Gay & Bisex
LONDRA...
24.08.2025 |
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"Il desiderio gli premeva tra le gambe, sporco, incontrollabile, e più cercava di nasconderlo più l’altro sembrava accorgersene..."
Londra lo accolse come una vecchia puttana stanca, ma irresistibile. Appena sceso dal volo, Giò sentì l’odore acre della città: pioggia stagnante, benzina, asfalto bagnato e il sudore degli sconosciuti che si accalcavano nella metro. Non era la prima volta che ci veniva, ma quella sera l’impatto fu diverso, quasi come se ogni dettaglio gli parlasse. La pioggia picchiettava sui vetri dell’Heathrow Express, i neon scivolavano veloci sul finestrino, e il suo volto riflesso gli restituiva un’immagine che faticava a riconoscere: un uomo più adulto, con i segni delle notti insonni e della vita che non si concede tregua, ma anche con ancora negli occhi un barlume di attesa, di desiderio. Sapeva che era lì per una conferenza di filosofia, un impegno che l’avrebbe tenuto chiuso in aule universitarie con professori inglesi annoiati e troppo compunti, ma già avvertiva che quell’occasione sarebbe stata solo la cornice: Londra era una trappola, e dentro di lui covava la speranza folle di incontrare un fantasma, un corpo, un nome che gli si conficcava nella memoria da vent’anni.Camminava per le vie di Soho con il bavero del cappotto rialzato, la sciarpa stretta, gli occhi che scivolavano sulle insegne luminose dei locali gay. I colori sembravano più aggressivi che mai, e ogni insegna lampeggiante era come un richiamo osceno, un invito a perdersi. I marciapiedi pullulavano di ragazzi che ridevano, coppie che si tenevano per mano, uomini soli con lo sguardo basso in cerca di un’occasione da cogliere in fretta. Giò si sentiva estraneo e insieme parte di tutto questo. C’era una strana familiarità, come se la città lo avesse aspettato. Dentro di sé riviveva le notti passate da ragazzo in posti simili, nei bar di provincia o nei vicoli italiani dove tutto era nascosto e proibito. Ricordava bene le corse in macchina, le mani sudate, i baci rubati, il sapore della pelle mescolato all’odore di fumo e birra. E ricordava soprattutto lui. Quel corpo giovane, quel viso che allora sembrava l’unico in grado di salvarlo da sé stesso.
Ogni passo era un ritorno. Le luci dei pub gli riportavano addosso il ricordo delle estati di gioventù, quando dormivano in due in un letto troppo stretto e la notte si trasformava in un inferno dolce, di mani, sudore e sussurri che non avrebbero dovuto esistere. Era stato il suo primo grande amore, quello che ti brucia dentro e non ti lascia scampo. L’aveva perso in un turbine di silenzi e di scelte vigliacche, eppure ogni volta che faceva l’amore con qualcuno, che fosse un incontro di una notte o una relazione durata mesi, c’era sempre un frammento di lui in mezzo. Un gesto, un respiro, un modo di stringere. A Londra, quella sera, Giò si sentiva come se la città stessa lo stesse riportando a quel punto di origine.
Entrò in un pub poco distante da Wardour Street. L’aria era satura di fumo stantio e di odore di birra versata a terra. Il bancone era illuminato da luci giallastre, e i tavoli traboccavano di ragazzi che parlavano forte, mescolando lingue diverse. Giò si sedette in un angolo, ordinò una Guinness e la sorseggiò piano, fissando le bollicine che salivano lente come i suoi pensieri. Non aveva programmi. Forse avrebbe abbordato qualcuno, forse no. Non era il sesso che gli mancava — quello lo aveva trovato ovunque, in mille corpi anonimi — ma quella sera avvertiva una fame diversa, un vuoto che nessuna scopata veloce avrebbe potuto riempire.
