Gay & Bisex
REGALO RADICAL CHIC
03.07.2025 |
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"«Non è proprio legale portarti qui, » disse Matteo, mentre si avvicinava al frigo bar, «ma oggi non c’è nessuno..."
La porta automatica si aprì con un sibilo. Una folata di aria condizionata lo investì, ma non bastava a spegnere quella sensazione di appiccicaticcio, di pelle umida, di voglia che aveva cominciato a salire già in macchina, mentre il sole incideva i sedili e la camicia gli si incollava addosso come una seconda pelle.Giò entrò nel grande showroom di articoli per la casa con l’aria vagamente nervosa di chi si sente fuori posto. Tutto era troppo luminoso, ordinato, algido. Tavoli apparecchiati con stoviglie da rivista, vasi come sculture, poltrone sospese nel nulla. Cercava un regalo per una coppia di amici radical chic che inauguravano una villa nuova sulle colline bolognesi. Doveva essere qualcosa di elegante, firmato, caro. Ma lui si sentiva più a suo agio tra i corpi che parlano che non tra oggetti che costano più di una notte d’albergo
Stava fissando da cinque minuti una lampada a forma di goccia, vagamente fallica, quando sentì una voce alle sue spalle.
«Posso aiutarla?»
Si voltò. Rimase per un attimo in silenzio.
Il commesso era giovane. Forse venticinque anni, massimo. Alto, snello, con braccia toniche che facevano risaltare la polo nera aderente. Aveva occhi verdi, taglio militare e una barba appena accennata che gli dava un’aria rude, quasi sporca. Profumava di sudore fresco e qualcosa di maschio, di buono, di animale. Il nome sulla targhetta diceva Matteo, ma quello che contava era il modo in cui lo stava guardando. Non era il classico sorriso da addetto alle vendite. No. Quello era uno sguardo che si infilava sotto i vestiti, che lo annusava, che lo sfiorava anche senza toccarlo.
«Sto cercando un regalo… qualcosa di design. Ma sono in alto mare.»
«Le piacciono le cose essenziali… o preferisce qualcosa che attiri l’attenzione?»
Matteo lo disse guardandogli chiaramente il grosso pacco, dove il lino chiaro ormai tradiva le forme.
Giò lo squadrò. Non sorrise. Ma gli occhi gli si accesero appena.
«Preferisco le cose che parlano da sole. Ma magari tu mi sorprendi.»
Il tu era scivolato fuori da solo.
Matteo lo invitò a seguirlo. Lo condusse verso la zona meno trafficata del negozio, poi in una zona chiusa da una tenda scura, con la scusa di mostrargli dei pezzi “non ancora esposti”. Appena la tenda si richiuse dietro di loro, l’aria sembrò cambiare.
Il ragazzo si girò lentamente.
«Sei sudato» mormorò. «E mi fai venire voglia di leccarti tutto.»
Non aspettò risposta. Gli si avvicinò fino a sfiorarlo col fiato. Poi col naso. Poi con la bocca. Un bacio non dato, solo promesso, a un millimetro dalle labbra. Ma le mani, quelle, parlavano già la lingua giusta. Si infilarono sotto la camicia, sotto la cintura, affondarono nel tessuto bagnato di lino e cercarono la pelle.
Giò lo afferrò per il collo e lo baciò con una fame che aveva tenuto compressa per tutto il pomeriggio. Le lingue si scontrarono, si strusciarono, si cercarono in un ritmo sporco, vischioso. Matteo si abbassò lentamente, come un animale da caccia. Le mani che slacciavano il bottone. La cerniera tirata giù piano, con un sorriso.
Il cazzo di Giò era già mezzo duro. Matteo lo tirò fuori con lentezza, lo prese in mano, lo annusò. Poi passò la lingua sulla cappella come se stesse assaggiando un frutto proibito.
«Hai un sapore di uomo che mi fa impazzire…»
E lo prese tutto in bocca.
Con lentezza. Profondità. Devozione.
La lingua lo accarezzava, la gola si apriva. Matteo si muoveva con una maestria da pornostar e la fame di un affamato. Succhiava, leccava, si faceva ingoiare. Tossiva leggermente ma non si fermava. Lo guardava con occhi lucidi mentre le mani di Giò gli afferravano i capelli e lo guidavano sempre più dentro.
«Bravissimo, porco» sussurrava Giò. «Continua così… fammi venire in bocca se te lo meriti.»
Matteo si fermò un attimo. Si passò la lingua sulle labbra.
«Se mi lasci, ti faccio anche vedere quanto so prenderlo in culo. Qui. Adesso.»
Giò lo guardò.
«Tirati giù i pantaloni.»
Il ragazzo obbedì. Si mise a carponi, appoggiato a una delle sedie di design coperte da un telo. Non indossava slip. Il culo sodo, giovane, aperto, tremava leggermente. Giò si sputò sulla mano, si bagnò il cazzo, poi glielo infilò dentro con lentezza, fino in fondo.
«Tieni aperto, troia.»
E cominciò a scoparlo. Piano all’inizio, poi con spinte decise. Il rumore della pelle contro la pelle riempiva lo spazio. Matteo gemeva, si toccava, chiedeva più forte. Giò lo afferrò per i fianchi, lo aprì con forza, lo fece urlare mentre gli sbatteva dentro tutto il desiderio, il caldo, la rabbia repressa.
E proprio mentre veniva, lo afferrò per i capelli, lo fece inginocchiare e lo finì in faccia. Matteo restò lì, col fiato corto e il sorriso sporco.
Si pulì con la mano, poi se la leccò lentamente.
«Non è proprio legale portarti qui,» disse Matteo, mentre si avvicinava al frigo bar, «ma oggi non c’è nessuno. E poi mi piace la gente che entra col sudore addosso. Ha qualcosa di vero.»
Aprì il frigo, ne tirò fuori una bottiglia, la passò a Giò.
«È fredda davvero. Tocca qui.»
Giò la prese, e le dita si sfiorarono con più decisione. Pochi secondi. Ma abbastanza perché nessuno dei due distogliesse lo sguardo.
Matteo si era avvicinato. Non troppo. Ma quanto bastava perché il silenzio pesasse.
Giò bevve, piano. Una goccia di birra gli rimase sulla bocca. Matteo non disse niente, ma lo guardò in quel punto, fisso, come ipnotizzato.
«Che fai nella vita?», chiese poi, rompendo il silenzio.
«Scrivo.»
«Scrittore?»
«Filosofia. Università.»
«Ah. E sei qui a cercare una ciotola da cento euro per gente ricca.»
Giò sorrise, poi si passò una mano sul collo. Il sudore si era asciugato, ma il caldo dentro no. Matteo si mosse verso uno scaffale e prese un pacco, frugò. Prese una busta.
«Questo potrebbe andar bene. Vetro, acciaio, marca francese. Fa scena. Ma io…» si interruppe.
«Tu?», sussurrò Giò.
«Io vorrei regalarti un’altra cosa.»
Silenzio.
Poi Matteo si rialzò, e lo disse piano, all’orecchio:
«Vuoi venire da me? Ho qualcuno a casa. Ma gli piacciono i tipi come te. Se ti va… potremmo. Tutti e tre. Ma niente teatro. Solo pelle.»
Giò non rispose. Si passò la lingua sulle labbra. Poi si avvicinò di un mezzo passo. E disse, con la voce bassa e ruvida:
«Sì.»
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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