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Gay & Bisex

IL VESTITO SARTORIALE...


di SERSEX
22.12.2025    |    5.686    |    8 9.0
"Giò gemeva sempre più forte, sentendo il corpo rispondere prima della mente, bagnato, tremante, completamente preso..."
Giò aveva passato la mattina a scegliere cosa indossare, ma non era l’abito a occupare i suoi pensieri. Matrimonio di un amico, sì, elegante, importante… eppure era la sartoria a metterlo in ansia. Piccola, nascosta tra due portici stretti, con una porta di legno vecchio che scricchiolava appena quando veniva aperta. Aveva sentito parlare di Andrea, il sarto, per la precisione e la cura del dettaglio. Eppure, mentre si avvicinava, un brivido gli correva lungo la schiena. Qualcosa lo attirava, qualcosa che non riusciva a definire.
Entrò. L’odore della stoffa, del legno e del ferro caldo lo avvolse immediatamente. La sartoria era stretta, quasi soffocante, con luce calda che filtrava dalle tendine polverose. Sul banco, aghi, tessuti, forbici, tutto ordinato con maniacale precisione. E dietro il banco, Andrea. Alto, capelli scuri appena striati di grigio, mani grandi e forti, occhi che lo scrutavano senza bisogno di parola.
«Buongiorno» disse Giò, cercando di sembrare calmo, ma la voce gli tradiva il nervosismo.
Andrea lo osservava in silenzio, lentamente. Non c’era sorriso, non c’era cortesia. Solo uno sguardo che lo attraversava, studiava ogni dettaglio, ogni reazione. Giò sentì un brivido. Non era solo tensione: era eccitazione, un desiderio sottile che lo faceva vibrare.
«Hai un appuntamento?» chiese infine Andrea, la voce bassa e roca, che penetrava nella testa di Giò.
«Sì… il vestito per un matrimonio.»
Andrea annuì. «Bene. Ti misurerò.»
Si avvicinò, e Giò sentì subito il calore emanare dal corpo dell’uomo. Il metro da sarta scivolò sulle sue spalle, troppo vicino, troppo lento. Il fiato caldo di Andrea gli sfiorò il collo. Giò tremò. Non era un semplice tocco professionale: c’era intenzione, attenzione, un richiamo che lo turbava profondamente.
«Rilassa le spalle» disse Andrea, la voce appena un sussurro. Giò inspirò a fondo, cercando di restare lucido, ma il corpo tradiva la mente. Le mani del sarto scorrevano sul petto, sui fianchi, sul dorso, con un tatto che sembrava misurare non solo le dimensioni, ma la pelle stessa, la reazione dei nervi, la tensione dei muscoli. Ogni contatto era calcolato, lento, provocatorio. Giò sentiva il sangue salire, la pelle reagire, il desiderio crescere in silenzio.
Andrea lo fece girare davanti allo specchio, sistemando la giacca di prova sulle spalle di Giò. Le mani non scivolavano più con delicatezza: sfioravano, stringevano, tastavano la pelle, senza che Giò potesse distogliersi. Ogni movimento era una carezza crudele, ogni aggiustamento della stoffa un pretesto per avvicinarsi, per sentire, per provocare.
«Sei nervoso» mormorò Andrea, la voce bassa vicino all’orecchio di Giò. Il respiro caldo lo sfiorò, e Giò sentì un brivido lungo la schiena. Non riusciva a staccare lo sguardo dal riflesso nello specchio, dove Andrea lo osservava attentamente.
I contatti divennero più audaci. Le mani di Andrea scivolavano lungo i fianchi, premevano appena sul fondoschiena sotto la scusa di sistemare la giacca. Giò sentì il cuore accelerare, il desiderio crescere in maniera quasi dolorosa. Non era solo eccitazione: era un richiamo animalesco che lo costringeva a cedere.
Ogni piccola misura richiedeva attenzione, e Andrea non la perdeva mai. Lo faceva piegare, lo faceva girare, lo costringeva a restare fermo, mentre le mani scivolavano più vicino, più intime. Giò tremava, sentiva la pelle diventare sensibile, il respiro corto. Non c’era ancora sesso, ma l’eccitazione era già palpabile, sporca, indecente.
Andrea lo fece inginocchiare di fronte al banco per misurare l’orlo dei pantaloni. Da quella posizione, alzò lo sguardo e lo fissò, un sorriso appena accennato, crudele. Giò sentì il calore scendere, la vergogna trasformarsi in eccitazione. Non sapeva se doveva scappare o arrendersi.
«Così» sussurrò Andrea. «Devi stare fermo.»
Ogni parola era una sfida. Giò obbedì, incapace di fare altro. E Andrea continuava a sfiorarlo, a tastarlo sotto la scusa delle misure. Ogni gesto era deliberato, ogni tocco calcolato per eccitare, per provocare, per degradare.
Giò sentì che stava cedendo, che il desiderio stava prendendo il sopravvento. Il corpo reagiva prima della mente. Il respiro si faceva affannoso, le mani tremavano, la pelle bruciava. Andrea lo stava guidando verso qualcosa che Giò non poteva ancora nominare, ma che sentiva crescere in ogni fibra del suo corpo.
