Gay & Bisex
VOGLIOSA ESTATE ...
02.08.2025 |
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"— Mi chiamo Karim, — disse il secondo, mentre le dita scendevano giù, sul collo, sul petto..."
La strada sterrata finiva proprio lì, dove le sterpaglie si aprivano in una lingua di sabbia scura che portava al fiume. La foce del Sele non era né mare né terra, ma una zona incerta, acquitrinosa, densa di silenzi. A quell’ora – le cinque del pomeriggio – il caldo aveva perso solo un po’ della sua arroganza. L’aria era ancora ferma, spessa, ma si cominciava a respirare. Nessun insetto, solo il suono costante dell’acqua che si mescolava tra dolce e salato.Giò camminava piano, a petto nudo, con una camicia annodata ai fianchi e un costume nero corto, troppo corto per non dichiarare qualcosa. Ai piedi, solo un paio di sandali e il fango fresco che cominciava a sporcare le caviglie. I capelli bagnati e spettinati, il sudore che gli colava lungo il petto. Si era lavato nel mare mezz’ora prima, poi si era nascosto tra i canneti, aveva guardato, aspettato.
Quel posto lo conosceva da anni. Non era una spiaggia gay ufficiale, non era un cruising dichiarato. Ma chi lo sapeva… chi lo voleva… ci veniva. E lasciava che succedesse.
Giò si sedette su un tronco mezzo sepolto nella sabbia e si accese una sigaretta. Il sole cominciava a scendere lentamente dietro i cespugli, creando un bagliore dorato sull’acqua. Nessun rumore. Solo un paio di gabbiani in lontananza. Le sue mani, ancora umide, tremavano appena. Ma era un tremito buono, elettrico.
Sentì un passo alle spalle.
Non si voltò subito. Attese. Poi si girò con lentezza, la sigaretta stretta tra le labbra.
Un ragazzo stava avanzando dal sentiero. Alto, magro ma muscoloso, la pelle scura come quella di chi lavora sotto il sole. Portava una canottiera larga e pantaloni di cotone arrotolati fino al ginocchio. Aveva gli occhi scuri, profondi, e una bocca che non sorrideva.
Lo guardava con calma. Senza imbarazzo. Senza fretta.
Giò incrociò le gambe, fece scivolare un po’ più giù il costume. Il cazzo non era ancora duro, ma si intuiva chiaramente sotto il tessuto bagnato. Il ragazzo si avvicinò, si fermò a un metro.
— Ti aspettavo, — disse Giò, con un mezzo sorriso.
— Come lo sapevi?
— Sento l’odore.
Il ragazzo rise appena. Non era un turista, non era uno dei soliti. Aveva lo sguardo di chi ha fame. E una postura precisa, quasi da predatore. Si chinò, gli prese il volto tra le mani e lo baciò. Non un bacio romantico: era diretto, pieno, carnale. La lingua entrò subito, profonda, decisa.
Giò lo afferrò per i fianchi. Sentì il cazzo già duro sotto i pantaloni. Gli passò le mani sotto la canottiera, trovò un petto pieno, caldo, cosparso di peli neri. Si staccarono un attimo, si guardarono. Nessuna parola.
Il ragazzo si inginocchiò nella sabbia, si tirò giù i pantaloni e liberò un cazzo grosso, scuro, venoso. Lo sbatté sulla lingua di Giò, che lo prese subito dentro, affamato. Glielo succhiava forte, con il naso premuto contro l’osso pubico, mentre le mani dell’altro gli stringevano i capelli, lo spingevano ancora più giù.
Poi si tirò indietro. Gli prese le spalle e lo fece piegare a terra. Giò si mise carponi, affondò le mani nella sabbia calda, e aprì le gambe. Sentì le dita dell’altro esplorarlo, bagnarlo di saliva, prepararlo appena. Non gli serviva molto.
— Sei pronto?
— Sempre.
Entrò con un colpo secco, profondo. Giò gemette, il respiro spezzato. Il cazzo lo riempiva tutto, in modo crudo, animale. Il ragazzo lo prendeva con ritmo costante, lento ma inesorabile. Affondava, si ritirava, poi ancora. Il rumore era quello del corpo che s’infila nel corpo. Nessun’altra musica.
Giò si girò, lo guardò. L’altro sputò sulla sua schiena, poi gli leccò il sudore fino alla nuca.
— Come ti chiami?
— A che ti serve?
— Non so, per gridarlo quando vengo.
Ma lui non rispose. Lo scopava con furia crescente, sempre più profondo, mentre il sole si abbassava ancora. Il caldo non era più fastidioso. Era un caldo da orgasmo. Il cielo si tingeva di rame, e la pelle dei due cominciava a brillare. A un certo punto Giò si stese sulla schiena, le gambe sollevate. Il ragazzo glielo rimise dentro, ancora più forte. Giò gemeva a ogni colpo, col cazzo duro che sbatteva sul petto.
Quando venne, fu un’esplosione silenziosa. Il seme gli arrivò fino al mento. L’altro non si fermò. Lo prese fino in fondo, e poi gli venne dentro con un grido rauco, strozzato.
Restarono lì un po’, in silenzio. Il cazzo ancora dentro, il fiato corto. Poi il ragazzo si tirò fuori lentamente, lo guardò.
— Domani torno. Stesso posto.
Giò si leccò le labbra, poi gli baciò l’inguine sporco.