Mentre passava lo sguardo sulla sala, i ricordi continuarono a colpirlo a tradimento. Si rivide a vent’anni, in un’altra città, in un’altra vita. Lui che lo aspettava sotto casa, i capelli arruffati e lo sguardo che bruciava, come se il mondo potesse finire se non si fossero toccati subito. Si rivide seduto in macchina, le mani che tremavano quando l’altro le stringeva, e la paura che qualcuno li scoprisse. Si ricordò di un’estate intera passata a inventare scuse per dormire insieme, i pomeriggi in spiaggia dove le loro gambe si cercavano sotto l’asciugamano, le notti insonni con i corpi incastrati come se non ci fosse un domani. Erano stati sporchi e teneri, bestiali e delicati allo stesso tempo. Ed era proprio quella contraddizione che gli mancava: l’essere insieme perdizione e salvezza.
Bevve un sorso più lungo, e si accorse che la mano gli tremava. Non era solo l’alcol, era il ricordo che diventava desiderio, un desiderio sporco che gli premeva sotto la cintura. Immaginò di nuovo il suo corpo: le spalle, il torace, il modo in cui gemeva piano quando Giò lo prendeva da dietro, la voce rotta che gli supplicava di non fermarsi. Lo desiderava come allora, forse più di allora, perché la lontananza lo aveva trasformato in un’ossessione. E quella sera, in quella città, aveva la sensazione assurda che qualcosa stesse per accadere. Che Londra fosse lì solo per metterglielo di fronte.
Si passò una mano tra i capelli, quasi a scacciare l’idea. Si disse che era ridicolo, che stava solo proiettando fantasie su una città che non aveva colpe. Ma il cuore batteva troppo forte, e il corpo rispondeva come se già sapesse. Guardò l’orologio, cercò di convincersi che avrebbe finito la birra e sarebbe tornato in albergo. Invece restò seduto, con lo sguardo fisso sulla porta, aspettando senza ammetterlo a se stesso.
Lo vide. Non fu nemmeno uno sguardo diretto, ma il modo in cui muoveva le mani a tradirlo. Giò stava fissando distrattamente il bancone quando, oltre le spalle di due ragazzi che ridevano, riconobbe quel gesto: le dita che battevano leggere sul bicchiere, una smania sottile che aveva imparato a conoscere anni prima. Rimase immobile, quasi paralizzato, mentre il sangue gli saliva alle tempie. Si voltò appena, e la conferma fu immediata: era lui. Più maturo, con i capelli striati di qualche filo grigio, la barba che gli incorniciava il viso, ma con lo stesso sorriso storto, inconfondibile, che Giò aveva baciato fino allo sfinimento. Il cuore gli fece un balzo e il bicchiere gli tremò in mano. Si maledisse per non aver avuto il coraggio di sognarlo meno nitido, perché ora la realtà lo investiva con una violenza che non poteva reggere.
L’uomo alzò lo sguardo. Lo fissò per un secondo lungo, interminabile, e il tempo parve fermarsi. Poi si fece largo tra la folla del pub e si avvicinò. «Sei tu?» chiese con una voce più roca, più profonda di quanto Giò ricordasse, ma uguale nel tono che lo aveva sempre fatto cedere. Giò provò a sorridere, ma gli uscì solo un mezzo tremito. «Non può essere vero.» Il bicchiere gli scivolò tra le dita e dovette stringerlo con forza per non lasciarlo cadere.
L’altro rise piano, un riso basso e amaro. Si sedette accanto senza chiedere permesso, come se non fossero passati vent’anni. «Ti ricordi l’ultima notte?» sussurrò, sfiorandogli il polso con la punta delle dita. Il contatto fu un colpo secco nello stomaco: la pelle gli bruciava, e insieme la memoria lo riportava a un letto troppo stretto, a un corpo che gemeva sotto il suo. Giò abbassò lo sguardo, sentendo la gola secca. «Mi ricordo tutto» disse, con voce ferma solo in apparenza. «Anche quello che non avremmo dovuto fare.»
