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Gay & Bisex

L'ODORE DEL PASSATO


di SERSEX
17.06.2025    |    3.037    |    3 9.0
"Roberto gemette forte, si svuotò con un rantolo profondo, dentro quel corpo che aveva immaginato per trent’anni..."
Erano passati più di trent’anni dall’ultima volta che Giò aveva visto Roberto. Eppure il suo odore, quel misto di sudore dolce, Marlboro rosse e aftershave da supermercato, gli era rimasto nel naso per tutta la vita.
Roberto era il ragazzo più desiderato della scuola. Due anni più grande, sempre circondato da altri maschi, sempre con la battuta pronta e la risata sporca. Giò lo spiava in palestra, nei corridoi, in bagno. Si nascondeva per sentirlo pisciare, per guardarlo tirare pugni al distributore. Gli bastava uno sguardo di sfuggita per tornare a casa e masturbarsi pensando a quel cazzo che si immaginava grosso, duro, peloso, sempre mezzo in vista sotto i jeans scoloriti.
Giò non aveva mai avuto il coraggio di parlargli davvero. Gli rispondeva a scuola con frasi brevi, ogni volta con l’erezione in gola.
Ora Roberto era lì, davanti a lui. Il tempo gli aveva fatto bene: più uomo, più pieno, la barba sale e pepe, lo sguardo stanco ma ancora arrogante.
— Non ci vediamo da… trent’anni?
— Di più. Tu avevi la macchina e io non avevo ancora la patente. — rise Giò.
Si guardarono e si baciarono senza nemmeno rendersene conto. Un silenzio denso. Poi Roberto sorrise, con quella piega strana della bocca che a Giò faceva venire voglia di inginocchiarsi subito.
— Non mi dire che non ti sei mai chiesto com’era il mio cazzo.
— Ogni giorno. Da quando avevo sedici anni.
Lo avevano fatto in macchina, alla fine... come quando Giò si masturbava solo al pensiero.
Nel parcheggio deserto dietro al centro sportivo, tra i lampioni rotti e l’odore di erba bagnata.
Roberto si era aperto i pantaloni senza nemmeno togliersi la cintura. Il cazzo era proprio come Giò l’aveva immaginato: grosso, venoso, incurvato leggermente a sinistra, con le palle piene e lente. Giò glielo aveva preso in bocca con un gemito di pura gratitudine.
— Te lo sei meritato, vero? — sussurrò Roberto, afferrandogli i capelli e spingendo più a fondo.
Giò ansimava, con la bocca piena, gli occhi lucidi e l’anima in fiamme. Aveva sognato quel momento per metà della sua vita. Sentire Roberto che gli faceva ingoiare tutto, che gli sussurrava “bravo” come a un cucciolo obbediente.
Poi Roberto lo tirò su, lo fece girare contro il cofano della macchina, lo abbassò con decisione. Nessuna carezza, solo mani forti, dita che aprivano, saliva sputata direttamente sul buco, come si fa con una puttana.
— L’hai sempre voluto, vero?
— Sì. Scopami come ti pare.
— Lo farò.
E lo fece.
Entrò con forza, affondando fino in fondo. Giò urlò, non di dolore, ma di gioia. Lo sentiva tutto dentro, sentiva la carne calda di Roberto spingerlo oltre il confine tra sogno e realtà.
Ogni colpo era un anno di silenzio. Ogni spinta, una vendetta dolce. Roberto lo scopava forte, senza pausa, tenendolo per i fianchi, sbattendolo contro il cofano. Il rumore della carne contro la carne, dei sospiri trattenuti, dell’adrenalina mescolata all’odore di benzina.
— Mi sto innamorando adesso di questo culo, Giò…
— È tuo. Prendilo. Sporcalo.
E Roberto venne dentro di lui, senza tirarsi fuori. Un getto caldo, profondo. Lungo. Giò lo sentì colare, lo sentì vivo. Si venne addosso da solo, senza nemmeno toccarsi.

