Gay & Bisex
RIENTRO DALLE VACANZE 2025 2
22.08.2025 |
3.029 |
2
"Capirono in quel momento che non sarebbe stata solo una notte, né due: era diventata una dipendenza, un legame carnale fatto di sudore, brutalità e desiderio che li avrebbe consumati ogni volta..."
Il mattino dopo Giò si svegliò tardi, con le gambe indolenzite e la pelle che ancora portava i segni delle unghie di Enrico. L’odore acre di sudore e sperma gli rimaneva addosso come un tatuaggio invisibile, e il pensiero della notte appena trascorsa lo faceva fremere di eccitazione e vergogna allo stesso tempo. Uscì sul pianerottolo, ancora in boxer, per buttare la spazzatura, convinto che non avrebbe incontrato nessuno. Invece, seduto sui gradini con una lattina in mano, c’era lui: Enrico, a petto nudo, solo con un paio di pantaloncini che lasciavano intravedere più di quanto nascondessero. Sudato, spettinato, con lo sguardo torvo e un ghigno che parlava chiaro. «Hai dormito bene, professore?» domandò, la voce roca e bassa, facendo scorrere la lingua sulle labbra. Giò arrossì, abbassò lo sguardo, ma Enrico non gli lasciò scampo: si alzò di colpo, lo afferrò per un braccio e lo spinse dentro casa sua con un gesto deciso, chiudendo la porta con un calcio. Lo baciò subito, con violenza, schiacciandolo contro la parete, mentre le mani scivolavano dentro l’elastico dei boxer, trovandolo già mezzo duro. «Non hai idea di quanto ti ho pensato stanotte,» mormorò tra un morso e l’altro, tirandogli via gli slip. Giò si ritrovò in ginocchio quasi senza rendersene conto, con il cazzo del vicino davanti alla faccia, gonfio, pulsante, lucido di pre-sperma. L’odore forte e maschio lo fece ansimare, e prima ancora che Enrico glielo spingesse in bocca, lo stava già leccando con avidità, come un affamato. Le mani ruvide gli afferrarono i capelli e lo guidarono con forza, fino a sentirlo strozzarsi, le lacrime agli occhi e la bava che colava sul mento. «Così… brucia la gola, vero?» ringhiava Enrico, scopandogli la bocca come fosse un buco da usare. Giò gemeva, strozzato ma eccitato, e quando finalmente Enrico lo tirò su, lo baciò di nuovo sporco della sua saliva, trascinandolo verso il divano.Da quel giorno la loro intesa degenerò in una spirale sempre più oscura e irresistibile. Bastava un’occhiata, uno sguardo prolungato sulle scale, e finivano a toccarsi come animali in calore. Una volta Giò si trovò a bussare alla porta di Enrico con la scusa di chiedere il sale; si ritrovò spinto contro il tavolo della cucina, i pantaloni abbassati in un secondo, la faccia schiacciata sul legno mentre Enrico lo prendeva da dietro, con brutalità e voglia insaziabile, i piatti che cadevano a terra e si frantumavano mentre il ritmo dei colpi faceva sobbalzare il tavolo stesso. «Ti piace essere scopato così, sporco e senza pudore?» gli sussurrava all’orecchio, mentre lo mordeva e lo teneva stretto per i fianchi. Giò gemeva, incapace di rispondere, e ogni spinta lo faceva sussultare, più umiliato e più eccitato a ogni gemito. Un’altra volta, in cantina, tra vecchi mobili e la luce tremolante del neon, Enrico lo piegò su una sedia sgangherata e lo prese con tale violenza che la sedia scricchiolava a ogni colpo. L’odore di polvere e sudore si mescolava a quello pungente del sesso, e Giò lo amava, amava farsi sporcare, sentire il seme che colava lungo le cosce mentre uscivano ridendo come complici. Perfino il pianerottolo divenne scenario di un gioco pericoloso: una notte Enrico lo spinse in ginocchio sulle scale e gli fece succhiare il cazzo con avidità, col rischio che una porta si aprisse da un momento all’altro. Giò tremava dall’eccitazione, con le labbra gonfie e il sesso duro che pulsava, pronto a esplodere solo all’idea di farsi sorprendere così.
La notte più estrema arrivò un venerdì. Bologna era umida, l’aria appiccicosa di fine estate, e loro due erano già ubriachi di birra e desiderio. Si ritrovarono sulle scale, a metà tra il piano di Giò e quello di Enrico. Non ci fu neanche un saluto: Enrico lo afferrò, lo spinse contro il muro e gli abbassò i pantaloni fino alle caviglie. Giò si ritrovò con la faccia contro la parete fredda e le mani che cercavano appoggio, mentre Enrico lo penetrava in piedi, con un colpo secco e profondo che gli strappò un urlo. Le scale rimbombavano di gemiti e colpi di carne, i gradini vibravano sotto il ritmo delle spinte, e il rischio che qualcuno aprisse la porta li faceva gemere ancora più forte. Giò graffiava il muro con le unghie, i palmi sporchi di polvere, mentre Enrico lo teneva stretto per i fianchi, pompando dentro di lui come un forsennato. Il sudore colava lungo le schiene, mescolandosi ai loro respiri affannosi. «Ti piace, eh? Vuoi che ci scoprano così, con il cazzo dentro?» sibilava Enrico, tirandolo per i capelli. Giò non riusciva più a parlare: gemeva, urlava, chiedeva di più. Quando venne, lo fece con uno spasmo violento che gli fece piegare le gambe, ma Enrico continuò a sbatterlo finché non esplose dentro di lui con un orgasmo lungo, caldo, che lo fece tremare e ansimare come un animale. Restarono lì, sporchi e sudati, ridendo e gemendo ancora, incapaci di smettere di toccarsi. Capirono in quel momento che non sarebbe stata solo una notte, né due: era diventata una dipendenza, un legame carnale fatto di sudore, brutalità e desiderio che li avrebbe consumati ogni volta di più.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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