GIÒ A TORRE DEL LAGO
Aveva bisogno di stare solo, si era detto. E forse era proprio quella la bugia che raccontava più spesso a se stesso.
La solitudine, infatti, gli era diventata familiare. Non faceva più paura come un tempo. Aveva imparato a riempire le giornate, a lavorare, leggere, viaggiare, incontrare persone. Aveva imparato perfino a sorridere quando qualcuno gli chiedeva se fosse innamorato. Ma c’erano certe sere in cui, tornando in una stanza vuota, sentiva con chiarezza ciò che nessuna occupazione riusciva a cancellare: desiderava ancora qualcuno accanto.
Non cercava semplicemente un corpo. Quello sarebbe stato facile.
Cercava uno sguardo capace di fermarsi.
Entrò nel locale e si sedette a un tavolino leggermente appartato. Ordinò qualcosa da bere e si mise a osservare distrattamente le persone intorno a lui. Coppie, gruppi di amici, uomini soli che sembravano aspettare qualcuno. Poi lo vide.
Era appoggiato al bancone.
Giò lo notò dapprima soltanto di spalle: alto, fisico asciutto e robusto, capelli scuri, una camicia chiara con le maniche arrotolate. Aveva un modo naturale di stare nel proprio corpo, senza esibirlo. Quando si voltò, però, Giò smise quasi di respirare.
Non era soltanto bello.
Era uno di quegli uomini che sembravano portarsi dietro una storia.
I loro occhi si incontrarono.
Giò sostenne lo sguardo per qualche secondo, poi tornò al suo bicchiere. Si impose di non voltarsi nuovamente. Non voleva sembrare interessato.
Dopo poco, però, sentì quella presenza avvicinarsi.
«È libero?»
Giò alzò gli occhi.
L’uomo indicava la sedia davanti a lui.
«Dipende.»
«Da cosa?»
«Da chi lo chiede.»
L’uomo sorrise. Un sorriso lento, sicuro, che trasformò completamente il suo viso.
«Luca.»
«Giò.»
«Piacere, Giò.»
«Piacere mio.»
Luca si sedette.
Per qualche minuto parlarono del più e del meno. Torre del Lago, il caldo, il mare, la stagione che stava cambiando. Ma Giò si accorse presto che non stava davvero ascoltando le parole. Era troppo concentrato sui particolari: il modo in cui Luca teneva il bicchiere, la voce bassa, le mani, quel modo di guardarlo negli occhi senza mai sembrare invadente.
A un certo punto Luca gli chiese: «Sei qui da solo?»
«Sì.»
«Vacanza?»
Giò fece una piccola pausa.
«Diciamo fuga.»
«Da cosa?»
«Da parecchie cose.»
Luca lo guardò per qualche istante.
«Allora siamo in due.»
Quella risposta cambiò qualcosa.
Non sapevano ancora cosa.
Ma qualcosa era cambiato.
Quando uscirono dal locale era quasi mezzanotte. L’aria era tiepida e le strade avevano cominciato a svuotarsi. Camminarono uno accanto all’altro senza una destinazione precisa. Giò si accorse che Luca tendeva a camminare molto vicino a lui. Ogni tanto le loro braccia si sfioravano.
La prima volta fu casuale.
La seconda forse no.
Alla terza Giò non si spostò.
Luca nemmeno.
Arrivarono vicino al mare. Le luci lontane tremavano sulla superficie scura dell’acqua e, per un po’, rimasero in silenzio.
«Ti piace questo posto?» chiese Luca.
«Molto.»
«Ci vieni spesso?»
«No. Forse è proprio per questo che mi piace.»
Luca si voltò verso di lui.
«Hai sempre bisogno di scappare?»
«Forse ho sempre avuto bisogno di trovare un posto dove qualcuno non sapesse già chi sono.»
Luca fece un passo verso di lui.
«Io non so chi sei.»
Giò sorrise.
«Eppure continui a guardarmi.»
«Perché mi piace quello che vedo.»
Quella frase gli arrivò addosso più forte di quanto avrebbe voluto.
Giò abbassò gli occhi.
Luca gli sfiorò il dorso della mano.
Non lo afferrò.
Aspettò.
Giò sollevò lo sguardo.
Fu lui, questa volta, ad avvicinarsi.
