Gay & Bisex
TRA SOGNO E REALTÀ... 3
23.11.2025 |
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"L’assistente guarda l'uomo che sta facendo di tutto per non ridere, guarda te, non capisce niente ma forse intuisce troppo..."
Lui resta lì, appoggiato allo stipite, con quel sorriso lento e quella camicia mezza aperta che sa di mattina calda e promesse pericolose.Tu lo guardi più a fondo.
Qualcosa nel volto, negli occhi… qualcosa che la luce del corridoio rivela in un lampo.
E all’improvviso ti arriva addosso come uno schiaffo:
Lo conosci.
Lo conoscevi già.
Il cuore ti salta.
Ti avvicini di mezzo passo, come se avessi bisogno di mettere a fuoco.
«Aspetta… tu…»
La voce ti trema un po’, come quando la memoria tira fuori un desiderio antico.
Lui abbassa lo sguardo, quasi timido.
Quasi.
«Sì, professore. Credo che… si ricordi.»
E quando rialza la testa, lo vedi tutto:
il ragazzo che correva nel cortile assolato del liceo, giù al Sud, quando tu eri in quinta e lui era appena arrivato al primo anno.
Quattro anni di differenza.
Tu quasi adulto, lui ancora acerbo, occhi enormi, pelle liscia, già bello nel modo inconsapevole che fa male a guardarci.
E ora è un uomo.
Un uomo che ti guarda come se sapesse esattamente cosa hai sognato stanotte.
«Non posso crederci…» sussurri. «Sei tu.»
Lui annuisce piano, ma negli occhi c’è una fiamma che non ha niente di timido.
«Sono venuto a prendere un appuntamento per mio figlio. Primo anno. E… ho visto il suo nome sulla porta.»
Tuo figlio.
Sei padre.
Un padre giovane.
Un padre con un corpo che sembra fatto apposta per rovinarti la lucidità.
Ti senti mancare un secondo.
La pelle ti pizzica.
Ti scende un brivido lungo la colonna, lento, osceno.
Perché ora è tutto chiaro.
Il sogno non era fantasia.
Era memoria che si trasformava in desiderio.
Era il tuo corpo che lo aveva riconosciuto prima della tua mente.
E lui lo capisce.
Lo sente.
Fa un passo avanti, così vicino che puoi sentire il suo odore — pulito, maschile, un po’ di dopobarba e qualcosa di più caldo sotto, qualcosa che ti manda in tilt.
«È passato tanto tempo, professore.»
«E non immaginavo…» continua lui, la voce che scivola come un dito sulla tua pelle, «che sarebbediventato così...»
Tu deglutisci.
Le vene ti pulsano ovunque.
L’aria si fa più densa, più proibita.
«Nemmeno io immaginavo… te.»
È tutto ciò che riesci a dire.
Lui sorride, un sorriso sporco, basso, che ti trapana lo stomaco.
«Oggi… quando l’ho vista da lontano…»
Si avvicina ancora.
«…ho sentito qualcosa che non provavo da anni.»
La tua schiena si appoggia alla parete del corridoio.
Non hai deciso tu di farlo.
Il corpo ha ceduto da solo.
«Che cosa?»
È un sussurro.
Un sussurro già bagnato.
Lui avvicina la bocca al tuo orecchio.
Non ti tocca — non ancora — ma il calore ti percorre tutto.
«La voglia di scoprirti...»
Una lunga pausa.
«Di riscoprirti.»
Un’altra pausa.
«Di prenderti.»
Il respiro ti si inceppa in gola.
«Non posso… qui…» provi a dire.
Lui ti guarda con quegli occhi scuri che hanno già capito tutto.
«E allora andiamo dove vuoi tu.»
Un sorriso lento.
«Tanto… mi vuoi. E io ti voglio da morire.»
Il sangue ti esplode nelle vene.
In quel momento non è solo desiderio.
È riconoscimento.
È il passato che torna adulto.
È lui che colma tutto quel vuoto che hai sentito stamattina.
E tu lo sai:
vi state già innamorando.
Nel modo più sporco e inevitabile possibile.
