Lui & Lei
La mia nutrizionista
23.10.2026 |
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"Stiamo programmando il matrimonio, e quando mi chiedono come ci siamo conosciuti, lei sorride e dice: “Gli ho preso le misure, e non ha superato l'esame..."
A cinquant’anni, dopo un divorzio che mi aveva lasciato l’amaro in bocca ma anche una ritrovata libertà, avevo deciso che era il momento di rimettermi in forma.
Non per piacere a qualcun altro, ma per me stesso.
Il mio medico di famiglia, un vecchio amico, mi aveva consigliato una giovane nutrizionista che condivideva l’ambulatorio con lui.
“È bravissima, Marco. Ti rimetterà in forma senza farti soffrire la fame.” e così seguii il suo consiglio e presi un appuntamento con la nutrizionista.
Quando entrai nel suo studio, la prima cosa che notai fu la luce, poi lei.
Elena.
Ventisette anni, capelli corvini raccolti in una coda che lasciava scoperto il collo, occhi castani che sembravano leggerti dentro.
Era alta poco più di un metro e sessanta, con un corpo che il camice molto professionale non riusciva a nascondere: un seno prosperoso, una terza abbondante, che si muoveva morbido sotto quel camice bianco quando si chinava sulla scrivania.
La prima visita fu un supplizio dolcissimo.
Mi fece sedere, mi fece domande sulle mie abitudini alimentari, e io cercavo di concentrarmi sulle sue parole, ma i suoi occhi, il suo profumo di vaniglia e muschio, mi distraevano in un modo che non provavo da anni.
Poi arrivò il momento delle misurazioni.
“Si tolga la maglietta, per favore, devo prendere le misure del torace e delle braccia.”
Mi spogliai, e lei si avvicinò con il metro da sarta.
Le sue dita fresche sulla mia pelle, il suo respiro caldo sul mio collo mentre misurava la circonferenza del torace.
Sentii il sangue affluire verso il basso, un'erezione improvvisa, potente, che tendeva il tessuto dei miei pantaloni.
Cercai di pensare ad altro, a conti, a ricette, ma era impossibile. Il mio corpo aveva deciso da solo.
Quando si chinò per misurare la circonferenza della coscia, il suo viso era a pochi centimetri dal mio inguine.
Lo vide, lo vide chiaramente il rigonfiamento evidente che premeva contro la zip.
Trattenni il respiro, imbarazzato, ma lei alzò lo sguardo e mi sorrise.
Non un sorriso di scherno, ma uno sguardo di complicità, come se avesse scoperto un segreto che le piaceva.
“Tranquillo tutto normale,” si affrettò a dire con voce calma, ma i suoi occhi brillavano di una luce che non lasciava dubbi.
Da quel giorno, le visite mensili divennero appuntamenti che aspettavo con un'ansia quasi adolescenziale.
C'era una sottile tensione tra noi, fatta di sguardi che si protraevano un secondo di troppo, di mani che si sfioravano quando mi passava il programma alimentare, di battute che nascondevano un doppio senso.
Io, a cinquant'anni, mi sentivo di nuovo un ragazzino, quella ragazza mi faceva battere il cuore come un adolescente.
Dopo quattro mesi, presi coraggio.
“Elena, non so se hai già impegni, ma... ti andrebbe di cenare con me una sera? Non parliamo di calorie, promesso.”
Lei rise, un suono leggero e musicale.
Temevo in un suo rifiuto ma inaspettatamente accetto “Ma solo se mi porti in un posto dove il dessert è proibito.” aggiunse sorridendo
La cena fu perfetta.
Un ristorantino tranquillo, vino rosso, risate.
Scoprii stranamente che malgrado la giovane età era già divorziata anche lei da un anno “un errore di valutazione” lo chiamò; che amava il jazz e odiava il calcio.
La guardavo mentre parlava, il modo in cui la luce delle candele le accarezzava il viso, il seno che si muoveva sotto il vestito nero.
Ad un certo punto, sotto il tavolo, il suo piede sfiorò il mio polpaccio.
“E ora?” chiese con uno sguardo ammiccante quando uscimmo dal ristorante.
“Potremmo... andare a casa mia, ho una collezione di vinili jazz che devi assolutamente vedere.”
Mi guardò, gli occhi che scintillavano, era evidente che anche lei voleva la stessa cosa ma che al posto della collezione di farfalle io avevo la collezione di dischi.
Si mise a ridere “Va bene, ma solo per i vinili”
A casa mia, l'atmosfera cambiò.
Misi subito un disco jazz, la musica riempiva la stanza ma nessuno dei due ascoltava davvero. Eravamo seduti sul divano, a pochi centimetri di distanza, e il silenzio tra noi era carico di elettricità.
