Gay & Bisex
Usato sicuro 2010 2
10.06.2025 |
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"Lo aveva aspettato fuori dall’aula di filosofia, gli aveva scritto, lo aveva seguito sui social..."
Il cielo si era aperto solo per poco. Giò arrivò nel tardo pomeriggio, con la guida incerta di chi si è pentito già tre volte, ma è venuto lo stesso, nonostante odiasse guidare con la pioggia. La concessionaria aveva lo stesso odore di sempre: plastica nuova, gomme, gasolio e caffè stantio. Ivano era lì, in piedi accanto al SUV.Un gioiello. Nero metallizzato, vetri oscurati, carrozzeria che sembrava appena leccata dalla pioggia.
«Eccolo il tuo mostro,» disse Ivano, incrociando le braccia. Ma nel tono c’era qualcosa di diverso. Come se sperasse che quella macchina potesse essere un modo per trattenerlo.
Giò annuì. «È perfetto.»
«Tu invece?» chiese Ivano.
«Io sono sempre un po' più in là del perfetto.»
Ivano sorrise. Quel sorriso che sapeva di sigarette e solitudine.
Entrarono insieme nella saletta per firmare i documenti. Ivano si chinava sul tavolo per mostrargli le ultime cose. Giò non ascoltava: guardava il profilo del collo, la linea delle scapole sotto la polo sbiadita, le mani sporche di olio meccanico. Il desiderio gli salì addosso come febbre, ma era diverso. Non era solo voglia di scopare. Era voglia di restare.
«Dove la porti per prima?»
Giò alzò lo sguardo. «Via. Da te. Così capisco se poi ho voglia di tornare.»
Ivano non rispose. Lo guardò solo. Quei silenzi lì erano fatti per chi ha sofferto tanto da non credere più ai discorsi.
Uscirono. Giò aprì la portiera. L’interno profumava quasi di nuovo, pelle e plastica calda. Fece per sedersi, ma Ivano lo fermò. Gli prese il polso, leggero.
«Aspetta. Una cosa.»
«Che c’è?»
«Non ti faccio promesse. Ma... posso chiederti una cosa io?»
Giò annuì piano.
Ivano si avvicinò. Lo baciò. Stavolta non c’era furia. Solo lentezza, dita che tremano, labbra che si cercano come se fosse la prima e l’ultima volta insieme. Il SUV era lì, lucido, testimone muto di una magia che non c’entrava niente coi motori.
Poi Ivano si staccò. «Fammi guidare. Una volta sola.»
Senza dire altro, salirono. Lui al volante, Giò accanto. Il motore ruggì appena. Uscirono dalla concessionaria, la strada bagnata rifletteva le luci come in un film.
Non andarono lontano. Un parcheggio della zona industriale, accanto alla ferrovia, dove nessuno passa mai. Ivano spense il motore. Silenzio.
«Qui mi fermavo da giovane a scopare coi finestrini appannati,» disse Ivano.
Giò lo guardò, serio. «E adesso?»
«Adesso voglio fermarmi per guardarti. Non solo per scoparti.»
Giò si sporse. Lo baciò forte, e stavolta fu un bacio di fame. La fame che ti resta addosso dopo una vita a cercare carezze nei posti sbagliati.
Nel silenzio, Ivano lo fece stendere sui sedili abbassati. Giò lo guardava dall’alto, quasi nudo, con le luci della pioggia che scivolavano sui vetri. E fu lì che successe qualcosa di strano, dolce, inaspettato: per la prima volta Giò non sentì solo desiderio, ma pace. Non un orgasmo da svuotarsi le vene, ma un lento tocco che gli accarezzava l’anima, come se Ivano stesse provando a restituirgli qualcosa che altri gli avevano tolto.
E Giò pianse. Senza rumore. Lacrime calde che non fermavano i baci, né le mani, né l’odore del corpo dell’altro. Ma dicevano tutto.
«Ti va di dormire da me stasera?» chiese Ivano.
Giò chiuse gli occhi. Non disse sì. Ma non scese dall’auto.