Restarono in silenzio. Il pub attorno a loro continuava a vibrare di voci, risate, bicchieri che si urtavano, ma per loro era tutto ovattato. L’altro prese il bicchiere di Giò, lo spostò appena, come se volesse eliminare qualsiasi barriera tra di loro. «Ti guardavo e speravo che non fossi tu» disse piano, «perché se lo eri… allora non avrei avuto scampo.» Giò lo fissò, e in quello sguardo ritrovò la stessa fame che conosceva: non era nostalgia, non era solo ricordo, era desiderio vivo, carnale, urgente.
Parlarono, ma le parole erano brandelli. «Sei cambiato.» «Anche tu.» «Non pensavo di rivederti.» «Io ti ho rivisto mille volte, ma solo nei sogni.» Ogni frase era interrotta da silenzi che ardevano più delle parole. Tra quei silenzi, le mani dicevano tutto: un contatto leggero sulla coscia, un ginocchio che sfiorava l’altro, dita che si cercavano sul tavolo e si ritraevano subito dopo, come se il pudore potesse ancora valere qualcosa. Giò sentiva il corpo rispondere con violenza. Il desiderio gli premeva tra le gambe, sporco, incontrollabile, e più cercava di nasconderlo più l’altro sembrava accorgersene.
«Sai cosa mi manca di più?» chiese l’uomo, chinandosi verso di lui. L’alito sapeva di whisky e tabacco, un misto che lo riportò di colpo a certe notti d’estate. Giò scosse la testa, incapace di parlare. «Il tuo odore» disse piano. «Non te ne sei mai andato davvero, mi è rimasto addosso. Ogni volta che scopavo con qualcuno, speravo che almeno un po’ mi ricordasse te. Ma non è mai successo.»
Giò sentì un brivido lungo la schiena, e le parole gli uscirono come un gemito: «Sei crudele a dirmelo adesso.» L’altro sorrise, un sorriso spezzato, e la mano scivolò più in alto sulla coscia, fermandosi solo a un passo dall’inguine. Giò inspirò forte, quasi un rantolo. «Qui no» disse, ma la voce gli tremava. «Andiamo via.»
L’uomo annuì. Si alzarono senza dire altro, lasciando i bicchieri a metà. Uscirono nella pioggia sottile, le spalle che si sfioravano, e la tensione era talmente densa che bastava a scaldare l’aria fredda della notte. Camminavano veloci, senza guardarsi, come due complici che avevano già deciso tutto.
Appena la portiera del taxi si chiuse alle loro spalle, tutto crollò. Si guardarono per un istante, un secondo sospeso in cui sembrava che il mondo intero stesse trattenendo il fiato, poi l’uomo afferrò la nuca di Giò e lo baciò con una violenza che lo lasciò senza aria. Le lingue si scontrarono come pugni, i denti si urtarono, e fu subito un ringhio, un gemito che sa di vent’anni di silenzio bruciati in un attimo. Giò lo strinse forte, le mani che già cercavano sotto la giacca, trovando il calore della pelle, il battito furioso sotto le costole. «Cristo, sei tu» mormorò contro la sua bocca, e il tono era più un lamento che una certezza. «Non mi lasciare più.» L’autista li guardò dallo specchietto, ma loro erano già persi, incuranti del mondo. Giò gli prese la coscia, la strinse fino a sentire i muscoli tesi, e l’altro gli spinse la mano più in alto, fino a fargli toccare l’erezione che gli premeva attraverso i jeans. «Vedi?» sussurrò, con la voce spezzata, «sono ancora tuo.»