“Elena...” sussurrai, voltandomi verso di lei.
Lei non rispose a parole.
Si avvicinò, e le sue labbra trovarono le mie.
Un bacio dolce all'inizio, poi sempre più profondo, mentre le sue mani si intrecciavano ai miei capelli brizzolati.
Il mio desiderio, represso da mesi di astinenza, esplose.
La baciai con una fame che non sapevo di avere, le mie mani che le percorrevano la schiena, scendendo verso i fianchi.
“Voglio vederti,” mormorò contro le mie labbra. “Voglio vedere quello che ho visto quel giorno.”
Mi alzai e la presi per mano, guidandola verso la camera da letto.
La luce soffusa della lampada creava ombre suggestive.
Elena si sedette sul bordo del letto, e io mi fermai davanti a lei.
“Togliti i pantaloni,” ordinò con voce vellutata.
Lo feci.
Lentamente, mentre lei mi guardava con quegli occhi castani che ora erano due braci.
Quando il mio cazzo emerse, duro e pulsante, un sospiro di apprezzamento le sfuggì dalle labbra.
“Eccolo finalmente” disse, allungando una mano per accarezzarlo.
Le sue dita erano morbide, calde, e io rabbrividii al contatto.
“L'ho sognato, sai. Da quel giorno. Mi chiedevo come sarebbe stato toccarlo, sentirlo...”
Le sue dita lo avvolsero, una carezza lenta che partì dalla base e risalì fino alla punta, dove un perla di liquido pre-spermatico brillava. Lo raccolse con il pollice, lo portò alle labbra, e lo assaggiò con un sorriso malizioso. Il mio respiro si fece più pesante.
“Ti piace?” chiesi, la voce roca.
“Mi piace moltissimo,” rispose, e si chinò.
Le sue labbra si chiusero intorno alla punta.
Il calore umido della sua bocca fu un'ondata di piacere che mi fece chiudere gli occhi.
Iniziò a succhiare, prima con delicatezza, poi con più passione.
La sua lingua danzava sulla mia lunghezza, percorrendo ogni venatura, ogni centimetro di pelle sensibile.
Le sue mani massaggiavano le mie palle, giocavano con la loro pesantezza, mentre la sua bocca scendeva sempre più profonda.
La guardavo, i suoi capelli corvini che le incorniciavano il viso mentre mi prendeva in bocca, il suo seno che si muoveva sotto il vestito. Un gemito mi sfuggì.
“Elena... cazzo... che bocca…” sussurrai ansimando dal piacere
Lei alzò lo sguardo, i suoi occhi che mi fissavano mentre continuava, un sorriso malizioso sulle labbra.
Poi accelerò, la sua testa che andava su e giù con un ritmo sempre più frenetico, le sue labbra che mi stringevano, la sua lingua che mi torturava.
Sentii il piacere montare, una pressione calda e inesorabile.
“Aspetta... Elena... se continui così...”
Lei si staccò con un ultimo leccata, un filo di saliva che la collegava ancora alla mia punta.
“Non ancora,” disse, con un sorriso. “Ora tocca a te.”
Si sdraiò sul letto, e io la spogliai con mani tremanti.
Il vestito nero scivolò via, rivelando il suo corpo: seni pieni che si sollevavano al ritmo del respiro, capezzoli già duri che puntavano verso di me, un ventre piatto, e tra le cosce, una fica lucida di umidità, le labbra gonfie che invitavano.
Mi chinai su di lei, le mie labbra che risalivano dal suo collo, scendendo verso i suoi seni.
Presi un capezzolo in bocca, lo succhiai avidamente, lo mordicchiai delicatamente, mentre la mia mano accarezzava l'altro, lo torceva con dolcezza.
Lei si inarcò, un gemito soffocato.
“Sì... Marco... così...”
Scesi ancora, la mia lingua che tracciava un percorso di fuoco sulla sua pelle, dal suo sterno al suo ombelico, dove mi fermai un istante per assaporare il suo profumo.
Poi le sue cosce si aprirono per me, e il profumo del suo desiderio mi avvolse, intenso, inebriante.
Le leccai.
Un primo passaggio lento, dal suo ingresso al suo clitoride, un viaggio di scoperta.
Lei sussultò, le sue mani che si aggrapparono alle lenzuola.
“Sì... non fermarti...”
Non mi fermai.
La mia lingua trovò il suo clitoride, quel piccolo bottone di piacere, e iniziò a giocarci.
Lo circondai con la punta della lingua, lo leccai dal basso verso l'alto, lo succhiai delicatamente.
Le sue anche iniziarono a muoversi contro la mia bocca, cercando più contatto, più pressione.
“Oh Dio... Marco... che lingua...”
La tenni aperta con le mani le sue cosce che tremavano sulle mie spalle.
