Gay & Bisex
LA NOTTE SPORCA DI GIÒ
30.11.2025 |
2.365 |
1
"Che potrebbe riprendere il controllo, chiudere la porta, tornare ad essere qualcuno..."
Giò entra nella discoteca come uno che non ha più intenzione di difendersi.Non ha mangiato, ha bevuto troppo prima ancora di arrivare, e gli occhi gli brillano di quella luce malata di chi vuole farsi del male “bene”.
La pista è un animale sudato.
I corpi sono troppo vicini, troppo caldi, troppo impazienti.
E lui si lascia inghiottire.
La prima mano arriva subito.
Non la vede — la sente.
Gli scivola sul fianco, scorre verso il basso con una naturalezza che nessuno dovrebbe avere con uno sconosciuto. Giò trattiene il fiato. Non si gira. Non protesta. Non si ritrae.
Anzi, si sposta appena, quel tanto che basta per far capire che non oppone resistenza.
Quel tanto che basta per fargli vergogna.
Una seconda mano gli afferra il polso e glielo guida più in profondità nella folla.
Una terza gli blocca un fianco, come se volesse misurarlo.
Il sudore degli altri gli resta addosso, appiccicoso, caldo, e lui sente un brivido che non sa se è disgusto o desiderio — forse entrambi.
La musica gli entra dentro, gli batte allo stomaco.
E lui si arrende alla spinta di uno dei ragazzi, che gli si incolla dietro col corpo intero. Il respiro dell’altro gli sfiora il collo, umido, troppo vicino, troppo confidente.
«Stai con noi.»
Una voce bassa, quasi un ringhio.
Non è un invito.
È una presa di possesso.
Giò non risponde.
Non serve.
Uno lo afferra per la cintura dei jeans — non per tirarlo via, ma per tenerlo fermo, come se avesse paura che scappasse. L’altro gli passa una mano sul petto, lenta, decisa, sfiorando la pelle dove la camicia non è più chiusa. Le dita si muovono come se avessero tutto il diritto di stare lì.
È questo che lo distrugge:
che non dice di no.
Le luci stroboscopiche gli tagliano il viso, lo rendono un’ombra tra le ombre. Nessuno guarda davvero, nessuno si scandalizza. Corpi che si sfregano, bocche che si cercano senza chiedere permesso, mani che esplorano dove vogliono. La discoteca è il posto perfetto per dimenticare di essere una persona.
Uno dei ragazzi lo spinge verso il corridoio laterale.
La presa sulla sua cintura diventa più netta.
Nessuno parla. Nessuno spiega.
Giò si lascia fare.
Nel corridoio l’aria è più densa.
Odori aciduli, muri umidi, gente appoggiata in posizioni troppo intime per essere fraintese. Una coppia lo guarda passare, occhi bassi, gesti rapidi che non si interrompono nemmeno un secondo.
Nel bagno è peggio.
Caldo, strettissimo, appannato.
Due sconosciuti lo trascinano nel cubicolo in fondo, quello col chiavistello rotto. La porta resta semiaperta. La musica si deforma in un suono grave, lontano, come un cuore malato.
Uno gli prende la nuca con una sicurezza che dovrebbe farlo reagire, lo bacia con passione e poi lo abbassa; l’altro gli blocca i fianchi e Giò sente che il cazzo entra dentro come nulla fosse, si sente. eccitatto e bagnato con tutte quelle mani che lo toccano e frugano ovunque.
Giò sente l’odore della pelle degli altri, la loro fame, la loro urgenza. È come essere chiuso in una scatola piena di desideri sporchi che non sono i suoi, che lo diventano.
Il pavimento è appiccicoso.
La camicia gli scivola dalle spalle.
Le mani degli altri si muovono troppe, troppo rapide, troppo familiari.
E lui, nel mezzo, sente la testa svuotarsi.
Non per piacere: perché non sta pensando più a niente.
È questo lo sporco psicologico: la resa, l'abbandono al sesso. voluto e consumato dagli altri, lui è solo un oggetto, un giocattolo rotto ormai dal. dolore che gli ha inflitto John.
La resa volontaria, la resa senza nemmeno una lotta, è dovuta. forse a quell'amore interrotto bruscamente da John, con una semplice intercontinentale.
Quando esce, la maglietta gli pende storta, i pulsanti mancanti, le mani ancora tremanti. Cammina verso il cortile dietro la discoteca come se qualcuno gli avesse tolto un pezzo di anima.
Lì fuori, nel buio che puzza di muffa e fumo, si accende una sigaretta con dita che non controlla.
Due sconosciuti gli si avvicinano, occhi lucidi, sorrisi storti.
Uno gli sfiora il collo.
L’altro gli prende la mano.
«Vieni.»
E Giò capisce che potrebbe dire basta, ora.
Che potrebbe riprendere il controllo, chiudere la porta, tornare ad essere qualcuno.
Ma non lo fa.
Perché una parte di lui vuole vedere quanto in basso può arrivare.
E quella è la parte più sporca di tutte.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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