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Il fruttivendolo


di Membro VIP di Annunci69.it Kimboy74
25.02.2026    |    1.838    |    2 9.5
"Entrò piano, godendosi ogni centimetro, poi accelerò, scopandola con colpi potenti che la facevano gemere..."
Graziella aveva ereditato il negozietto di frutta e verdura dal padre, un posto angusto ma affollato nel quartiere popolare, dove vendeva mele rosse, pomodori succosi e banane mature che attiravano le massaie del vicinato. Era una donna sulla quarantina, con curve generose: tette pesanti che tendevano le camicette, un culo largo e sodo da anni di lavoro manuale, e capelli castani legati in una coda pratica. Il marito, Gino, era un tipo goffo e ignorante, un ex manovale che passava le giornate a fumare e lamentarsi, aiutandola solo quando gli conveniva. 'Vendo io le pere,' diceva, ma finiva per schiacciare la merce o litigare con i clienti.

Poi arrivò Kalim. Il marocchino, un uomo alto e muscoloso con la pelle olivastra e un sorriso furbo, aprì il negozio accanto: stesso tipo di merce, ma con un tocco esotico. Aveva piantato una palma da dattero nel cortile dietro il locale, e ogni mattina raccoglieva i frutti dolci e carnosi, esponendoli in cassette di legno. 'Datteri freschi, dalla mia terra,' annunciava con accento cantilenante, e la gente impazziva. Le casalinghe compravano da lui, i bambini rubacchiavano i datteri, persino i vecchi del bar vicino preferivano le sue arance. Graziella vedeva i suoi clienti svanire, le sue cassette polverose. 'Che cazzata,' borbottava tra sé, contando le monete alla fine della giornata. 'Quei datteri saranno comprati al mercato all'ingrosso, non dalla sua pianta del cazzo.'

Gino, con la sua solita stupidaggine, non aiutava. 'È meglio chiudere, Graziella. Oggi non ho venduto neanche una banana! Quei marocchini ci fregano tutti.' Lei lo guardava con disprezzo, ma il dubbio la rodeva. Doveva verificare. Una sera, dopo aver chiuso il negozio con le mani vuote, decise di seguire l'istinto. Si travestì: gonna corta nera che le fasciava il culo, una parrucca bionda, rossetto rosso e tacchi alti che non metteva da anni. 'Vado a casa sua, fingo di essere una cliente curiosa. Se raccoglie davvero quei datteri, lo becco.' Prese un taxi fino all'indirizzo che aveva scoperto da un fattorino, un appartamento modesto in periferia.

Bussò alla porta, il cuore che le martellava. Kalim aprì, sorpreso ma con un ghigno. 'Tu chi sei?' chiese in un italiano approssimativo. Graziella balbettò: 'Volevo... i tuoi datteri. Posso vedere la pianta?' Ma Kalim rise, scambiandola per qualcos'altro. 'Ah, escort? I ragazzi aspettano. Entra.' Lei esitò, ma entrò, e fu un grave errore. La casa era buia, fumosa, con tappeti sul pavimento e odore di spezie. Tre uomini erano seduti sul divano: amici di Kalim, tutti marocchini robusti, con magliette sudate e occhi arrapati. 'Kalla, kalla, kalla!' esclamò uno, alzandosi e afferrandola per il braccio. Graziella capì troppo tardi: avevano ordinato una puttana, e lei era arrivata al momento sbagliato.

La spinsero al centro della stanza, le mani che le strappavano la gonna. 'No, fermatevi! Io non sono...' gridò, ma un ceffone la zittì. Il primo, un tipo con baffi folti, le abbassò le mutandine e le aprì le gambe. 'Bella figa italiana,' ringhiò, slacciandosi i pantaloni. Il suo cazzo era già duro, spesso e curvo, e lo strinse contro l'ingresso di lei. Graziella lottò, ma gli altri la tenevano ferma, uno per braccio. Lui spinse dentro con violenza, la figa secca che bruciava per l'invasione. 'Ahia! Bastardo!' urlò lei, ma lui pompava già, le spinte profonde che la facevano sobbalzare. 'Kalla, kalla!' ripetevano gli altri, ridendo mentre le palpavano le tette, tirandole fuori dal reggiseno e pizzicandole i capezzoli.