La casa era in una via tranquilla, poco fuori città. Un giardino trascurato, un portico con due sedie di plastica verde scolorite dal sole. La porta si aprì con un cigolio, e Giò entrò dietro di lui come se stesse violando un luogo sacro.
L’odore era un misto di tabacco, legno, qualcosa di vago e maschile. C’erano foto sul mobile all’ingresso: un Ivano più giovane, con una donna bionda accanto e tre bambini. Ora quegli stessi bambini erano ragazzi — uomini — e ancora passavano di lì, a volte.
«Puoi lasciare le scarpe dove vuoi. Qui non c’è nessuno che rompe più le palle per l’ordine.»
Giò sorrise, appena. Poi si girò verso di lui. «Allora questa è la tua tana.»
Ivano lo guardò. «No. Questa è la gabbia che mi sono costruito per sopravvivere. Ma da stasera… mi piacerebbe che puzzasse un po’ anche di te.»
Nel silenzio, lo accompagnò in cucina. Mise su due birre, aperte senza cerimonia. Seduti al tavolo, si guardavano come due cani che si sono annusati abbastanza da sapere che possono mordere, ma scelgono di leccarsi.
«L’hai amata?» chiese Giò, indicando con lo sguardo la foto.
«Abbastanza da farci tre figli. Ma non abbastanza da restarci. O forse troppo, e non nel modo giusto. Boh.»
«E i tuoi figli lo sanno di te?»
Ivano lo fissò. «Non c’è niente da sapere. Ho fatto il macho per quarant'anni. Ora voglio solo sentirmi vivo. E se questo significa dormire con te, scopare con te, ascoltarti respirare nel mio letto… non me ne frega un cazzo di chi lo sa. Ma non è facile. Uno viene ancora ogni sabato a pranzo. Un altro ogni tanto mi lascia i vestiti da lavare. La piccola invece mi manda solo audio di venti secondi. Ma ci sono.»
Giò si alzò. Andò verso di lui. Gli si sedette in braccio, con lentezza, come se volesse provare se reggeva il suo peso. Ivano lo strinse forte.
«Vuoi che me ne vada prima che arrivino?»
«No. Voglio che resti. E che, se ci beccano, sia un problema loro.»
Il bacio fu lungo, lento, e poi Giò cominciò a slacciargli la camicia. Lo faceva senza fretta, guardandolo negli occhi. Ogni bottone un “sì”. Ogni carezza, una resa.
Ivano lo prese di scatto e lo condusse in camera. Un letto grande, coperte scure. Un’anta dell’armadio mezza rotta. Tapparelle abbassate. E lì, in quell’ombra, Giò si lasciò spogliare. Ivano gli baciava la schiena come si bacia una ferita: con rispetto e desiderio insieme.
Quando lo prese da dietro, lo fece con dolcezza e forza. Mani sulle anche, fiato sul collo, e quella voce roca che gli diceva:
«Sei vivo, Giò. Sei vivo e sei mio stanotte.»
E Giò si lasciò andare, nudo e sudato, tremante, mentre Ivano lo stringeva come se volesse proteggerlo dal mondo.
Dopo, rimasero così. Nessuna parola. Solo la pioggia fuori. Poi un messaggio arrivò sul telefono di Ivano.
«Papà, passo domani. Ho fame.»
Giò lo lesse con lui.
Ivano sorrise. «Vedi? La fame ce l’hanno tutti. Ma stanotte sei tu il mio piatto caldo.»
Giò rise piano. E si accoccolò sotto al braccio di quell’uomo troppo vero, troppo pieno, troppo stanco — e troppo giusto.
La mattina aveva un odore buono. Di caffè, di legno e di pelle nuda. Giò si svegliò prima, stirandosi nel letto sfatto. Ivano dormiva ancora, con una mano sulla pancia e l’altra sulla federa vuota del cuscino. Sembrava stanco di anni. Sembrava un uomo finalmente al sicuro.
Giò si alzò, indossò la sua maglietta — la prima che trovò — e uscì in cucina. Fece il caffè, accese una sigaretta. Guardava fuori dal vetro appannato, e pensava.