Il bacio fu lento, quasi esitante. Un contatto breve, interrotto prima che potesse diventare davvero qualcosa. Luca rimase vicino, così vicino che Giò sentiva il suo respiro.
«Posso?» domandò.
Giò non rispose.
Gli mise semplicemente una mano sul petto.
Il secondo bacio fu diverso.
Più intenso.
Più sicuro.
Giò sentì il calore di quel corpo contro il proprio e per qualche secondo dimenticò persino dove si trovassero. Le mani di Luca si posarono sulla sua schiena, attirandolo appena più vicino. Non c’era fretta, ma neppure più quella prudenza iniziale.
Quando si separarono, Giò respirò profondamente.
«È un problema», disse.
Luca sorrise.
«Cosa?»
«Che mi piaci.»
«Pensavo fosse un vantaggio.»
Giò rise.
«Per te sicuramente.»
«E per te?»
Giò lo guardò.
«Non lo so ancora.»
Ripresero a camminare.
Quella notte non accadde nulla che Giò potesse raccontare facilmente a qualcuno. Eppure, quando arrivò davanti alla porta della sua casa, aveva la sensazione che fosse accaduto moltissimo.
Luca rimase davanti a lui.
«Domani?»
«Domani cosa?»
«Ti rivedo?»
Giò fece finta di pensarci.
«Potrei avere altri programmi.»
«Li hai?»
«No.»
«Allora domani.»
Luca gli sfiorò ancora una volta il viso e lo baciò.
Poi se ne andò.
Giò rimase a guardarlo fino a quando non scomparve dietro l’angolo.
Quella notte non dormì quasi per niente.
Alle nove e dodici il telefono vibrò.
Caffè?
Giò sorrise.
Rispose soltanto:
Dove?
La risposta arrivò subito.
Dove ci siamo incontrati.
Giò si alzò dal letto e rimase qualche istante davanti allo specchio.
Non si riconosceva.
Era da molto tempo che non provava quella sensazione. Quella specie di agitazione adolescenziale che ti fa scegliere con attenzione una camicia, controllare più volte i capelli, chiederti se l’altro abbia pensato a te almeno la metà di quanto tu hai pensato a lui.
Si vestì.
Quando arrivò al locale, Luca era già lì.
Si voltò appena lo vide.
E sorrise.
Quello fu il momento in cui Giò comprese che il problema non era più capire se ci fosse attrazione.
Quella era evidente.
Il problema era un altro.
Quanto avrebbe permesso a quell’uomo di entrare nella sua vita?
Perché il desiderio poteva essere semplice.
L’amore no.
E Giò lo sapeva fin troppo bene.
Si sedette davanti a lui.
«Ciao.»
«Ciao.»
«Hai dormito?»
«Poco.»
«Anch’io.»
Si guardarono.
E in quel momento entrambi capirono perché.
La giornata trascorse lentamente. Parlarono, risero, camminarono. Luca raccontò qualcosa della propria vita, ma senza concedersi completamente. Giò fece lo stesso. Tra loro c’era ancora una zona d’ombra che nessuno dei due sembrava avere fretta di attraversare.
Nel pomeriggio tornarono verso il mare.
Il sole stava scendendo.
Luca si fermò.
«Giò.»
«Sì?»
«Non voglio che questa cosa sia soltanto una notte.»
Giò lo guardò senza rispondere.
Quelle parole erano esattamente ciò che aveva desiderato sentire.
Ed erano anche quelle che più lo spaventavano.
«Non so cosa sarà», disse infine.
Luca gli prese la mano.
«Nemmeno io.»
«E allora?»
«Allora vediamo dove ci porta.»
Giò strinse quelle dita.
Forse era questo che aveva cercato per tanto tempo: non una promessa, non una certezza, ma qualcuno disposto a camminare accanto a lui senza sapere esattamente dove sarebbero arrivati.
Il sole scomparve lentamente dietro gli alberi.
Giò appoggiò la testa sulla spalla di Luca.
Per la prima volta da molto tempo non sentì il bisogno di proteggersi.
E mentre il mare diventava scuro, pensò che forse l’amore non arriva mai quando lo si cerca. Arrivava quando smetti di aspettarlo.
E quella sera, a Torre del Lago, Giò cominciò ad avere paura di una possibilità che non aveva più avuto il coraggio di considerare.
Che questa volta potesse essere davvero amore.
Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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