Il primo la scopò senza pietà, il cazzo che entrava e usciva dalla figa che piano piano si bagnava per il piacere. Graziella ansimava, un misto di dolore e un piacere traditore che le saliva dal basso. Lui accelerò, le palle che sbattevano contro il suo culo, e venne con un grugnito, schizzandole sborra calda dentro. Si ritirò, lasciando un rivolo bianco che colava sulle cosce di lei. Subito il secondo la girò a quattro zampe sul tappeto, le aprì il culo con le dita. 'Ora il tuo buco stretto,' disse, sputando sulla fessura. Graziella protestò: 'No, non lì!' Ma lui ignorò, spingendo il cazzo unto di saliva contro l'ano. Entrò piano all'inizio, il bruciore che la faceva gridare, poi più a fondo, centimetro per centimetro, fino a riempirla completamente.

'Prendilo tutto, puttana!' ordinò, afferrando i fianchi e iniziando a inculare con ritmo crescente. Gli altri guardavano, masturbandosi i cazzi duri. Graziella singhiozzava, il dolore che si mescolava a ondate di calore, il suo corpo che tradiva la mente. Lui la martellava, il culo che si contraeva intorno al suo uccello, e venne esplodendo dentro di lei, la sborra che lubrificava le pareti. Lei crollò in avanti, esausta, ma il terzo non perse tempo. La mise supina, le gambe spalancate, e le leccò la figa sporca di sborra mista ai suoi umori. 'Buona,' mormorò, poi montò su di lei e la penetrò di nuovo nella figa, spingendo forte mentre le succhiava le tette.

Le sue spinte erano rapide, il cazzo che sfregava il clitoride gonfio, e Graziella, controvoglia, venne con un urlo, le pareti che pulsavano. Lui rise e continuò, fino a svuotarsi dentro, aggiungendo altra sborra alla miscela. Giaceva lì, tremante, il corpo dolorante e appiccicoso, quando la porta si aprì di nuovo. Entrò un quarto uomo, più giovane, con un'aria da capo. 'Cos'è questo casino?' chiese, ma vedendola nuda e usata, sorrise. 'La escort? Bene.' Si slacciò i pantaloni, rivelando un cazzo lungo e spesso, e si avvicinò. Gli altri uscirono ridendo, lasciando lei sola con lui.

L'uomo la alzò, la portò sul divano e le aprì le gambe. 'Ora io,' disse, strusciando il cazzo contro la figa gonfia. Entrò piano, godendosi ogni centimetro, poi accelerò, scopandola con colpi potenti che la facevano gemere. 'Ti piace, eh?' sussurrò, mordendole il collo. Graziella annuì debolmente, persa nel piacere. Lui la girò, le alzò il culo e la penetrò di nuovo nella figa da dietro, le mani che le schiaffeggiavano le natiche. Venne con un ruggito, riempiendole la figa di sborra calda, che colava fuori quando si ritirò. Poi, tirò fuori 500 euro dalla tasca e glieli porse. 'Ci vediamo domani, bella. Stesso posto.' Graziella prese i soldi, stordita, e uscì barcollando, il travestimento a brandelli.

Il giorno dopo, non aprì il negozio. Chiuse tutto, vendette la merce residua a un grossista e sparì. Gino la cercava, ma lei era già cambiata. Iniziò a fare la puttana: annunci online, motel e case private. Scopava con clienti vari, succhiando cazzi in macchina, facendosi inculare per extra, la figa e il culo sempre pronti. Guadagnava bene, più del negozio, e l'eccitazione della violenza la teneva legata a quel mondo. Un giorno, malata con la febbre, non poté andare a un appuntamento. 'Vai tu, Gino,' gli disse. 'Digli che sono io, e fai quello che devi.' Lui, stupido com'era, accettò per i soldi.

Arrivò all'indirizzo, un appartamento squallido. Il cliente, un uomo grasso sulla sessantina, lo guardò confuso. 'Sei la puttana?' Gino annuì, impacciato. L'uomo rise: 'Beh, va bene lo stesso. Spogliati.' Gino esitò, ma per i soldi si tolse i pantaloni, rivelando un cazzo flaccido. L'uomo lo masturbò piano, poi lo fece inginocchiare e glielo ficcò in bocca. Gino succhiò goffamente, tossendo, mentre l'uomo gli pompava la faccia. Poi, lo mise a pecorina e gli lubrificò il culo con saliva, spingendo dentro piano. Gino gemette di dolore, ma l'uomo lo inculò ritmicamente, venendo dentro di lui con un sospiro. Alla fine, gli diede 50 euro di mancia. 'Bravo, ragazzo. Di' alla tua donna di tornare presto.'

Gino tornò a casa con i soldi in tasca, raccontando tutto a Graziella come una vittoria. Lei rise, ma dentro sapeva che il negozio era morto, e la sua nuova vita – piena di cazzi, sborra e banconote – era solo l'inizio. Kalim vinceva con i suoi datteri, ma Graziella aveva trovato un modo per sopravvivere, culo e figa sempre in vendita.
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