Restarono lì, boccheggianti, con le mutande abbassate e le mani tremanti.
— Hai dei figli, tu — disse Giò, a bassa voce.
— Lo so. Ma tu sei il sogno che mi è rimasto dentro per trent’anni.
Giò sorrise.
— Allora torna. Ogni tanto. Anche solo per scoparmi, come oggi.
— No — rispose Roberto, sistemandosi la cintura —. Torno per farlo molto meglio.

Era tardi.
Pioveva piano, e Bologna era stanca.
Giò aveva lasciato la porta socchiusa, come si fa con i sogni troppo vecchi per essere veri.
Roberto arrivò senza suonare. Entrò piano, il giubbotto ancora addosso, lo sguardo di uno che ha fatto una cazzata e ci è tornato per farla meglio.
— Come la immaginavo — mormorò, guardando in giro.
— Non sono cambiato ai tuoi occhi.
Si guardarono. Poi si baciarono. Di colpo, senza grazia. Come se gli anni non fossero passati.
Le lingue si cercarono, si riconobbero. Giò gli slacciò il giubbotto, lo gettò a terra. Roberto gli prese il viso tra le mani.
— È da una vita che ti avrei voluto così.
— Allora non parlare. Fammi come avresti voluto.
Si baciarono ancora, contro la parete del corridoio. Roberto gli infilò la mano nei pantaloni, lo afferrò con forza.
Il cazzo di Giò era già duro, pulsante.
— Dio quanto sei bello.
— Anche tu, porco. Più vecchio, ma bello da morire.
Giò si inginocchiò lì, sul parquet. Gli abbassò la zip, gli tirò fuori il cazzo: lungo, duro, lucido di desiderio.
Lo prese in bocca come se fosse l’unica cosa mai desiderata davvero. Lo succhiava con fame, gli teneva lo sguardo addosso, si faceva scopare la gola.
— Così, così. Succhialo, fammi male.
— Vienimi in bocca. Fallo adesso.
— No. Prima voglio sentire che culo hai.
Lo tirò su, lo spogliò pezzo dopo pezzo mentre camminavano verso la camera. Giò si lasciava fare, tremando.
Arrivarono al letto. Roberto lo spinse giù.
— Girati.
— Fammi venire mentre mi entri dentro.
— Ti squarto, lo sai?
Giò si voltò. Si mise a quattro zampe sul letto, offrendosi come una preghiera mai esaudita.
Roberto si sputò sulla mano, si preparò veloce, poi gli infilò due dita. Giò ansimava.
— Cristo, sei stretto.
— Sei il primo, stronzo.
— Non dire così, mi fai venire.
Roberto lo penetrò piano, poi tutto in una volta. Un colpo secco. Giò urlò, affondando la faccia nel cuscino.
Lo scopava come un animale, ma con gli occhi lucidi. Ogni spinta era piena di anni perduti, di desideri repressi, di rabbia e dolcezza.
— Ti ricordi quando ti ho visto in palestra con quel costume bianco?
— Me lo mettevo per te.
— Mi facevi impazzire, porco. E io zitto, a casa con mia moglie.
Roberto lo prese per i capelli, lo tirò su mentre lo scopava.
— Guardami mentre vengo.
— Vienimi dentro. Vienimi dentro adesso.
Roberto gemette forte, si svuotò con un rantolo profondo, dentro quel corpo che aveva immaginato per trent’anni.
Giò venne subito dopo, senza toccarsi. Fiotti bianchi sul lenzuolo, le gambe tremanti.
Restarono stesi uno accanto all’altro. Solo il rumore della pioggia e del respiro spezzato.
Roberto si accese una sigaretta. Nudo, con il cazzo ancora sporco.
— Sai cosa odio?
— Cosa?
— Che non ti ho scopato a diciassette anni.
— Sai cosa odio io?
— Dimmi.
— Che me ne ricorderò finché campo. Anche se non torni più.

Roberto lo guardò. Poi si rivestì in silenzio.
Uscì così com’era entrato. Senza promessa, senza addio.

E Giò restò lì, steso nel letto, col corpo ancora caldo, e tutta la vita di un tempo che non è mai stato.
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