La leccai con voracità, assaporando il suo sapore, il suo umore che scorreva sulla mia lingua.
Due dita trovarono il suo ingresso e scivolarono dentro, mentre la mia bocca continuava a tormentare il suo clitoride.
“Sì... sì... non fermare... sto per...”
Le sue gambe si irrigidirono, il suo corpo si inarcò, e un urlo strozzato le sfuggì mentre l'orgasmo la travolgeva.
La sua fica si contorse intorno alle mie dita, le sue cosce mi serrarono la testa, e io continuai a leccarla, a succhiarla, a bere il suo piacere fino a quando i suoi spasmi si placarono.
Rimase sdraiata, il respiro spezzato, il seno che si sollevava e si abbassava rapidamente.
Mi tirò su, baciandomi con foga, il sapore di lei sulle mie labbra, le sue dita che si intrecciavano ai miei capelli.
“Adesso,” disse, la voce roca di desiderio. “Voglio sentirti dentro di me, voglio sentire ogni centimetro.”
Mi sdraiai sopra di lei, il mio cazzo che premeva contro la sua entrata, scivolando nella sua umidità. Lei mi guardò negli occhi.
“Fammi sentire quanto mi hai desiderato,” sussurrò.
Entrai lentamente, centimetro dopo centimetro, sentendo il suo calore che mi avvolgeva, la sua fica stretta mi accoglieva.
Lei gemette, le unghie che mi si conficcavano nella schiena.
“Sì... così... riempimi...”
Mi fermai quando fui completamente dentro di lei, sentendo il suo battito, il suo respiro.
Poi iniziai a muovermi.
Un ritmo lento all'inizio, estrazioni quasi complete seguite da spinte profonde che la facevano gemere.
Le sue gambe mi cingevano i fianchi, il suo seno che rimbalzava a ogni spinta.
“Più forte...” ansimò “Marco... più forte...”
Accelerai.
Le mie spinte divennero più decise, più profonde, il suono dei nostri corpi che si scontravano che riempiva la stanza.
Lei si inarcava contro di me, le sue mani che mi stringevano il culo, le sue unghie che mi graffiavano.
“Girati,” ordinai, la voce roca.
Lei si voltò, a quattro zampe, il suo culo perfetto sollevato verso di me.
La guardai, la sua schiena che si inarcava, la sua fica che luccicava di umidità.
Entrai di nuovo, più profondo di prima, e lei gemette più forte, il suo viso affondato nel cuscino.
“Sì... così... prendimi da dietro... riempimi...”
La presi con forza, le mie mani sui suoi fianchi, tirandola verso di me a ogni spinta.
Il suono dei nostri corpi che si scontravano, il suo culo che rimbalzava contro il mio pube, il suo respiro affannoso.
La guardai, i suoi capelli corvini sparsi sul cuscino, il suo corpo che tremava di piacere.
Poi la girai di nuovo, la sua schiena contro il mio petto, le sue gambe aperte sulle mie.
Le mie mani sui suoi seni, che li massaggiavano, che giocavano con i suoi capezzoli, mentre la cavalcavo, e lei gettò la testa all'indietro, il suo collo offerto ai miei baci.
“Marco... sto per venire...” ansimò, la voce spezzata.
“Anch'io,” sussurrai nel suo orecchio, la mia bocca che le mordicchiava il lobo.
“Vieni con me, vieni sul mio cazzo.”
Il suo orgasmo mi travolse.
La sua fica si contrasse intorno a me, una stretta calda e pulsante che mi risucchiò, ed io esplosi dentro di lei
Un'ondata di piacere che mi fece perdere la ragione, il mio seme che la riempiva, caldo e abbondante, mentre lei gemeva il mio nome, le sue unghie che mi graffiavano le cosce.
Rimanemmo abbracciati, sudati, il respiro affannoso, il mio cazzo ancora dentro di lei, che pulsava al ritmo del suo orgasmo.
Le mie labbra sul suo collo, le sue mani intrecciate alle mie.
“E ora?” chiesi, riecheggiando la sua domanda di prima.
Lei rise, un suono dolce e soddisfatto. “Ora credo che dovrai rivedere il tuo piano alimentare. Perché questa attività fisica brucia molte calorie.”
Da quella notte, non ci siamo più lasciati.
Le visite mensili sono diventate cene, le cene notti, e le notti una vita insieme.
Stiamo programmando il matrimonio, e quando mi chiedono come ci siamo conosciuti, lei sorride e dice: “Gli ho preso le misure, e non ha superato l'esame.”
Io sorrido, e ripenso a quel giorno, alla sua mano sulla mia coscia, al suo sorriso, ed a come un semplice controllo nutrizionale sia diventato il più bel pasto della mia vita.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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