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Lui & Lei

Leda ed il cigno 6


di iltiralatte
30.07.2025    |    186    |    1 8.0
"Il cigno lo guardò ancora, quindi piegò il collo con quella grazia che non chiede permesso ma concede e appoggiò la testa sulla mano di Brio..."
Capitolo 5

Era mezzogiorno, e l’aria sapeva di pane caldo e fieno asciutto.
Brio e i suoi due amici si erano seduti al ristorante dell’azienda agricola senza grandi aspettative: più fame che curiosità.
Il tavolo era grezzo, il servizio rapido.
La carne fumava nei piatti, il vino rosso brillava nei bicchieri ma fu la luce a scegliere cosa mostrare.
Leda apparve sullo sterrato, con passo tranquillo e il cigno a fianco.
Non camminavano: avanzavano come qualcosa che non ha bisogno di presentarsi.
Le piume dell’animale abbracciavano il sole senza timore e Leda, con quel modo che non cerca sguardi, era più definita di qualsiasi parola detta a tavola.
Brio li notò con curiosità:
— Guardate quella ragazza: viaggia scortata da un cigno.
Fu uno dei suoi amici a rispondergli:
— Quella deve essere Leda: una ragazza bella ed intelligente resa inaccessibile da un cigno che le fa la guardia,
Gli amici continuarono a mangiare ma Brio no.
Era rimasto veramente colpito da quella apparizione e smise di cercare il sapore nel piatto, perché il sapore, in quel momento, stava nel silenzio che si era depositato davanti a lui.
La luce era piena e verticale; l’erba sembrava fresca, pettinata dal vento.
Brio si era attardato dopo pranzo, senza intenzioni, solo col passo di chi non vuole andare via troppo presto ed ammirava da lontano l’inaccessibile Leda col suo cigno.
Fu stupito da quanto vide: i due corpi, quello della donna e quello dell’animale si erano allacciati in un abbraccio impossibile.
Leda era seduta sul prato, accanto al laghetto ed abbracciava con entrambe le braccia il corpo dell’uccello il quale, a parte sua, aveva avvolto il suo lungo collo a quello ben più modesto della ragazza appoggiando, come mossa finale, la sua testa su una spalla della stessa come fanno gli esseri che non avendo braccia o mani sanno tenere.
Brio non parlò.
Nessuno parlò.
Nemmeno il vento osò fare rumore.
Quel gesto non era umano ma ne portava tutta la tenerezza intelligente.
Un cigno e la sua protettrice: due esseri che si contengono senza stringere.
Al colmo dello stupore Brio si avvicino per vedere meglio.
Un passo, due, tre.
Solo in ultimo si accorse di aver sorpassato l’invisibile confine vietato.
Pensò ad un rapido dietro front ma ormai il cigno era all’erta e, abbandonato il collo della ragazza, stava fissandolo con occhi di brace.
Brio rimase lì, inchiodato dalla paura e da una bellezza che non ammetteva movimento.
Davanti a lui, l’abbraccio impossibile tra Leda e il cigno non era solo tenerezza era rito.
Qualcosa di antico, che non si insegna e non si apprende: si manifesta.
I due corpi non si stringevano: si riconoscevano.
Il collo del cigno, ancora avvolto attorno a lei,
la testa poggiata con quel peso preciso che non ferisce, ma conferma e le braccia di Leda, aperte ma non invadenti,sembravano dire:
— Qui nessuno prende: qui si custodisce.
Brio non riusciva più a separare il gesto dall'effetto.
Non stava guardando Leda.
Non stava osservando il cigno.
Si rese conto di stare ammirando un legame che non aveva mai visto né pensato potesse esistere.
Nessun rumore attorno.
Solo l’eco interna di qualcosa che si riconosce sacro senza bisogno di religione.
Era colpito, rapito, ipnotizzato come chi scopre che esiste un linguaggio fatto solo di presenza, senza parole e senza spiegazioni.
Brio rimase immobile.
Il cigno aveva sciolto l’abbraccio e ora lo fissava, teso come una freccia non ancora lanciata.
Leda, invece, non cambiò postura continuava a sedere, tranquilla, sul bordo del prato, con una calma che sapeva già cosa stava per accadere.
Fu lei a parlare.
La voce era bassa, limpida, non come un invito più come una concessione inaspettata:
— Avvicinati.
Brio esitò.
Aveva il corpo che voleva muoversi e la mente che voleva restare.
Un passo in più ed il cigno avrebbe attaccato.
Leda sorrise appena ed inclinò la testa di lato,con quella leggerezza che solo chi è sicuro può permettersi.
— Tranquillo … non morde.
— Becca soltanto.
Il tono non era sarcastico, era ironico e scherzoso quanto bastava per accendere il fiato sospeso.
Brio non sapeva se ridere o arretrare ma capì che quel gesto, quel momento, quella voce non erano più inaccessibili.
Non per lui almeno.
Si fece forza e mosse un passo in direzione della ragazza: il cigno tornò a posare il capo sulla spalla della sua salvatrice.
Brio aveva superato il limite ma nessuno sembrava volerlo punire.
Il cigno lo fissava, sì con quegli occhi lucidi, pieni di coscienza ma non c’era allerta, non c’era ostilità.
Solo sguardo.
Leda restava immobile, seduta sull’erba come se la scena fosse già scritta, già accettata.