La città scivolava oltre i finestrini appannati, i neon sfocati in scie di luce, ma per loro non esisteva che quel piccolo spazio buio impregnato del loro respiro. Si baciarono ancora, più sporchi, più voraci, con le mani che frugavano ovunque, cercando di strapparsi i vestiti di dosso senza riuscirci. Giò gemette forte quando l’altro gli afferrò l’inguine, stringendolo con brutalità, e rispose mordendogli il collo, lasciando un segno che ardeva subito rosso. «Ti voglio dentro adesso» sbottò, incapace di trattenersi. L’altro rise, un riso corto, febbrile: «Aspetta. Fra poco avremo tutto il tempo.» Le dita però continuarono a sfiorarlo, a tormentarlo, a ricordargli che quell’attesa era solo un modo per eccitare ancora di più.
Quando il taxi si fermò davanti all’albergo, erano già mezzi nudi: le camicie slacciate, le cinture disfatte, i capelli arruffati di sudore. Pagò uno dei due, non ricordavano neanche chi, e si trascinarono dentro la hall con un’aria febbrile, gli occhi rossi, le labbra gonfie di baci. La receptionist li guardò appena, abituata a storie come la loro, e loro salirono all’ascensore senza smettere di toccarsi, di sfiorarsi, di strappare pezzi di pelle con le unghie. Nell’ascensore fu un delirio: Giò si inginocchiò quasi d’istinto, aprì la zip dei jeans dell’altro e si infilò la bocca piena di lui, succhiando con una foga disperata, mentre l’altro si appoggiava alla parete, il capo all’indietro e un gemito che riempiva lo spazio stretto. «Sei ancora il mio vizio più sporco» ansimò, tirandogli i capelli. Giò lo prese fino in fondo, con la gola che bruciava e le lacrime agli occhi, fino a sentirlo tremare. L’ascensore si fermò, le porte si aprirono, e furono costretti a rimettersi in piedi a metà atto, ridendo e gemendo come ragazzini colti in flagrante.
Dentro la stanza non accesero neppure la luce. L’oscurità fu il loro complice, l’eco dei corpi che si urtavano e dei vestiti che cadevano a terra. Si buttarono sul letto come animali, e fu subito un groviglio di pelle, di sudore, di fiati che si mescolavano. «Spogliami tutto» ordinò Giò, la voce roca, e l’altro lo strappò letteralmente dei vestiti, baciandogli il petto, l’addome, mordendolo ovunque come se volesse consumarlo. Quando arrivò all’inguine, Giò gemeva già senza controllo, i fianchi che si muovevano da soli. «Dio, fammi male» lo supplicò, e l’altro rispose prendendolo con violenza, spingendosi dentro a colpi secchi, senza esitazione, mentre Giò urlava nel cuscino, metà dolore e metà estasi. Ogni spinta era un ritorno, un ventennio che si dissolveva, un corpo che non aveva mai smesso di appartenergli.
Scoparono a lungo, sudati, urlando, ridendo persino, tra insulti sussurrati e parole d’amore strozzate. «Bastardo, perché sei sparito?» gridò Giò mentre lo cavalcava con rabbia, le mani piantate sul petto dell’altro. «Perché non avevo coraggio» rispose lui, e la voce era rotta, gli occhi lucidi anche mentre spingeva più forte. Si presero in ogni modo, sul letto, contro la parete, persino a terra sul tappeto, senza smettere mai di cercarsi, di punirsi, di perdonarsi attraverso la carne. Ogni orgasmo era un urlo, un collasso, un pianto liberatorio.
Alla fine, restarono stesi uno accanto all’altro, esausti, i corpi madidi che ancora tremavano. La stanza odorava di sperma, sudore e birra, e Londra fuori continuava a vivere, indifferente. «Non sei cambiato» mormorò l’altro, accarezzandogli i capelli. «Tu sì» rispose Giò, «sei più bello, più sporco, più mio.» Si guardarono a lungo, e per un attimo nessuno dei due ebbe paura del domani. In quella stanza, in quel letto sfatto, erano tornati ragazzi. Tutto il resto poteva aspettare.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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