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bdsm

Nadia


di Membro VIP di Annunci69.it Kimboy74
11.03.2026    |    818    |    0 8.0
"Ti piace, eh?' Il quarto mi obbligò a leccargli il cazzo prima, sfilandomi il bavaglio per un momento: 'Succhia, troia, ' ordinò, spingendomi la cappella in bocca..."
Ero rimasto solo in casa, con un silenzio opprimente che mi avvolgeva dopo la partenza della mia famiglia. Mia moglie e i miei figli avevano preso l'aereo per Caltanissetta, dai nonni, e io li avrei raggiunti il giorno successivo via nave. L'idea di una notte solitaria mi eccitava in modo strano, ma era Nadia a occupare i miei pensieri. La mia vicina, con quel viso angelico incorniciato da capelli neri corvini, occhi verdi che mi trafiggevano, e un corpo sinuoso – seni pieni che tendevano le magliette, fianchi larghi che ondeggiavano quando camminava. La sognavo ogni notte, scene febbrili dove la possedevo con foga, il suo gemito nelle orecchie. 'Ora è il momento,' mi dissi, mentre mi dirigevo verso la sua porta. 'Le chiedo dei tovaglioli, e chissà...' Era il nostro segreto, quella chiave nascosta sotto lo zerbino. L'avevo usata una volta per aiutarla con un tubo che perdeva, e lei aveva ricambiato con un sorriso malizioso, un tocco fugace sulla mano che mi aveva fatto arrossire.

Ma mentre mi avvicinavo, un'urlo squarciò l'aria. Proveniva da dentro la sua casa, un grido di terrore femminile, acuto e spezzato. Il cuore mi martellò nel petto. Esitai un secondo, poi afferrai la chiave, la infilai nella serratura e aprii piano la porta. L'ingresso era immerso in un'oscurità densa, illuminata solo da una lampada fioca in fondo al corridoio. Un odore chimico, pungente, mi assalì le narici – come disinfettante misto a sudore. 'Nadia! Nadia!' chiamai, la voce che tremava, con un eco nel vuoto. Feci un passo avanti, le mani sudate, pronto a tutto. Improvvisamente, da dietro le tende, una figura balzò su di me. Una mano callosa mi coprì la bocca, mentre un fazzoletto umido mi premeva sul naso. L'aroma era acre, tossico – arsenico? No, qualcosa di peggio, un solvente che mi bruciava i polmoni. Inspirai per istinto, e il mondo inclinò. Le ginocchia cedettero, un vortice di nausea mi travolse, e caddi in un abisso nero, l'ultimo pensiero per Nadia che svaniva nel nulla.

Rinvenni con un pulsare sordo alla testa, come se un martello mi battesse il cranio. Le mani erano legate strette dietro la schiena con corde ruvide, che mi segavano la pelle ogni volta che provavo a muovermi. Un bavaglio di stoffa sporca mi riempiva la bocca, il sapore amaro di cotone intriso di sudore mi faceva venire i conati. Ero seduto su una sedia dura, in una stanza che riconoscevo vagamente come la camera da letto di Nadia – il letto king size con lenzuola sgualcite, le tende pesanti che filtravano la luce del pomeriggio. Ma di lei nessuna traccia. Intorno a me, un cerchio di ombre minacciose: uomini mascherati, la pelle nera lucida sotto la luce giallastra di una lampada da tavolo. Erano in sei, forse sette, corpi muscolosi e tatuati, con maschere da carnevale grottesche – diavoli, teschi, animali feroci. L'aria puzzava di maschio, sudore acre e eccitazione repressa. E al centro, una donna imponente, nuda dalla vita in giù, con un harness di cuoio che reggeva uno strap-on enorme: nero, venoso, lungo almeno trenta centimetri, con una cappella gonfia che gocciolava lubrificante. Pelle nera ovunque, corpi oliati che riflettevano la luce, pronti a scatenarsi.

Uno degli uomini, il più massiccio – spalle larghe come un armadio, addominali scolpiti – si staccò dal gruppo con un ghigno sotto la maschera. Ridacchiò basso, un suono gutturale che mi gelò il sangue. 'Guarda questo coglione bianco che si è infilato in casa nostra,' sibilò, la voce profonda e accentata. Prese una bottiglia di plastica da un comodino, la stappò e me la rovesciò addosso senza preavviso. Una cascata di liquido oleoso, viscoso come melassa, mi inzuppò i capelli, colò sul viso, sui vestiti che mi avevano strappato di dosso, lasciando il petto nudo e gocciolante. Mi impregnò la pelle, scivoloso e appiccicoso, facendomi sentire sporco, vulnerabile. Tossii, sputai attraverso il bavaglio, ma lui rise di più. 'Slegatelo, vediamo se questo maiale prova a scappare,' ordinò agli altri.