Il collo del cigno non tornava all’attacco, non tendeva nemmeno a proteggere.
Esso sembrava solo osservare, come se Brio fosse già parte della scena, non ospite né intruso, come se qualcosa, in lui, non stonasse.
Brio lo percepì.
Sentì che, per qualche ragione, non stava rovinando nulla.
Che la bellezza davanti a lui non si era spezzata, solo aveva aperto una microfessura per farlo entrare.
Non parlò.
Non si mosse oltre.
Rimase fermo come si rimane davanti a qualcosa che non chiede spiegazioni ma solo rispetto.
Il silenzio era ancora profondo ma non bastava a rassicurare.
Leda alzò lo sguardo verso Brio e per un attimo si irrigidì.
Era un riflesso, non un pensiero.
Un gesto che nasce dalla memoria del pericolo.
Lei era abituata a frenare il cigno, a contenerne l’istinto, a proteggerlo dalle presenze che non avevano diritto di partecipazione.
Brio era vicino: non minaccioso, non invadente ma abbastanza prossimo da far tremare l’equilibrio.
Leda sentì il corpo del cigno muoversi appena, una tensione minima, come un arco che non vuole scoccare.
Lei, per un istante, era stata pronta ad intervenire.
Non per paura ma per difendere quel legame che non ammette ferite.
Poi il cigno si era bloccato.
Non aveva avuto reazioni.
Era rimasto immobile, composto come se avesse già scelto.
Leda trattenne il respiro.
Non per sé per lui.
Il cigno non reagì, non si irrigidì, non si allontanò.
Anzi si mosse.
Con passo lento, quasi cerimoniale, si avvicinò a Brio.
Non c’era fretta come non c’era esitazione.
Solo una scelta che si compiva.
Brio, incerto ma presente, tese una mano: non per toccare ma per offrire.
Il cigno lo guardò ancora, quindi piegò il collo con quella grazia che non chiede permesso ma concede e appoggiò la testa sulla mano di Brio.
Non come un animale che si lascia accarezzare ma come un essere che include.
Il gesto fu breve ma bastò.
Era una conferma silenziosa, un sigillo.
Leda osservava senza intervenire.
Non parlò: comprese.
Leda restava immobile ma dentro di lei qualcosa si muoveva con forza.
Ella era interdetta, quasi confusa: non per il gesto in sé ma per ciò che quel gesto contraddiceva.
Guardò Brio, poi il cigno, quindi di nuovo Brio come se cercasse una fessura nella logica, una spiegazione che non trovava.
Parlò piano.
La voce non era dura ma carica di stupore trattenuto.
— Non ha mai tollerato estranei.
— Ha beccato, ha respinto, ha urlato con le ali.
— Ha fatto paura ed ha fatto male.
Brio non rispose.
Non poteva.
Il cigno era ancora lì, con la testa appena appoggiata alla sua mano, come se nulla fosse.
Leda scosse appena il capo, non per negare ma per accettare che qualcosa era cambiato e lei non sapeva il perché.
Brio sorrise.
Non per leggerezza ma per quella gratitudine che nasce quando si riceve qualcosa che non si è chiesto.
Il cigno era sempre lì, colla testa poggiata sulla sua mano e Leda lo osservava non più turbata ma assorta.
Brio non osò dire nulla.
Non osò interpretare.
Il gesto era troppo grande per essere spiegato, troppo delicato per essere tradotto in parole.
Fu Leda a recuperare la voce:
La voce era calma come chi non ha certezze ma osa immaginare.
— Forse è un segno.
Brio la guardò.
Non domandò:
— Di cosa?
Non volle sapere:
— Per chi?
Accettò la frase come si accetta una chiave che apre una serratura che si ignora dove sia.
Il cigno, intanto, si ritraeva piano, non per chiudere ma per lasciare spazio.
Il silenzio non era più barriera.
Era diventato spazio condiviso.
Brio fece un passo,non per avvicinarsi ma per sentirsi davvero parte di quel piccolo gruppo.
Leda lo osservò e questa volta non c’era più turbamento nelle sue azioni-.
Si presentarono: non con parole ma con un gesto antico.
Le mani si cercarono, si trovarono, si strinsero.
Semplice e sincero come si fa quando non serve dire chi si è.
Nuovamente il cigno, con passo lento e collo flessuoso, si avvicinò al contatto.
Poggiò la testa sulla stretta di mano: non per interrompere ma per sigillare.
Il gesto fu breve ma bastò.
Era una conferma, una benedizione, un patto.
Nessuno parlò.
Nessuno rise ma qualcosa era stato detto e nessuno lo avrebbe dimenticato.
La stretta di mano si era sciolta ma qualcosa era rimasto tra le dita.
Un tremito.
Non fisico, non visibile: simbolico.
Brio lo sentì come si sente una corrente che non ha origine né direzione.
Leda lo percepì come una vibrazione che non appartiene al corpo ma al momento.
Non era magia.
Non era razionalità.
Era altro.
Qualcosa che non si può spiegare e proprio per questo vale più di qualsiasi spiegazione.
Non cercarono di nominarlo.
Non provarono a capirlo.
Lo accettarono.
Come si accetta un dono che non ha mittente ma arriva preciso, nel momento esatto in cui serve.
Il cigno, ora distante, li osservava da lontano.
Non come guardiano ma come testimone.

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