Gay & Bisex
L'ETÀ DEL DISORDINE
16.10.2025 |
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Il corridoio fuori era silenzioso, ma dentro lo studio era un turbine di respiro affannoso, mani che si sfioravano quasi per caso, sguardi che si intrecciavano, e una tensione che cresceva ad..."
La pioggia cadeva da ore su Bologna, lenta e insistente, lavando i portici e i marciapiedi, entrando come un liquido freddo nei pensieri di chi attraversava la città. Giò, ormai ultraquarantacinquenne, si era trattenuto in università più del solito: tesine da correggere, mail senza risposta, la solita routine che gli consumava i giorni senza lasciare traccia.Quando spense il computer e alzò lo sguardo, il corridoio era quasi buio. Le luci al neon tremolavano, riflettendosi sul pavimento lucido, e fu allora che lo vide.
Uno studente, uno dei tanti volti che si confondono tra gli appunti e le lezioni, era lì, appoggiato alla parete. La camicia leggermente aperta sul collo, lo zaino a terra, gli occhi fissi su di lui con una sicurezza che sfiorava la sfacciataggine.
«Professore…» disse, la voce bassa, appena percettibile ma carica di intenzione, «posso rubarle un minuto?»
Giò si fermò, colpito da quel tono. Non era una domanda accademica. Non era curiosità intellettuale. C’era qualcosa di più — qualcosa che lo disturbava e lo attirava al tempo stesso.
«Certo… dimmi pure,» rispose, cercando di mantenere la calma.
Il ragazzo fece un passo avanti. L’aria sembrava farsi più densa. Giò sentì un brivido percorrergli la schiena: l’odore di giovinezza, il sapore di pioggia, la presenza fisica così vicina da rendere il corridoio improvvisamente stretto, intimo, pericoloso.
«Volevo ringraziarla per le lezioni…» disse, e il suo sguardo era così diretto da far vacillare ogni difesa di Giò, «non per quello che dice, ma per come lo dice.»
Giò sorrise, sentendo dentro di sé qualcosa che credeva sopito da tempo. «Mi fa piacere.»
Il ragazzo si avvicinò ancora, appoggiando le mani sulla scrivania, così vicino da sfiorargli involontariamente il polso. Ogni contatto era un piccolo incendio, ogni sguardo un colpo dritto al cuore.
«Ha un modo di parlare che… resta addosso,» mormorò, e la vibrazione della voce lo attraversò come corrente elettrica.
Giò sentì un groppo nello stomaco. Da quanto tempo non provava quella sensazione, quel brivido improvviso che mescola desiderio e colpa? Anni di disciplina, autocontrollo e routine ora non contavano nulla: tutto il suo corpo urlava per la vicinanza del ragazzo.
«E tu credi di conoscermi così bene?» chiese, cercando di prendere un tono neutro, ma la voce tradiva ogni tentativo di controllo.
«No. Ma mi piacerebbe,» rispose il ragazzo, e Giò sentì le ginocchia diventare molli, il respiro più rapido. Il corridoio era vuoto, la pioggia batteva sui vetri, e tra loro c’era un silenzio carico, dove ogni sospirare sembrava amplificato.
Giò avrebbe dovuto andarsene, prendere le distanze. Ma non lo fece. Per la prima volta da anni, la razionalità cedette al desiderio. E quando il ragazzo si voltò per andarsene, fermandosi un attimo con quel sorriso insolente che conosceva già il potere che aveva su di lui, Giò restò immobile, il cuore che batteva come un tamburo impazzito.
Il giorno dopo, Giò si ritrovò di nuovo nello studio, la pioggia ormai un ricordo umido sui vetri. E fu lì che il ragazzo entrò senza bussare.
«Professore…» disse, la voce più bassa ancora, più vicina, quasi un respiro contro la pelle.
Giò lo guardò, sentendo di nuovo quella corrente attraversargli il corpo. La camicia del ragazzo era leggermente stropicciata, i capelli bagnati, gli occhi così fissi su di lui da sembrare incapaci di distogliere lo sguardo.
«Posso entrare?» chiese, ma era chiaro che la domanda era solo una formalità.
Giò fece un passo indietro, provando a mantenere la calma, ma lo spazio tra loro era già carico, teso, elettrico.
«Certo,» disse lui, la voce rotta da qualcosa che non osava ammettere.
Il ragazzo si fermò davanti alla scrivania, a pochi centimetri da lui. Ogni respiro era percepibile, ogni movimento calcolato. Giò sentì il calore del corpo vicino, il profumo di sapone e giovinezza, e capì quanto tempo fosse passato dall’ultima volta che si era sentito così vulnerabile e vivo.
«Sa…» disse il ragazzo, appoggiando le mani sulla scrivania, inclinando leggermente la testa, «mi è sempre piaciuto osservare chi sa di più. Chi ha vissuto di più.»