Le corde si allentarono, caddero a terra con un fruscio. Balzai in piedi, il cuore che rimbombava come un tamburo di guerra. La porta era lì, a pochi metri, la salvezza. Corsi, i piedi nudi che slittavano sul pavimento già unto. Ma l'olio era ovunque – sul tappeto, sulle assi di legno – un traditore viscido. Il piede destro derapò, il sinistro seguì, e caddi in avanti con un tonfo sordo, la pancia che sbatteva contro il suolo duro. Il mento urtò per primo, un dolore acuto che mi fece vedere le stelle. Provai a rialzarmi, le mani che scivolavano inutilmente, il corpo che slittava come su ghiaccio.

La risata esplose, un coro di scherno. La donna si avvicinò per prima, i tacchi che ticchettavano sul pavimento. 'Guarda questo idiota patetico,' ringhiò, calciandomi piano le costole con la punta del piede. 'Un verme bianco che striscia come un lombrico unto. Pensavi di fotterti la tua amichetta? Ora ti fotteremo noi, coglione.' Gli uomini si unirono, le voci che si sovrapponevano in un turbine di insulti. 'Striscia, maiale! Sei solo un buco da riempire, un frocio da olio che non sa nemmeno camminare!' urlò il grosso, schiaffeggiandomi la guancia con la mano aperta, il bruciore che si mescolava all'umiliazione. 'Patetico perdente, guarda come ti agiti. Ti pisceremo dentro fino a farti scoppiare, bastardo!' aggiunse un altro, più snello, calpestandomi la mano mentre cercavo appiglio. La donna rise, chinandosi per afferrarmi i capelli e tirarmi la testa su. 'Sei un rifiuto umano, un cazzo flaccido che non merita nemmeno di respirare la nostra aria. Rimani giù, schifoso, o ti spacco la faccia.' Ogni insulto era un coltello, mi trafiggeva l'orgoglio mentre slittavo invano, il corpo unto che mi tradiva, lasciandomi esposto e ridicolo ai loro piedi. 'Verme unto, frocio bianco! Non vali niente, solo un giocattolo da spezzare!' continuarono, ridendo, mentre io ansimavo, le lacrime di rabbia e paura che si mescolavano all'olio sul viso.

Non potevo più muovermi; l'umiliazione mi aveva inchiodato, il corpo tremante e scivoloso. La donna non perse tempo. Prese una frusta dalla parete – un flagello di cuoio nero, intrecciato con nodi metallici alle code, pesante e minaccioso. Il primo colpo fischiò nell'aria e atterrò sulla mia schiena nuda, un'esplosione di dolore che mi strappò un urlo soffocato dal bavaglio. La pelle si aprì all'istante, un graffio rosso che bruciava come fuoco. 'Prendilo, stronzo!' sibilò lei, colpendo di nuovo, questa volta sul culo esposto. Il cuoio mordicchiò la carne, lasciando strisce infuocate. Uno dopo l'altro, i colpi piovvero: sulle cosce, sulla schiena, sulle natiche, fino a contare trenta frustate deliberate, ognuna più crudele della precedente. Il mio corpo si contorse, ma l'olio mi teneva fermo, scivoloso e implacabile. Singhiozzavo, il sudore misto a lacrime, la pelle un mosaico di lividi e tagli superficiali che stillavano sangue. 'Non ti muovere, bianco inutile,' grugnì lei tra un colpo e l'altro, il respiro affannoso per lo sforzo. Alla fine, getto la frusta da parte, ansimando, e mi girò con un calcio, esponendo il mio culo arrossato e pulsante.

Gli uomini non aspettarono. Il primo, quello grosso, si slacciò i pantaloni, rivelando un cazzo mostruoso – spesso, venoso, eretto come una mazza, con la cappella viola e gonfia. Mi afferrò i fianchi con mani d'acciaio, le unghie che affondavano nella carne. Senza lubrificante extra, spinse la punta contro il mio buco stretto, e irruppe dentro con un affondo brutale. Urlai nel bavaglio mentre mi dilatava, il bruciore lancinante che mi squarciava le viscere. Pompava senza pietà, le anche che sbattevano contro le mie natiche frustate, ogni stoccata che produceva schiocchi umidi. 'Prendilo tutto, frocio,' ringhiò, accelerando, le palle pesanti che mi percuotevano. Venne con un ruggito, riversandomi dentro un torrente caldo e denso, lo sperma che colava fuori mentre si ritraeva.

