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IL PRETE DEL SILENZIO...
27.05.2026 |
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"C’erano poche persone sparse tra le panche, anziane chine sulle preghiere e un silenzio rotto soltanto dal rumore lieve dei passi sul pavimento di marmo..."
Era una di quelle sere sospese di provincia, quando Bologna sembrava lontanissima e il parcheggio ai margini della tangenziale diventava un piccolo mondo separato, fatto di fari spenti, motori tiepidi e silenzi strani. Giò aveva guidato senza meta per quasi un’ora, con la radio bassa e il finestrino aperto, lasciando entrare l’odore dell’asfalto ancora caldo dopo il sole del giorno. Si fermò in un parcheggio quasi vuoto, accanto a un filare di alberi scuri mossi appena dal vento. Restò lì qualche minuto, le mani sul volante, il corpo stanco e la testa piena di inquietudini che non riusciva a mettere in ordine. Fu allora che lo vide.Un uomo stava attraversando lentamente il parcheggio. Indossava pantaloni neri, una camicia scura e un giubbotto leggero aperto. Camminava senza fretta, ma con uno sguardo attento, quasi studiando le auto ferme. Quando passò sotto un lampione, Giò notò il colletto bianco da prete. Distolse subito gli occhi, convinto di essersi sbagliato. Ma pochi secondi dopo quell’uomo si fermò vicino alla sua macchina e bussò piano al finestrino con le nocche. Giò abbassò appena il vetro. Il sacerdote aveva circa qurant’anni, un volto affascinante, occhi scuri profondi e mani curate. «Scusi… posso chiederle una sigaretta?» domandò con voce bassa. Giò gliela porse senza parlare troppo. Le dita del prete sfiorarono le sue un istante più del necessario. Un contatto breve, ma sufficiente a far nascere qualcosa di ambiguo nell’aria. L’uomo sorrise appena, ringraziò, ma non si allontanò subito. Rimase lì, accanto allo sportello, il volto illuminato a metà dalla luce gialla del lampione. «A volte si viene qui solo per stare un po’ in silenzio» disse piano. Giò sentì un brivido attraversargli il corpo. Non sapeva se fosse il tono della voce, quell’ora tarda o il fatto che quell’uomo sembrasse riconoscere qualcosa dentro di lui senza bisogno di domande.
Parlarono per qualche minuto, frasi spezzate, silenzi più eloquenti delle parole. Il sacerdote raccontò di sentirsi soffocare a volte, di guidare la sera senza una meta precisa per allontanarsi dalla canonica e dal peso dei giorni sempre uguali. Giò lo ascoltava osservando le sue mani, il modo nervoso con cui si sistemava il colletto, lo sguardo che ogni tanto scivolava sulle sue gambe per poi rialzarsi subito. A un certo punto il prete abbassò gli occhi e sorrise amaramente. «Ci sono desideri che uno passa la vita a cercare di seppellire.» Quelle parole rimasero sospese dentro l’abitacolo caldo della macchina. Giò sentì il cuore accelerare. Il parcheggio attorno a loro era immobile, lontano dalla città e dalle regole del giorno. Per un lungo istante nessuno dei due parlò più. Poi il sacerdote fece un piccolo cenno con la testa, quasi un saluto trattenuto, e si allontanò lentamente verso la sua auto, lasciando Giò solo nel silenzio della notte, con addosso il peso di quell’incontro ambiguo e impossibile da dimenticare.
Passarono un paio di settimane, ma Giò non riuscì a togliersi dalla testa quell’incontro nel parcheggio. Non tanto per quello che si erano detti — poche frasi, quasi insignificanti — quanto per il modo in cui quell’uomo lo aveva guardato. C’era stata una fame trattenuta, un’inquietudine che Giò riconosceva bene. Ogni tanto, tornando a casa la sera, si sorprendeva a rallentare l’auto vicino a quel parcheggio, quasi aspettandosi di rivederlo sotto uno dei lampioni gialli, con il colletto bianco che spiccava nel buio. Ma non accadde. Bologna riprese il suo ritmo abituale, le lezioni, le giornate lunghe, i portici pieni di gente. Eppure quella presenza continuava a restargli addosso come un odore difficile da lavare via.
Una sera, rientrando tardi, lo vide davvero. Era fermo davanti a una piccola chiesa nei pressi di casa sua, in una strada secondaria quasi sempre deserta dopo cena. Indossava un cappotto scuro e teneva le mani infilate nelle tasche. Sembrava più stanco della prima volta, il volto segnato da occhiaie profonde. Quando incrociò lo sguardo di Giò, per un istante rimase immobile, quasi colto in fallo. Poi accennò un sorriso appena visibile. «Lei abita qui vicino?» domandò con voce bassa. Giò annuì. Sentiva già quella strana tensione tornare a muoversi dentro di lui, la stessa del parcheggio. Camminarono insieme per qualche metro sotto i portici silenziosi, ascoltando il rumore dei loro passi e il vento freddo che si infilava tra le colonne. Il sacerdote gli raccontò che quella era la sua parrocchia da pochi mesi, che faceva fatica ad ambientarsi, che la notte spesso usciva a camminare per liberarsi la testa. Parlava piano, quasi con vergogna, evitando spesso di guardarlo negli occhi. Ma quando lo faceva, Giò sentiva quel peso sotterraneo, quel desiderio trattenuto che rendeva ogni silenzio più intenso delle parole.
