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Lui & Lei

Esaurita 4


di iltiralatte
26.06.2025    |    633    |    0 8.7
"Poi appoggiò il telefono sul tavolo, a faccia in giù, accanto al cucchiaino sporco di marmellata..."
Franco, improvvisamente, venne escluso.
Nessun preavviso.
Nessuna spiegazione.
La presenza del marito impedì a Marianna, per un paio di giorni, di tornare al caffè.
Franco non ricevette un messaggio.
Nessuna parola.
Solo assenza.
Il bar sembrò diverso.
Quell’equilibrio intimo e fragile che avevano costruito non aveva più il suo naturale contraltare.
L’aria era ferma ed egli avvertì la sparizione di Marianna come qualcosa che avveniva nell’ombra, silenziosa ma definitiva.
Marianna non tornò più al bar.
Non fu una decisione annunciata.
Semplicemente, smise di recarvicisi.
Si prese tempo lasciandosi alle spalle il banco, le chiacchiere e la tazzina di metà pomeriggio.
Si chiuse in casa, o forse solo in sé stessa.
Franco attese.
Ogni giorno comandava due caffè.
Uno lo sorbiva.
L’altro lo lasciava raffreddare accanto a lui, come se bastasse quel gesto a farla riapparire.
Non accadde mai.
Una sera, senza pensarci troppo, prese un foglio e una penna.
Scrisse una lettera.
Non c’erano accuse.; solo parole trattenute, di quelle che si posano sulle cose senza alzarne il peso.
“Non so cosa aspettarmi ma ogni giorno senza il tuo sguardo è più opaco del precedente. Non ho nulla da chiedere ma scriverti mi fa respirare.”
Non la inviò.
La piegò con cura, la inserì tra le pagine del suo diario lasciando che stesse lì, come qualcosa mai accaduta ma che sarebbe stato tanto bello se fosse esistita.
________________________________________