Ci sto affondando dentro. In lui. Nella sua voce, nel suo corpo, nel suo modo di lasciarmi toccare tutto ciò che non aveva mai fatto toccare a nessuno.
E si rese conto. Era innamorato.
Il suono del campanello lo fece sobbalzare. Era giovedì, il giorno libero di Ivano. Ivano lo aveva detto: “Mio figlio grande viene sempre a pranzo quando sono libero”.
Giò andò ad aprire, distrattamente. E quando la porta si spalancò, il sangue gli gelò.
Lì davanti c’era Luca.
Luca. Il ragazzo che due anni prima si era invaghito di lui con la furia dei vent’anni. Lo aveva aspettato fuori dall’aula di filosofia, gli aveva scritto, lo aveva seguito sui social. Gli aveva detto "Mi piaci anche se sei più grande. Anzi, per questo."
E Giò aveva declinato. Con garbo, con dolcezza, ma fermamente. "Sei troppo giovane, Luca. Vai a vivere, a sbagliare, a scopare chi vuoi. Io non ci sto."
Ma ora Luca era lì. Uomo. Sguardo fermo. Qualche tatuaggio nuovo.
E quando lo vide, sbiancò.
Poi parlò, con voce incerta:
«Tu…?»
Giò fece un passo indietro. Ma era troppo tardi. Ivano comparve in corridoio, ancora spettinato, in t-shirt.
«Oh, siete già faccia a faccia… tutto ok?»
Luca non disse nulla. Guardava Giò come si guarda una cosa troppo bella che ti ha fatto male.
Ivano si avvicinò e mise una mano sulla spalla del figlio. «Questo è Giò, papà l’ha conosciuto in concessionaria. Adesso… beh, sta un po’ con me.»
Il silenzio era una lama.
Luca abbassò lo sguardo. «Sì. Lo conosco.»
Ivano rise, senza cogliere nulla. «Vedi? Allora il mondo è piccolo. Dai, Giò, apparecchiamo? Così Luca si fa due spaghetti con noi.»
Giò era muto. Luca si voltò verso di lui un attimo, e negli occhi c’era qualcosa che non si capiva. Né rabbia né dolore, ma una specie di malinconia adulta. Quella che arriva quando la vita fa giri strani. E il desiderio diventa rimpianto.
Durante il pranzo, parlarono poco. Ivano non smise mai di sorridere, ignaro. Raccontava di quando portava i figli al mare, di quanto cucinasse meglio la madre, di come il tempo passasse in fretta.
Giò e Luca si lanciavano sguardi brevi. E sotto la tavola, le mani di Giò tremavano. Era come stare in bilico tra due epoche della stessa vita. Il sé che aveva detto “no” a Luca. E quello che ora diceva “sì” a Ivano.
Dopo pranzo, Luca si alzò per andarsene. Giò lo seguì sul portico, dove fumavano entrambi.
Luca parlò per primo. «Hai cambiato idea, eh?»
«Non sapevo che fosse tuo padre.»
«No. Ma lo scopo è sempre lo stesso. Stare con qualcuno che ti faccia dimenticare quanto sei solo.»
Giò lo guardò. «Io non ti ho mai usato.»
«No. Ma mi hai lasciato andare quando ti serviva essere il più grande. Il razionale. Adesso che c'è mio padre, ti va bene smettere di avere il controllo.»
«Luca… non è così.»
«Lo è. Ma va bene. Papà ti guarda come non guardava nessuno da quando mamma se n’è andata. Quindi... è un bene. Ma occhio. Non è eterno. Niente lo è.»
E lo lasciò lì. Sulla soglia, con la sigaretta accesa e un groviglio di emozioni che bruciava peggio del fuoco.
Quando rientrò, Ivano lo abbracciò da dietro. «Tutto ok?»
Giò appoggiò la testa alla sua spalla. «Sì. Solo un po’ stanco.»
Ma in fondo al petto, un nodo aveva cominciato a formarsi. E non sarebbe andato via tanto presto.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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