RINASCITA BOLOGNESE ... 2
Lo strattonò via dal muro e lo spinse sul vecchio tavolo che tremò sotto il peso dei loro corpi. Giò cadde a pancia in giù, ma Alex lo tirò su di scatto, lo piegò, gli aprì le gambe e lo penetrò di nuovo con colpi secchi e sporchi che fecero rimbombare lo stanzino. Una mano lo teneva stretto alla gola, l’altra gli serrava i fianchi fino a fargli male. «Guarda come il tuo cazzo sbava mentre ti scopo,» gli ringhiò contro l’orecchio, mentre il respiro gli colava addosso. «Ti piace farmi entrare così? Ti piace farti riempire come una puttana?» Giò annuiva, incapace di opporsi, con il cazzo duro che colava sul tavolo. «Dillo, cazzo!» urlò Alex, stringendolo ancora più forte. «Sì! Mi piace, Alex! Voglio solo te dentro!» gridò Giò, la voce spezzata. Alex rise di piacere e sputò sul suo petto, spalmando con la mano lo sputo e il sudore, graffiandogli i capezzoli fino a strappargli un altro gemito. Ogni spinta lo faceva urlare, ogni colpo era un ordine a ripetere quel nome: «Alex… Alex… Alex…» finché non esplose con violenza, lo sperma che schizzò sul legno, sul suo stesso ventre, il corpo che si piegava sotto il piacere devastante. Ma Alex non si fermò. Restava dentro, duro, vivo, iniziò a muoversi più lento ma ancora più profondo, graffiandogli la schiena con le unghie, mordendolo alle spalle. «Non è finita,» mormorò contro la sua pelle, «non finché non ti sento implorare davvero.» Lo girò di nuovo, lo prese in braccio e lo spinse con la schiena contro il muro, sollevandolo, tenendolo aperto in aria. Giò gridò, le gambe che si serravano attorno ai fianchi di Alex, le mani che graffiavano le sue spalle. Ogni affondo dall’alto lo faceva tremare da cima a fondo, le urla si mescolavano a singhiozzi, e le lacrime scendevano insieme al sudore. «Sono tuo, Alex! Solo tuo!» gridava Giò, con la voce rotta. Alex lo baciò con ferocia, mordendogli le labbra fino al sangue, e lo scopava più forte, più rapido, finché Giò non venne di nuovo, schizzando tra i loro corpi, la testa che cadeva all’indietro, la bocca aperta in un urlo. Ma ancora una volta Alex non si fermò: continuava a spingerlo, a possederlo, a marchiarlo, finché non lo sentì spezzarsi in gemiti di resa. «Di chi sei?» urlò. «Tuo! Tuo, Alex!» balbettava Giò, piegato e aperto, perso completamente nel fango del desiderio.
Il tempo perse ogni forma, ridotto solo a colpi, sudore, carne che sbatteva contro carne, respiro che si spezzava, sangue e sperma che si mescolavano. Alex lo prese finché le gambe non cedettero del tutto, finché Giò non era solo un corpo scosso, incapace di reggersi, con la voce ridotta a un rantolo che continuava a ripetere il suo nome come una litania blasfema. Lo buttò di nuovo sul tavolo, lo aprì, lo prese da dietro, poi lo ribaltò e lo prese in bocca per un attimo, sputandogli addosso, umiliandolo, e di nuovo dentro con colpi secchi che lo fecero urlare fino a perdere il fiato. Giò non distingueva più dolore da piacere, ogni fibra era solo carne posseduta, e nel suo cranio batteva una sola parola, ossessiva: Alex. Quando lo sconosciuto venne, lo fece stringendolo con violenza, mordendogli la spalla fino a farlo sanguinare, affondando fino all’ultimo secondo e riempiendolo di sé. Giò cadde quasi privo di forze, il corpo devastato, tremante, sudato e bagnato di lacrime, sperma e saliva. Alex lo tenne ancora, lo baciò con una ferocia lenta, e mormorò all’orecchio: «Ora sei vivo. Ora sei mio.» Giò restò lì, disfatto, il petto che si sollevava in ansimi rapidi, e dentro di lui una sola certezza, più forte del dolore, più forte del ricordo: il suo nome inciso come un marchio eterno. Alex.
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