Marianna tornò senza preavviso, come il dolore che si ritira ma non guarisce.
Apparve un mattino, sull’ingresso del bar, vestita come sempre, ma con una postura diversa, più composta, più distante.
Franco la vide entrare.
Non fece un gesto.
Solo lo sguardo che si abbassò per non chiedere nulla.
Lei ordinò un caffè.
Lo bevve in silenzio, come si beve qualcosa che non scalda più.
Si avvicinò.
Lui disse solo:
— Non sei tenuta a dirmi nulla.
— Io non voglio pietà.”
Lei lo scrutò a lungo.
Con dolcezza, gli posò la mano sul viso.
Sussurrò, quasi per sé stessa:
— Non sono qui per essere capita, bensì per non dimenticare chi ero.”
Rimase lì un momento. quindi uscì, lasciandolo tra la luce tremolante del neon e un profumo che non era mai stato tanto lontano.
Quel giorno, Franco la attese più a lungo del solito.
Il bar ormai era svuotato e le sedie già capovolte sui tavolini.
Marianna non tornò.
Nessun passo, nessuna ombra oltre il vetro, nessuna scusa.
La notte scivolò dentro lui come fa la nebbia: piano, ma senza possibilità di uscirne.
Il giorno dopo si recò di nuovo al bar.
Il banconiere gli porse un pacchetto:
— Quella donna con cui sta sempre lo ha lasciato per lei.
Era il diario di Marianna.
Non c’era altro messaggio che un biglietto piegato tra le prime pagine:
“Scrivici tu. Da oggi. Io ho finito.”
Era un lascito
Non d’amore, non di addio.
Era una staffetta silenziosa, come se dire altro fosse diventato inutile.
Franco rimase in piedi per un tempo impreciso.
Poi si sedette.
Aprì il diario.
Dopo un lungo respiro, lesse l’ultima frase.
“Angelo mio, quando tutto sarà quieto ci ritroveremo dove nemmeno il tempo potrà dividerci.”
Franco la lesse e subito comprese-
Quello era un commiato.
Pregando Iddio di essere ancora in tempo scattò dal bar senza neppure pagare la consumazione.
Ricordava una frase:
“Dopo quell’attacco d’asma... mi sedetti vicino alla sua tomba e non riuscivo più a tornare a casa.”
Era un sasso lanciato nella calma apparente del quotidiano.
Ora questa frase tornò: si accese di un nuovo significato.
Franco la ricordò la sua empatia gliela aveva riportata alla mente nitida.
Tutto gli appare diverso: Marianna aveva lasciato un indizio, una crepa nel suo grande silenzio.
Franco corse senza pensarci due volte.
Le gambe, più del cuore, avevano capito.
Non cercò un taxi.
Non cercò parole.
Solo la strada.
Il diario, stretto contro il petto, pareva bruciarlo.
Ogni passo era un battito fuori asse, ogni incrocio, un pensiero trattenuto a fatica.
Il cimitero!
Era lì che doveva andare.
Quello era il posto dove il tempo si ferma, dove i nomi sbiadiscono e le preghiere fanno meno rumore del vento.
Correva ancora.
Non per slancio per certezza
Il vento gli piegava il bavero, la gola bruciava, ma il passo non cedeva.
Non stava cercando: sapeva già.
La frase riaffiorò, nitida, come incisa sotto pelle:
“Dopo quell’attacco d’asma... mi sedetti vicino alla sua tomba e non riuscivo più a tornare a casa.”
Allora gli era parsa una confessione smarrita.
Ora suonava come un appuntamento inciso nel tempo.
Un luogo preciso.
Una postura già vista.
Capì dove trovarla.
Tra il cipresso e il marmo, tra quelle due lastre senza fiori dove la memoria la inchiodava ogni volta.
Dove non riusciva a tornare a casa … perché era lì che restava il suo cuore.
Lì, infatti, corse.
La trovò così: seduta sul bordo del mondo, immobile, con lo sguardo perso in un punto che non esisteva.
In mano teneva un flacone ancora sigillato,
Il tappo intatto, ma le dita già pronte a torcerlo.
Franco non disse nulla.
Non servivano parole.
Le si avvicinò piano, quasi temendo che il rumore dei passi potesse spingerla oltre.
Si inginocchiò accanto a lei e le prese la mano con una calma che aveva imparato solo nel dolore.
Posò la sua mano su quella di lei a trattenere senza costringere.
Ella non si ritrasse.
Solo le ciglia tremarono.
Poi, lentamente, abbassò il flacone sulle ginocchia.
Non era ancora salvezza ma non era neppure fine.
Era quell’istante sospeso in cui la morte si siede ad ascoltare.
Marianna era seduta accanto alla tomba del figlio.
Lo stesso posto dove, tempo prima, aveva detto di non riuscire più a tornare a casa.
Ora era ferma lì non per ricordare, ma per restare.
Aveva tra le dita una fiala sottile, sigillata, opaca.
Nessun biglietto.
Nessun pianto.
Il volto era sereno, svuotato, come se avesse restituito ogni cosa alla notte.
Nessun tremore, solo una serenità che incuteva timore.
La quiete di chi ha scelto e non aspetta conferme.
Un passero si posò sul bordo della lapide, poi volò via.
Marianna non lo vide neppure.
Quello, per lei, era l’ultimo luogo che ancora rispondeva al suo nome.
— “Lasciami andare.
Lo disse piano, come lo si dice a una porta chiusa da dentro.
Non c’era rabbia, né supplica.
Era la preghiera relativa alla stanchezza di chi ha fatto pace con la resa.
Franco non rispose subito.
Restò lì, con la fronte appena poggiata sulla sua spalla.
Poi, con un filo di voce che non tremava, rispose:
— Se vai adesso … mi porti con te.
Non era un ricatto.
Era una verità detta senza paura.
Fu in quel momento che Marianna avvertì il peso della sua stessa solitudine spezzarsi: non perché fosse esaurito il dolore,ma perché qualcuno aveva scelto di restarci dentro assieme a lei.
Franco la abbracciò.
Non forte.
Non per trattenerla ma per non lasciarla sola nella lotta.
Ella abbassò lo sguardo.
Il flacone era lì, sulle ginocchia.
Lo sollevò, lentamente, e glielo consegnò:
— Tienilo tu, per favore.
Si alzò.
Non perché fosse convinta ma perché non era più sola.
________________________________________
La casa era buia, ma non fredda.
Marianna entrò in silenzio, con passi leggeri come quelli di chi ha dimenticato come si abita uno spazio.
Franco la seguì senza dire nulla.
Le tolse il cappotto con delicatezza, la guidò verso il divano.
— Distenditi un attimo.
Le ordinò piano, quasi a non svegliare la fatica.
Lei non oppose resistenza.
Si lasciò andare, come se il corpo avesse atteso quel gesto da giorni.
Franco le sistemò un plaid sulle spalle, poi rimase lì a guardarla per un istante.
Sembrava più piccola, ora.
Spogliata di ogni difesa.
Si girò e andò verso la cucina.
Non cercava niente di complicato, solo qualcosa di caldo, semplice, umano.
Mise un pentolino d’acqua sul fuoco.
Aprì lo sportello dei pensili: trovò una bustina di camomilla ed un vasetto di miele quasi terminato.
Sorrise.
Un sorriso piccolo, ma sincero.
Quel gesto improvvisato una tisana nella notte dell’anima era tutto ciò che poteva offrire.
Forse, per ora, sarebbe stato abbastanza.
Quando rientrò con la tazza tra le mani, trovò Marianna addormentata.
Il viso ancora contratto, ma i lineamenti meno tesi.
Dormiva come chi non si fida del sonno ma, sfinita, gli si è arresa.
Franco non fece rumore.
Appoggiò la tazza sul tavolo, vicino ma non troppo.
Poi si sedette in poltrona, non per vegliarla, ma per esserci.
Il tempo scivolò via in silenzio.
Ad un certo punto, Marianna si mosse.
Le palpebre tremarono, le dita si strinsero a vuoto nel plaid.
Si svegliò lentamente, come se tornare alla veglia fosse una scelta da pesare.
Senza aprire davvero gli occhi, sussurrò:
— Il mio angelo … mi ha spiegato cosa devo fare ora.
La voce era fievole ma lucida.
Come quella di chi, dopo aver attraversato il dolore nudo, sia tornato con una risposta certa dentro di se.
Franco non rispose nulla.
Solo strinse le mani tra le sue, piano, aspettando.
Restò fermo: sorpreso.
In piedi, a metà tra l’ingresso e il centro della stanza, come se il pavimento potesse cedere sotto un passo incerto.
Non sapeva se andarsene, restare, o spezzare quel silenzio che sembrava respirare al posto loro.
Marianna lo guardava.
Non era lo sguardo di poco prima, esso non era opaco.
C’era qualcosa di nuovo in quegli occhi: un chiarore quieto, quasi una rivincita sulla vita.
Sollevò appena la mano.
Un gesto piccolo, neppure completo
Un contatto che non cercava pelle, ma presenza.
Franco si avvicinò.
Non parlò.
Non domandò.
Le sedette accanto piano, come si fa con chi ha appena ricominciato a fidarsi del tempo e per un istante, questo fu loro sufficiente.
Non fu un bacio a spezzare il tempo, né un gesto premeditato.
Fu quel silenzio abitato, la piega degli sguardi, la stanchezza che non cercava appigli.
Si trovarono così: senza intenzione, senza fretta.
Marianna posò il viso sul petto di Franco : più un abbandono che un gesto.
Egli le sfiorò i capelli con dita indecise, quasi a domandare il permesso di esserci.
Non c’era urgenza.
Non c’era fame.
Non c’era brutalità.
Unicamente due corpi che si cercavano per non restare soli nella memoria.
Le mani non cercarono pelle, ma tregua.
Le labbra non chiesero nulla trasmisero la loro fame di sentimento.
Si amarono piano, con dolcezza, allo stesso modo in cui si dorme quando il dolore ha allentato la sua presa.
Come si respira quando non si vuole dimenticare ma unicamente non essere più soli.
Quando poi il buio prese tutto, nessuno dei due aveva bisogno di parole: solo della certezza muta, fragile, calda che da quella notte ci sarebbero sempre stati l’una per l’altro.