Andrea lo fece alzare lentamente. Le mani non lasciavano mai i fianchi di Giò, sfioravano, stringevano, tastavano la pelle sotto la stoffa come se stesse verificando ogni reazione del corpo. Ogni respiro affannoso di Giò lo eccitava.
«Muoviti un po’» disse, la voce bassa, calma, ma con un comando che non ammetteva rifiuto. Giò obbedì. Ogni passo che faceva sentiva le mani di Andrea scivolare appena sui fianchi, sui glutei, sui muscoli delle cosce. Non era più professionale, non era più misura: era possesso.
Andrea lo osservava dallo specchio, studiava ogni reazione, ogni tremito. La stoffa diventava solo un alibi: le mani scivolavano più vicino, sfiorando ciò che non dovevano, insistendo con fermezza. Giò sentiva il calore crescere, il desiderio farsi urgente, sporco. Tremava, cercava di distogliere lo sguardo, ma gli occhi lo tradivano. Non poteva nascondere quello che sentiva.
«Non guardare altrove» sussurrò Andrea, e Giò si voltò lentamente. Il sarto lo prese per i fianchi, lo costrinse a restare fermo. Poi scese lentamente con le mani lungo le cosce, palpeggiando sotto la scusa di regolare i pantaloni. Il contatto era diretto, crudele, degradante. Giò sentiva il corpo ribellarsi, tremare, eccitare. Non c’era più pudore: c’era solo bisogno.
Andrea lo fece piegare sul banco, le mani sulle spalle e sui fianchi. Lo teneva fermo, premendo il corpo contro il legno freddo. Ogni sfioramento era intenzionale, ogni pressione studiata per farlo cedere. Giò gemeva, cercava di rimanere lucido, ma il calore cresceva, il desiderio esplodeva.
«Così» disse Andrea, «stai fermo, o perderai il controllo.»
Giò si arrendeva senza nemmeno rendersene conto. Ogni tocco, ogni sfioramento, ogni mano che stringeva le cosce o il fondoschiena lo spingeva più vicino al limite. Il desiderio era sporco, degradante, crudele. Non era più solo attrazione: era fame, possesso, potere.
Andrea lo prese per i fianchi, lo girò di fronte allo specchio. Le mani non scivolavano più solo per sistemare la stoffa: afferravano, stringevano, provocavano. Giò gemeva sempre più forte, sentendo il corpo rispondere prima della mente, bagnato, tremante, completamente preso.
E lo spinse contro la parete. Gli strappò i bottoni della camicia, gliela tolse e iniziò a leccarlo sul petto, mordendo forte. Giò gemeva, ma non parlava. Non poteva. C’era qualcosa nello sguardo di Andrea, un furore primitivo, animale, che non ammetteva resistenze.
Lo fece inginocchiare sul tappeto steso per terra. Lo obbligò a stare in ginocchio, con il culo in aria, mentre lui si spogliava. Poi gli sputò sulla schiena, gli afferrò le natiche e cominciò a leccargli il buco con violenza. Lo leccava, lo mordeva, lo penetrava con la lingua finché Giò non cominciò a tremare.
Poi lo prese. Di nuovo. Con rabbia, senza freni, spingendolo con la faccia contro lo specchio, il cazzo che entrava in fondo come un’ancora.
— “Ti piace?”
Andrea ansimava. — “Dimmelo.”
Giò gemeva, perso.
— «Sono tuo. Tuo, cazzo. Fottimi, ti prego.»
Un altro schiaffo. Forte. Poi un altro.
— “Che culo stretto che hai...”
— «Tuo! Sono tuo! Usami!»
Il rumore dei colpi si confondeva con quello del vociare sotto i portici lontani. Giò veniva scopato con violenza, la pelle arrossata, il sudore che gli colava giù tra le scapole. Andrea lo tirava per i capelli, gli mordeva il collo, gli sbatteva il bacino contro con forza crescente.
Poi lo girò di colpo. Gli sputò in bocca, lo baciò con foga, lo sollevò e lo fece sedere sopra di sé, il cazzo che rientrava ancora, da sotto. Giò cavalcava come un ossesso, il culo spalancato, i gemiti senza vergogna.
Finché Andrea non lo bloccò. Gli afferrò la gola, lo guardò dritto negli occhi e venne dentro, con un ringhio gutturale che sembrava uscire dalle viscere della terra.
Giò gemeva, tremava, il corpo che gridava ciò che la testa non osava. Non c’era controllo, non c’era morale: solo sesso sporco, dominazione, fame animalesca e bisogno.
Quando finalmente Andrea si staccò, Giò era sudato, segnato, stordito. I capelli disordinati, il cuore che batteva all’impazzata. Andrea lo osservava dall’alto, padrone del gioco, soddisfatto.
«Il vestito sarà perfetto» disse. «Ma tu… sei già mio.»

Giò non rispose. Non serviva. Sapeva che sarebbe tornato, sapeva che non avrebbe resistito. Sapeva che quella sartoria, quell’uomo e quel sesso degradato e sporco lo avrebbero segnato per sempre.
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