Sei ancora con la schiena contro il muro quando senti passi in fondo al corridoio. È l’assistente del tuo corso, sempre puntuale, sempre preciso, sempre nel momento sbagliato.
«Professore! Ha un minuto? Dobbiamo rivedere il programma del seminario delle matricole.»
Tu scatti come punto da una scarica elettrica.
«Adesso no!»
Troppo brusco. Te ne accorgi.
L’assistente ti guarda perplesso.
Lui — il ragazzo del liceo, ora uomo, padre, tentazione — ti osserva con un sorriso trattenuto, come se stesse aspettando la tua prossima mossa.
E tu la senti arrivare, istintiva, folle, inevitabile.
«Ho… un’emergenza.»
L’assistente inclina la testa.
«Un’emergenza al volo. Una… una questione urgente.»
«Di che tipo?»
«Medica.»
«Medica?»
Tu annuisci troppo velocemente.
«Sì. Medica. Molto medica. Una cosa… improvvisa.»
L’assistente ti guarda strano.
Lui, invece, si passa una mano tra i capelli, cercando visibilmente di non ridere.
«Professore, vuole che la accompagni?»
«NO!»
Questa volta è quasi un grido.
Silenzio.
Poi un colpo di tosse.
Tu cerchi di recuperare dignità.
«Volevo dire… no. Sto bene. Ho già… qui» — accenni verso il bonazzo accanto — «un accompagnatore.»
Una parola che ti esce troppo sensuale.
Troppo vera.
L’assistente guarda l'uomo che sta facendo di tutto per non ridere, guarda te, non capisce niente ma forse intuisce troppo.
«Ah. Va bene. Se ha bisogno…»
«Non ho bisogno di nulla. Grazie.»
Giri i tacchi.
Il ragazzo delle superiori ti segue, divertito, quasi eccitato.
Passate oltre l’angolo e appena siete fuori dal suo campo visivo, lui ti afferra il polso.
«Medica?»
La risata gli vibra bassa nel petto.
«Davvero?»
«Non sapevo cosa dire.»
«Lo so.»
Ti guarda come se volesse morderti.
«E so anche dove stai andando.»
Scendete le scale insieme, vicini, troppo vicini, le sue dita sfiorano le tue.
Fuori, l’aria è più calda.
Più viva.
«Dove vuoi… portarmi, Giò?»
La sua voce ti scivola dentro.
Ti mordi il labbro.
La risposta è già nel tuo respiro.
«Lontano da qui.»
«Quanto lontano?»
«Abbastanza da non ricordarmi che sei il padre di un mio studente.»
«E abbastanza vicino da potermi ancora toccare?»
«Assolutamente sì.»
Ti cammina accanto, e mentre vi avviate verso l’uscita dell’università, c’è un momento — minuscolo, invisibile — in cui le sue dita toccano le tue.
Non è un gesto, non è ancora una presa.
È solo un contatto.
Ma è quello che basta.
Perché scatta qualcosa tra voi.
Una scarica bassa, brutale, inevitabile.
Vi guardate.
Per la prima volta non con la memoria, non con la fantasia, non con il sogno.
Ma con due corpi che si stanno scegliendo.
Lui ti avvicina la bocca all’orecchio.
«Se esci da qui con me… non torniamo più indietro.»
È una promessa.
È un avvertimento.
È una dichiarazione.
E tu la accetti così:
«È da stamattina che aspetto di non tornare indietro.»
I vostri passi diventano più veloci.
Il cuore più pesante.
La pelle più tesa.
Non è solo sesso.
Non è solo desiderio.
È l’inizio di un innamoramento sporco, adulto, devastante, quello che nasce nel posto sbagliato, al momento sbagliato, con la persona perfetta per rovinarti la calma.
Quando arrivate al parcheggio, lui si ferma.
Ti afferra il mento.
Ti guarda come se ti avesse aspettato tutta la vita.
«Dimmi dove andiamo, Giò.»
«A casa mia.»
«A fare cosa?»
«A far avverare tutto quello che ho sognato stanotte.»
Lui sorride.
«Allora andiamo. Prima che cambi idea.»
E così inizia la fuga.
La caduta.
L’amore sporco.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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