Lui & Lei
Leda ed il cigno 4
26.07.2025 |
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"Nel suo diario, scrisse:
— Faccio cose piccole ma tanto piccole che si rompono prima ancora di nascere..."
Capitolo 3Brio cresceva.
Lo si vedeva nelle mani, nelle spalle, nel passo incerto che si faceva sempre più lungo.
Nel viso che perdeva rotondità, nei silenzi che diventavano più profondi ma che nessuno notava oppure osservava davvero.
L’adolescenza non lo afferrò con slanci di passione.
Lo avvolse piano, come una nebbia sottile.
In lui qualcosa cambiava.
Sussulti, immagini, desideri vaghi.
Il corpo cominciava a voler dire qualcosa ma non sapeva né cosa né come.
Lo sguardo si posava sulle compagne di classe, con pudore, con paura, con un tremore che non aveva nome.
A volte provava un calore improvviso, un pensiero che lo turbava, una frase che gli restava dentro per ore ma tutto rimaneva lì: immobile, senza parole, senza gesti, senza seguito.
Un intero universo interiore privo di finestre.
Brio non si confidava con nessuno.
Non sapeva nemmeno se quelle sensazioni fossero giuste e normali.
Non aveva ricevuto strumenti, modelli, esempi.
Aveva solo suo padre, silenzioso, chiuso: spento!
Provava imbarazzo anche per se stesso.
Faceva finta di non sentire il cuore che accelerava, di non notare un rossore improvviso, di non voler toccare la mano che lo sfiorava.
Ogni pulsione diventava pensiero.
Ogni pensiero si tramutava in silenzio.
Ogni silenzio era solo ombra e nulla più.
L’adolescenza di Brio non era fatta di scoperte ma di evitamenti, di vergogne non spiegate, di slanci interrotti prima ancora che nascessero.
Era come se tutto ciò che provava non trovasse né spazi né permessi, come se il suo mondo interiore fosse una stanza chiusa con lui dietro la porta.
La classe cambiava: rideva più forte, si parlava con gesti e sguardi mentre i banchi si spostavano come cuori agitati.
Le amicizie diventavano alleanze, le confidenze si facevano promesse, gli sguardi tentativi.
Tutti cercavano, qualcosa o qualcuno.
Brio osservava.
Era lì, certo, ma estraneo a ciascun gruppo
Le sue compagne ridevano tra loro, si scambiavano bigliettini, pettegolezzi, battiti.
I suoi compagni parlavano di primi baci, di mani sfiorate sotto il tavolo, di emozioni raccontate male ma vissute con urgenza.
Qualcuno si innamorava davvero.
.Qualcun altro si consumava in silenzio.
Qualcuno si vantava di un messaggio ricevuto.
Qualcun altro piangeva per una assenza.
Era la stagione dei primi legami, dei primi amori e dei primi dolori.
Brio restava come sempre sul bordo.
Non per disprezzo o per timore ma, più semplicemente, perché non riusciva a trovare il modo di inserirsi.
Le sue emozioni erano forti e vivaci ma non avevano possibilità di espressione.
Le sue pulsioni richiedevano spazio ma il corpo non osava accontentarle.
Ogni giorno, vedeva l’amore nascere attorno a sé senza alcuna possibilità di viverlo.
Era come se gli altri parlassero una lingua a lui del tutto ignota.
Quando un compagno gli mostrava una chat con una ragazza, Brio sorrideva con gentilezza ma non sapeva cosa effettivamente dire.
Quando sentiva le risate alle spalle di un flirt ben riuscito, le ascoltava come si ascolta una musica in un’altra stanza.
Nel suo diario, scriveva:
— Il mondo si stringe, si sceglie, si scambia: io mi lascio passare.
Brio non mancava mai ma nemmeno approdava mai a qualcosa di vero.
La sua presenza si consumava tra la soglia e il silenzio, tra ciò che vedeva e ciò che non sapeva affrontare.
Ogni invito sembrava un test.
Ogni occhiata, una sfida.
Ogni possibilità, una trappola travestita da occasione.
Gli altri sbagliavano, certo.
Piangevano, si ferivano, si lasciavano ma almeno provavano.
Brio invece si ritraeva prima ancora di tendere la mano.
C’erano feste e c’erano pomeriggi in cui si usciva in gruppo.
C’erano occasioni per dire:
— Vengo anch’io.
Brio inventava scuse.
— Troppo tardi.
— Non ho i mezzi.
— Non conosco bene nessuno.
La verità era che aveva paura ma non sapeva di cosa.
Quando qualcuno lo invitava a partecipare, Brio sorrideva e cercava vie di fuga.
Non odiava gli altri: odiava il punto in cui avrebbe dovuto decidere di esserci.
Ogni relazione possibile sembrava troppo esposta.
Ogni apertura, troppo rischiosa.
Ogni sentimento, troppo incontrollabile.
Brio si muoveva come un visitatore tra le vite altrui, sfiorando affetti e legami
senza mai neppure lambirne l’ingresso.
Quando, per sbaglio, qualcuno lo includeva davvero, egli si sentiva scoperto, come se qualcosa di sé non fosse pronto a mostrarsi al mondo: non ancora.
Forse mai.
Nel suo diario, scriveva:
— Non mi manca nulla, dicono: ma io, da dentro, vedo soltanto muri che fingono di essere porte.
Brio provò a parlare.
Non lo aveva mai fatto davvero non per mancanza di parole ma perché suo padre era una porta chiusa che non concedeva chiavi.
Quella sera, dopo una giornata che sembrava pesare il doppio rispetto alle altre, Brio si sedette al tavolo.
Nero stava leggendo il giornale, come sempre: occhi fissi, dita rigide, silenzio pesante.