Si fermarono all’angolo della strada dove Giò avrebbe dovuto salutarlo e rientrare. Per qualche secondo nessuno disse niente. Le luci dei lampioni disegnavano ombre lunghe sui muri, mentre dalla chiesa arrivava appena l’odore freddo dell’incenso e della pietra umida. «Forse non avrei dovuto fermarmi quella sera,» ammise il sacerdote all’improvviso, abbassando lo sguardo. «Ma a volte uno è più solo di quanto riesca a sopportare.» Giò sentì qualcosa stringergli lo stomaco. C’era una fragilità dolorosa in quell’uomo, nascosta dietro il colletto e le parole misurate. Gli venne spontaneo avvicinarsi appena, abbastanza da sentire il suo respiro nel freddo della sera. Il prete alzò finalmente gli occhi verso di lui, e in quell’istante sembrò sul punto di dire qualcosa di molto più pericoloso. Invece rimase in silenzio. Si limitarono a guardarsi per qualche secondo interminabile, sospesi in quella tensione impossibile da nominare apertamente. Poi il sacerdote fece un piccolo cenno col capo e si allontanò lentamente sotto i portici, lasciando Giò fermo lì, con il cuore che batteva troppo forte e la sensazione netta che quello non sarebbe stato il loro ultimo incontro.
La domenica successiva Giò entrò in quella piccola chiesa quasi controvoglia, non era mai stato un gran fedele, con il cuore che gli batteva forte già dal sagrato. L’odore dell’incenso e della cera consumata gli scivolò addosso appena oltrepassò la porta, insieme a quella penombra fredda che rendeva tutto irreale. C’erano poche persone sparse tra le panche, anziane chine sulle preghiere e un silenzio rotto soltanto dal rumore lieve dei passi sul pavimento di marmo. Lo vide subito vicino all’altare laterale: il sacerdote parlava con una donna anziana, il volto serio, le mani intrecciate davanti al petto. Quando alzò gli occhi e riconobbe Giò, ebbe un impercettibile irrigidimento. Solo un istante. Poi tornò composto, ma qualcosa nel suo sguardo tradiva inquietudine. Giò si sedette in fondo, fingendo calma, mentre dentro sentiva crescere un’eccitazione strana, quasi crudele. Non era lì per pregare. Era lì per vedere fino a che punto quell’uomo sarebbe riuscito a resistere.
Aspettò che la chiesa si svuotasse quasi del tutto, poi si avvicinò lentamente al confessionale. La tendina era socchiusa. «Padre… posso?» chiese piano. Dall’altra parte sentì un’esitazione brevissima, quasi un respiro trattenuto. «Certo.» La voce del sacerdote era più roca del solito. Giò entrò e si inginocchiò. Lo spazio stretto odorava di legno antico e incenso, ma sotto c’era anche il profumo maschile dell’uomo seduto accanto, così vicino da poter percepire il calore del suo corpo. Per alcuni secondi nessuno parlò. Poi Giò sorrise appena, fissando la grata che li separava. «Non saprei nemmeno da dove cominciare.» Il sacerdote rimase in silenzio. «Ci sono pensieri che ritornano continuamente,» continuò Giò a bassa voce, lenta, controllata. «Persone che uno prova a togliersi dalla testa… ma più ci prova, più le desidera.» Dall’altra parte sentì un movimento appena percettibile. «Il desiderio può confondere,» rispose il prete con fatica. «A volte può portarci lontano da ciò che dovremmo essere.» Giò abbassò lo sguardo e sorrise tra sé. «E se invece facesse sentire vivi?» domandò piano. «Se uno desiderasse qualcuno che non dovrebbe desiderare… ma non riuscisse più a pensare ad altro?»
Dietro la grata scese un silenzio pesante. Giò sentiva il respiro del sacerdote cambiare, più lento, più irregolare. Continuò, ormai sfacciato nel suo gioco ambiguo: «A volte mi capita di incontrare uno sguardo… e di portarmelo addosso per giorni. Di immaginare cosa succederebbe se smettessi di avere paura.» Le dita del prete si strinsero appena sul bordo del confessionale. «Ci sono confini che esistono per proteggerci,» disse infine, ma la voce gli tremò leggermente. Giò si avvicinò di qualche centimetro alla grata, abbastanza da vedere l’ombra del suo volto. «Forse,» mormorò, «ma ci sono desideri che non spariscono nemmeno pregando.» Per un istante interminabile nessuno parlò più. Poi il sacerdote chiuse gli occhi dall’altra parte del separé e abbassò il capo, come se quelle parole gli avessero toccato qualcosa di troppo profondo. Quando tornò a parlare, la sua voce era quasi un sussurro. «Lei dovrebbe andare adesso.» Ma Giò, prima di alzarsi, lasciò scivolare lentamente l’ultima frase, morbida e pericolosa: «Ci proverò, padre. Anche se credo che ormai sia troppo tardi.»
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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