— Porta un amico.
Il ragazzo rise. Si rivestì e scomparve nel sentiero.
Giò rimase steso nella sabbia, le gambe aperte, il culo ancora caldo. Guardava il cielo che scuriva piano. Un gabbiano passò in alto. Il fiume continuava a scorrere.
E lui era pieno. Di sperma, di sale, di desiderio.
Il cielo era ormai viola profondo quando Giò si rimise in piedi. Il cazzo gli penzolava molle, appiccicato al pube incrostato di sabbia secca. Il buco pulsava ancora, ogni passo gli ricordava il cazzo che lo aveva squarciato poco prima. Ma era una fame che non si sazia. Si lavò lentamente, restando nudo. L’acqua dolce gli entrava tra le chiappe, gli sciacquava le cosce, ma il sapore del sale era ancora sulle labbra.
Accese un’altra sigaretta, si sdraiò sul telo, e attese.
Mezz’ora dopo, sentì due voci. Non risate, voci basse, virili. L’eco tra i canneti portava il suono in anticipo. Si tirò su sui gomiti, il cuore già in corsa.
Comparvero insieme: il ragazzo della prima scopata, con accanto un tipo più grosso, più scuro, la maglietta sollevata a metà pancia e uno zaino sulle spalle. I due si guardavano complici, sporchi negli occhi. Si fermarono davanti a lui.
— Sei rimasto, — disse il primo, accennando un sorriso.
— Ho detto di portare un amico, non un toro da monta.
Il nuovo arrivato rise. Gli si avvicinò e, senza dire nulla, gli infilò due dita in bocca. Giò le succhiò forte, mentre l’altro cominciava già a togliersi i vestiti.
— Mi chiamo Karim, — disse il secondo, mentre le dita scendevano giù, sul collo, sul petto.
— Io Giò. Ma tra poco non ve ne fregherà più un cazzo del mio nome.
Il primo si mise dietro, gli leccò la nuca, gli mormorò qualcosa all’orecchio. Karim era già nudo, e il suo cazzo era diverso: più spesso, più duro. Lo fece inginocchiare e glielo ficcò subito in gola, tenendolo per la nuca con entrambe le mani. Giò si lasciò usare. Tossiva, ma non si fermava. Il cazzo lo strozzava e lo faceva sbavare. La saliva colava sulla sabbia, si mischiava con la birra rovesciata e col sudore.
Da dietro, l’altro lo baciava, lo accarezzava, gli infilava di nuovo le dita nel culo. Tre. Poi quattro. Lo preparava per qualcosa.
— Glielo vogliamo dare insieme? — chiese Karim, tirandogli fuori il cazzo grondante.
— Se regge, sì. Ma lo voglio vedere mentre lo prende.
Giò non disse nulla. Si stese di nuovo sul telo, aprì le gambe e si alzò le ginocchia al petto, mostrando il buco ancora allentato. Tremava. Di voglia.
— Allora fai così, — disse il primo, — io glielo metto dentro piano. Tu entra dopo.
Si sputarono sulle mani, si passarono il lubrificante che avevano nello zaino. Cominciarono a lavorarlo insieme. Prima uno, poi l’altro. Il cazzo del primo era già stato lì, sapeva la strada. Karim invece spingeva più piano, ma con più peso. Quando finalmente entrarono insieme, Giò urlò.
Era troppo. Era sublime.
Due cazzi dentro di lui, allo stesso tempo. Uno che premeva sul punto giusto, l’altro che spingeva più a fondo. Il dolore si mescolava al piacere, le grida al respiro. I loro corpi lo tenevano aperto, premuto, inchiodato al telo. Giò non distingueva più chi lo scopava. Sentiva solo i colpi, i grugniti, il caldo.
Quando Karim si sfilò, lasciò il posto alla bocca. Lo leccava ovunque, mentre il primo continuava a scoparlo con violenza. Gli succhiava le ascelle, gli mordeva i capezzoli, gli passava la lingua sul cazzo molle, ancora sporco del suo stesso sperma.
— Sei una puttana, — mormorò. — Una puttana da foce.
— Sì. E non voglio smettere.
Lo girarono di lato, poi a pancia in giù. Lo usarono come un oggetto. Uno lo teneva aperto mentre l’altro lo scopava. Poi si scambiavano. Lo schiaffeggiavano leggero, gli segnavano la pelle con i denti, gli riempivano il buco con dita, lingue, cazzi.
A un certo punto, lo legarono. Le braccia dietro la schiena, con una corda da barca. Giò gemeva, si lasciava fare. Più lo usavano, più lo voleva. Gli ficcarono il cazzo di Karim in gola mentre veniva scopato. La doppia penetrazione lo mandò fuori. Gli occhi si rovesciarono. Veniva senza nemmeno toccarsi. Solo per la pressione, per il senso di possesso.
Quando i due vennero, fu una pioggia calda.
Uno dentro. L’altro in faccia, sulle labbra, nel naso, negli occhi. Giò si leccava da solo, puliva con la lingua tutto quel seme amaro. Poi si accasciò, stremato, le braccia ancora legate, le cosce tremanti.
Nessuno parlò. Si sdraiarono accanto a lui. Gli passarono la birra, gliela fecero bere a sorsi. Karim gli infilò un dito nel culo ancora pulsante e lo mosse piano.
— Non hai ancora finito, vero?
Giò sorrise.
— Finisco solo quando svengo.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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