Fu un’intimità nata non dal corpo ma dal riconoscersi: due dolori che per una notte si dissero:
— Anch’io.”
Giunse il mattino.
Al risveglio Franco si stirò:
Marianna già stava leggiucchiando una rivista sdraiata al suo fianco.

La cucina era piena di luce, di quella che entra obliqua e insiste sui dettagli: una tazza sbeccata, le briciole raccolte in un angolo, il cucchiaino che batteva piano contro la ceramica.
La moka sbuffò all’improvviso, spruzzando caffè sul muro bianco e sul grembiule di Franco.
Marianna scoppiò a ridere.
Non una risata di circostanza, non quella che si offre per gentilezza ma una risata vera, piena, che le salì dalla pancia come un vecchio amico tornato all’improvviso.
Franco rimase immobile, fradicio di caffè, poi allargò le braccia.
— Almeno era buono?
Lei non rispose.
Stava ancora ridendo.
Il silenzio tornò ma non era più silenzio rotto, era silenzio condiviso.
Cucinarono insieme: piccoli gesti, posate che si sfiorano, mani che si incrociano senza fretta e senza malizia.
Marianna non parlava però c’erano due caffè fumanti sul tavolo oltre alla marmellata d’albicocca. quella che il figlio sceglieva ogni volta senza pensarci
Il giornale era lì, piegato con cura, come si fa con le cose che si vogliono lasciare pronte.
Franco entrò piano, quasi aspettandosi il silenzio.
Marianna gli rivolse appena uno sguardo.
Non durò ma nemmeno si sottrasse.
Rimase.
Questo bastò.
Non servivano gesti plateali.
Solo la normalità ma quella normalità nuova, fragile, costruita su una notte senza parole.
Franco capì.
Non era un saluto.
Era un giorno qualunque e questo era, finalmente, il suo inizio.
Era un invito a restare.
La vibrazione arrivò mentre stavano sparecchiando, discreta ma insistente.
Marianna prese il telefono, lo voltò: un nome familiare, senza emoticon né vezzeggiativi.
Solo un nome, secco.
Quello del marito.
Rimase a guardarlo per un momento, come si guarda qualcosa che non fa più male, ma neppure bene.
Poi appoggiò il telefono sul tavolo, a faccia in giù, accanto al cucchiaino sporco di marmellata.
Franco sollevò lo sguardo, ma non parlò
Si limitò a chiudere il coperchio del barattolo, lentamente.
Quel silenzio non era imbarazzo.
Era rispetto di una scelta già presa altrove, in una notte dove non c’erano più stati “prima” o “dopo”.
Il telefono smise di vibrare.
Nessuno lo raccolse.



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