La porta dello studio si chiuse dietro di lui senza un rumore. Giò sentì subito il calore del corpo del ragazzo invadergli lo spazio. Non c’era bisogno di parole: ogni movimento era un invito, ogni respiro, un sussurro che gli bruciava la pelle.
«Sa…» disse il ragazzo, avanzando di un passo, «mi piace quando non mi ignora.»
Giò inspirò bruscamente. L’odore della giovinezza, mescolato a quello della pioggia, era quasi tangibile, penetrava nella testa e nello stomaco, lasciandolo sconcertato e stranamente eccitato.
«Non ti ignoro…» mormorò, ma la voce gli tremava, tradendo tutto il controllo che cercava di tenere.
Il ragazzo appoggiò le mani sul bordo della scrivania, inclinandosi appena, così vicino da far sfiorare le sue dita. Ogni contatto, pur minimo, era una scossa, un richiamo alla parte più torbida di Giò, quella che pensava di aver domato da tempo.
«Professore…» continuò il ragazzo, con un sorriso lento e provocante, «non serve fingere. So che ti piace.»
Giò chiuse gli occhi per un istante, sentendo il cuore battere all’impazzata. Gli anni di disciplina, di autocontrollo, di compostezza, ora non servivano a nulla. Il ragazzo aveva risvegliato qualcosa che credeva dimenticato: desiderio puro, irrazionale, sporco.
Un passo più vicino, e Giò sentì il calore del corpo sfiorargli la schiena. La camicia bagnata del ragazzo emanava un profumo caldo, pungente, irresistibile.
«Sei pazzo…» sussurrò, quasi per sé stesso, ma il ragazzo rise piano, un suono basso e maschile che fece vibrare tutto il suo corpo.
«Pazzo?» replicò, inclinando la testa e fissandolo con quegli occhi che sembravano sapere tutto, leggere tutto. «Forse…» fece una pausa, «solo vivo.»
Giò si sentì gorgogliare dentro, come se il tempo si fosse fermato, come se non esistesse nulla fuori di loro due. Ogni regola, ogni barriera, ogni età o ruolo sociale era dissolto. C’era solo il gioco di sguardi, di respirazioni affannate, di corpi così vicini da percepire il calore l’uno dell’altro.
Il ragazzo sfiorò ancora la scrivania, sfiorando il braccio di Giò, e poi inclinò il volto più vicino. Non parlò, ma ogni gesto era una sfida, un invito, un colpo al centro della volontà di Giò.
«Sai cosa penso?» disse infine, quasi un bisbiglio, «penso che ti stai divertendo… e non poco.»
Giò non poté rispondere. Non ancora. Il desiderio lo stringeva, sporco, grezzo, irresistibile, e ogni respiro sembrava colmare l’aria di un’energia che non aveva più provato da anni. Il ragazzo rideva piano, giocando con lui, leggendo ogni piccolo segnale, ogni tremito, ogni battito.
Il corridoio fuori era silenzioso, la città ignara, e dentro lo studio, Giò si accorse di quanto fosse facile lasciarsi andare, quanto fosse semplice cedere a quel richiamo torbido che lo riportava a una giovinezza sporca, violenta nel desiderio e nell’eccitazione.
Un altro passo. Un altro sguardo. Un’altra scintilla.
E Giò, per la prima volta da molto tempo, comprese che non avrebbe resistito.
Giò tentò di mantenere compostezza, ma ogni parola era un colpo diretto al centro del desiderio. «E cosa vedi, allora?» chiese, cercando di sembrare neutrale.
«Lei,» rispose il ragazzo senza esitazione. «Ogni movimento, ogni pausa… tutto parla.»
Il corridoio fuori era silenzioso, ma dentro lo studio era un turbine di respiro affannoso, mani che si sfioravano quasi per caso, sguardi che si intrecciavano, e una tensione che cresceva ad ogni secondo. Giò sentì il desiderio farsi quasi insopportabile, un fuoco che non poteva più ignorare.
«Professore…» disse il ragazzo, piegandosi leggermente verso di lui, «non mi ferma?»
Giò inspirò profondamente. Era vecchio abbastanza per sapere che stava giocando col fuoco, giovane abbastanza per volerlo. Tutti i freni erano caduti: ogni fibra di lui voleva quel gioco, quell’elettricità, quel disordine.
E così, mentre la pioggia batteva sui vetri e la città restava ignara del loro piccolo incendio, Giò capì che la sua vita ordinata, controllata, ormai non bastava più. Qualcosa era tornato a risvegliarsi dentro di lui: il desiderio, la voglia di perdere il controllo, la bellezza sporca di sentirsi ancora, improvvisamente, vivo.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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