— Non riesco
Disse Brio piano, quasi sottovoce.
— Cosa?
Domandò Nero senza guardarlo.
— A stare con gli altri.
— A capire … le ragazze.
— Cosa dovresti capire?
— Non saprei.
— Mi sento sempre fuori da ogni gruppo.
— Nessuna mi …
— Le donne, Brio, non vanno capite.
— Vanno evitate quando sono frivole,
— Vanno tenute a bada quando provano a cambiarti.
Silenzio.
Brio lo guardava: Nero riprese il giornale.
— Tu sei buono.
— Fin troppo.
— Le donne si approfittano dei buoni.
— Ricordatelo.
Brio non rispose.
Avvertiva un groppo alla gola, come se la sua domanda si fosse trasformata in una condanna.
Non aveva ricevuto consiglio.
Solo un monito e una semplificazione crudele.
Non c’era spazio per il dubbio né per l’ascolto.
Solo per un tu non vai bene così ma in forma di sentenza mascherata da protezione.
Nel suo diario, riportò:
— Ho chiesto aiuto e mi hanno regalato paura.
— Ora non so se ho sbagliato nel parlare, o se il mio errore non sia stato quello di nascere.”
Brio cominciò a osservare l’amore come si osserva un serpente incantato: bello, sinuoso ma pronto a mordere.
Non erano rancore né gelosia; era una deduzione apparsa da sola pian piano, come una malattia senza febbre.
Aveva visto troppa fame negli occhi di chi ama.
Troppi compromessi, troppi addii.
Troppe mani tese che alla fine tremavano perché non erano mai state davvero accolte.
L’amore non sembrava un dono: piuttosto una richiesta che non ammetteva rifiuti.
Cominciò a pensare che amare fosse una forma di dipendenza.
Un cedimento elegante, una fragilità ben confezionata.
Una voce che diceva:
— Ho bisogno di te.
Ma che non lasciava mai spazio al silenzio.
Brio non lo disse a nessuno.
Neppure a se stesso.
Lo scrisse sul diario, con calligrafia precisa:
— Chi ama si espone e chi si espone, prima o poi, si sgretola.
Da quel giorno, ogni gesto gentile lo mise in allarme.
Ogni frase morbida lo faceva irrigidire.
Ogni possibilità di avvicinarsi diventava un pericolo camuffato da carezza.
Eppure … qualcosa dentro di lui non era convinto ma persino il dubbio Brio riuscì a tenere a distanza come si tiene lontana una speranza che non si vuole deludere.
Brio iniziò a collezionare errori che non lasciavano traccia.
Piccoli tentativi, gesti quasi impercettibili che morivano prima ancora di diventare intenzione.
Guardava.
Pensava.
Faceva un mezzo passo e lo cancellava, come si cancella una parola scritta troppo in fretta.
Ogni approccio sembrava un’idea fragile: una frase preparata mentalmente, una postura esercitata in solitudine, una possibile apertura che cedeva al primo sguardo.
Il sabotaggio non era crudele.
Era elegante, sottile.
Una forma di protezione che lavorava contro di lui con la precisione di un avvocato nemico.
Talvolta, si accorgeva di aver attirato uno sguardo.
Altre volte percepiva interesse in un gesto altrui ma interrompeva subito l’illusione: cambiava percorso, fingeva fretta, dimenticava di esistere.
Nel suo diario, scrisse:
— Faccio cose piccole ma tanto piccole che si rompono prima ancora di nascere.
Quelle rotture silenziose diventarono la sua collezione preferita: una serie di tentativi abortiti, invisibili agli altri, evidenti solo a sé stesso.
Brio era tutto ciò che molti tentano di essere: amabile, sensibile, intelligente ma non gli bastava.
Non per gli altri ma per sé stesso.
Ogni qualità sembrava scolpita su carta velina. Fragile, leggera, trasparente come se la sua gentilezza fosse un difetto ben mascherato e la sua intelligenza un modo goffo per chiedere scusa di esistere.
Non sapeva quando fosse cominciato.
Forse una frase lasciata cadere da qualcuno, forse uno sguardo che lo aveva ignorato troppo a lungo, forse una somma di piccole rinunce.
Brio camminava tra gli altri come si cammina dentro una stanza dove nessuno ti vede davvero.
Sapeva di piacere a tratti ma capiva di non lasciare impronte.
Nel suo diario, scrisse:
— Sono come il vetro pulito.
— Non sono sporco ma in questo modo nemmeno si nota che esisto.
Ogni volta che rideva, gli sembrava di falsare qualcosa.
Ogni volta che riceveva attenzione,sospettava fosse per gentilezza, non per verità.
La sua immagine interiore divenne quella di un essere “quasi”: quasi amato, quasi importante, quasi reale.
Brio aveva imparato a sorridere nel momento esatto in cui avrebbe voluto sparire.
Un talento mimetico: gentilezza perfetta, ironia calibrata, voce mai invadente.
Un amico ideale: mai un desiderio.
Era presente, rassicurante, discreto.
Faceva battute intelligenti, ascoltava con attenzione, sapeva alleggerire i pesi degli altri ma nessuno pensava di stringerlo forte a sé per davvero.
Le ragazze lo cercavano per un consiglio, non per un bacio.
I ragazzi lo chiamavano per un confronto, mai per un rischio condiviso.
Brio divenne quello che fa bene avere intorno ma che non si vuole al centro.
Una presenza necessaria ma mai scelta.
Nel diario, scrisse:
— Sono la spalla.
— Reggo, ascolto, sorrido ma nessuno ha mai scritto una scena per me.
Quell’ironia che gli serviva da scudo, a volte diventava una lama rivolta verso se stesso.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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