Non ci fu pausa. Il secondo uomo, più alto e magro, con un cazzo lungo e curvo, mi prese da dietro mentre ero ancora ansimante. Mi spinse la faccia contro il pavimento unto, le guance schiacciate nel liquido viscido. Entrò piano all'inizio, gustandosi la resistenza, poi accelerò, scopandomi con colpi profondi che mi facevano vedere doppio. 'Senti come ti apro, bastardo? Il tuo culo è mio ora,' mormorò, schiaffeggiandomi le natiche arrossare tra una penetrazione e l'altra. Il terzo era più rude: mi costrinse a girarmi parzialmente, mi ficcò due dita nel buco per allargarmi di più, poi mi montò come un animale, il suo membro spesso che sfregava le pareti sensibili. Rideva mentre pompava, 'Guarda come goccioli, puttana bianca. Ti piace, eh?' Il quarto mi obbligò a leccargli il cazzo prima, sfilandomi il bavaglio per un momento: 'Succhia, troia,' ordinò, spingendomi la cappella in bocca. Il sapore salato, muschiato, mi invase la lingua mentre lo ingoiavo, la gola che si contraeva. Poi mi rivoltò e mi penetrò, mescolando il mio sputo al suo sudore.

Non so quanti fossero esattamente – sette, otto? – ma a turno mi usarono, il mio culo che si trasformava in un tunnel largo e gocciolante, pieno di seme caldo che lubrificava ogni nuovo ingresso. La donna si unì verso la fine: mi mise supino, mi aprì le gambe con forza, esponendo il mio buco violato. 'Ora tocca a me, coglione,' disse, allineando lo strap-on. Lo spinse dentro con un colpo secco, il silicone spesso che mi riempiva completamente, sfregando il punto sensibile dentro di me. Scopava con ritmo feroce, le tette che rimbalzavano, mentre uno degli uomini mi tappava la bocca con il suo cazzo, facendomi succhiare e ingoiare un altro carico amaro, denso, che mi colava giù per la gola.

Il culmine dell'umiliazione arrivò dopo. Mi misero in ginocchio, il culo in aria come un'offerta, le ginocchia che scivolavano nell'olio. Presero un imbuto di plastica larga, con un tubo lungo e flessibile. Me lo infilarono nel retto dilatato, spingendolo profondo fino a sfiorare l'intestino. Il freddo della plastica contro le pareti calde mi fece rabbrividire. 'Apri bene, maiale,' rise il primo, posizionandosi. Pisciò senza esitazione, un getto potente e giallo che gorgogliava nell'imbuto, riempiendomi la pancia con calore acido. L'urina si mescolava allo sperma, gonfiandomi, facendomi sentire sporco oltre ogni limite. 'Bevi dal culo, frocio unto!' schernì un altro, prendendo il suo turno. Il flusso non finiva: uno dopo l'altro, pisciarono dentro, l'odore ammoniacale che saliva, la pancia che si gonfiava come un pallone. Otto, nove getti? Non contavo più, perso in un'onda di disgusto e sottomissione, il corpo che tremava mentre il liquido mi invadeva.

Alla fine, mi tolsero l'imbuto con uno strattone, lasciandomi svuotare parzialmente sul pavimento in un rivolo umido. Mi abbandonarono lì, esausto, il corpo un relitto di dolore, fluidi e lividi. L'oscurità mi reclamò di nuovo, un sonno forzato.

Mi svegliai nudo sul letto di Nadia, il sole pomeridiano che filtrava dalle tende, accecandomi. 'Un sogno,' mormorai, strofinandomi gli occhi. Ma la realtà mi colpì come un pugno: le strisce della frusta sulla schiena e sul culo bruciavano al tocco, viola e rosse, gonfie e sensibili. Il buco pulsava, largo e aperto, con residui appiccicosi che colavano ancora. La bocca sapeva di sperma rancido, la lingua gonfia. La pancia gorgogliava, piena di quel piscio umiliante. Dovrei denunciare tutto, chiamare la polizia, pensai, afferrando il telefono sul comodino. Ma l'orologio ticchettava: la nave partiva tra un'ora. Non c'era tempo per spiegazioni, per umiliazioni pubbliche. Mi alzai piano, ogni muscolo che protestava, il culo che si contraeva dolorosamente. Mi rivolsi con cura, il cazzo – inspiegabilmente duro, eretto contro la mia volontà – che sfregava contro i pantaloni mentre mi vestivo. Zoppicai verso la porta, lasciando la casa di Nadia come un fantasma.

Sulla nave, seduto con cautela su una panca dura, il mare che cullava lo scafo, ripensai a ogni dettaglio. Il dolore era reale, i ricordi vividi come ferite aperte. Eppure, una parte oscura di me si sentiva... trasformata, eccitata in un modo perverso, il corpo che tradiva la mente con un'erezione persistente. L'insegnamento era lampante: lascia stare Nadia. Alcune tentazioni sono trappole, e aprirle porta solo rovina.
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