mi dice: "Si giri ancora un attimo e sollevi la giacca"
Eseguo. Silenzio. Torcendo tutto il collo cerco di vedere cosa sta facendo. Niente. Solo mi guarda con attenzione.
Con le belle mani curate posate sulle ginocchia, apparentemente mi guarda il vestito i pantaloni. Forse pensa all'orlo che bisognerà fare.. In realtà sento i suoi occhi fissi sul mio culo.
"Era quello che stavo facendo io prima. Guardarle il culo" penso. Poi dico a voce alta (tanto non c'è nessun altro intorno): "anche io prima le stavo ammirando il culo. Il suo è perfetto. Complimenti."
"Anche il suo non è male" risponde "Fa venire delle idee" soggiunge.
Immediatamente il cazzo si rizza. Meno male che lei è dietro e non vede. Meno male? penso e mi giro. Lei mi guarda la patta gonfia.
Poi fa un passo indietro, ride e commenta: "vedo che anche a lei sono venute delle idee" Poi allontanandosi e riprendendo il tono professionale continua: "L'abito le va a meraviglia. Farà una figura stupenda. Bisogna solo accorciarle un attimo i pantaloni e le maniche della giacca, ma di pochissimo. Stia fermo"
E tornando in ginocchio mi si avvicina e inizia ravanare con gli spilli. La testa quasi mi sfiora l'inguine. Se prima era gonfio, adesso lo è di più.
"Sarà sempre così?" domanda. Ho capito che finge di riferirsi alla lunghezza dei pantaloni in relazione alle scarpe che indosso, ma decido di scoprire il suo gioco e prendendomi il pantalone sui fianchi lo tendo così da rendere l'erezione ancora più visibile. Poi le rispondo: "Sempre per lei"
Lei ride, mi sfiora le mani costringendomi a lasciare la presa della stoffa e poi scende a mettere gli spilli per fare l'orlo giusto,
Quando passando alle maniche si abbassa e il suo seno è a cinque centimetri dal mio torace la tentazione di allungare le mani è quasi irresistibile, ma resisto.
Tutto finito.
Mi accompagna alla cassa, con l'abito sotto braccio.
Poco prima di lasciami in coda, mi passa l'abito e con quello un biglietto.
"Al più bel culo che ho mai visto." c'è scritto davanti. Dietro un numero di cellulare.
Quando più tardi la chiamo, risponde squillante, dopo che mi sono fatto riconoscere: "ah ecco il più bel culo del mondo!"
La passo a prendere dopo due ore dalla chiusura del negozio.
Si è fatta una doccia, cambiata e truccata. Non ha più la sua bella gonna corta, ma il suo culo fasciato a dovere in pantaloni di seta emerge in tutta la sua prepotenza.
Dopo cena, finiamo a casa mia. La casa di uno scapolo, ancora per poco.
Guardando in ingresso la foto della mia fidanzata, nonché futura moglie, lei non fa un plissé. Passa l'indice destro sulla foto e con l'unghia laccata la carezza quasi. Poi mi dice diretta: "spogliati e girati che voglio vederlo e toccarlo da vivo. E' da oggi pomeriggio che penso a che piccolo culo sodo che hai. Dal vero deve essere uno spettacolo"
"Sono onorato" rispondo ubbidendo alla sua richiesta.
"Non lo sapevi che noi ragazze per prima cosa in un uomo guardiamo come ha fatto il culo?"
"Sì, lo sapevo. La mia fidanzata me lo ripete sempre. Dice che è gelosa solo per quello, perché secondo lei tutte in giro me lo guardano. Io non mi sono mai accorto di niente. Salvo oggi"
"voi uomini non vi accorgete mai di niente. Per fortuna" commenta lei.
Quando sono nudo lei mi gira alle spalle e mi dà una gran palpata alle chiappe, piantandomi le unghie fin dentro al solco. "Un culo da mordere" e mi morde.
Basta, mi dico. Tocca a me, mi dico. MI scosto e le ordino di spogliarsi.
Al che lei, andando vicino ad una poltrona, si toglie le scarpe per potersi togliere i jeans e rimane in mutandine e reggiseno. e io le ordino: "rimettiti le scarpe, togliti il reggiseno e camminami davanti"
Lei lenta sculetta. Le tette morbide sobbalzano. Una meraviglia. Uno splendore. Camminando allunga una mano e se la mette tra le cosce fissandomi.
Il mio cazzo sta per esplodere.
"Vieni qui, adesso" le dico.
Non se lo fa ripetere due volte. E' su di me e la lascio fare fin a quando il desiderio del suo culo non mi si ripresenta assillante alla mente. Le tolgo il cazzo dalla bocca, la giro, la spingo sul letto a pancia in giù, la bagno, per quel poco che è necessario, e la inculo.
Lei sospira e quando aumento il ritmo allunga le braccia più che può per afferrarmi e tenermi dentro di lei. Sento le sue unghie sulle mie chiappe che mi stringono e mi tirano ancora più dentro di lei e lei sente i miei muscoli tesi. Dopo poco il mio cazzo che esplode dentro di lei. Urla. Urlo. Finiamo sdraiati uno sull'altra.
In un unico comune respiro ci diciamo: "ti amo"

Il vestito è comunque servito, ma la sposa non è stata Anna.
Non credo di non essere cornuto, ma lei quando io voglio c'è sempre.
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