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Gay & Bisex

Lo studente di filosofia


di Membro VIP di Annunci69.it Kimboy74
23.02.2026    |    2.660    |    4 8.7
"Gonario si slacciò i pantaloni per primo, tirando fuori il suo cazzo – spesso, venoso, con un glande rossastro che gocciolava pre-sborra..."
Era una mattina d'estate afosa, di quelle che ti appiccicano la camicia alla pelle prima ancora di uscire di casa. Mio padre, con quel tono burbero che non ammetteva repliche, mi aveva ordinato di andare dal signor Gonario a comprare la ricotta fresca. 'Vai tu, che sei a spasso con i tuoi libri di filosofia,' aveva detto, scaricandomi il compito come se fossi il suo fattorino personale. Non mi ero nemmeno cambiato: pantaloncini corti, maglietta leggera e i capelli lunghi legati in una coda disordinata, che mi davano quell'aria da bohémien che tanto mi piaceva. Presi il motorino e partii verso la campagna, il sole che picchiava forte e il vento caldo che mi scompigliava i fili sfuggiti dalla coda.

La casa di Gonario era isolata, un vecchio casale circondato da ulivi e campi aridi. Parcheggiai il motorino vicino al cancello arrugginito e bussai alla porta, il secchio per la ricotta in mano. Gonario aprì dopo un po', un uomo robusto sulla sessantina, con la barba bianca incolta e gli occhi furbi che mi squadrarono da capo a piedi. 'Ah, sei il figlio del tuo vecchio,' borbottò, porgendomi il pacco di ricotta avvolto in un panno. Pagai in fretta, ma quando gli diedi le banconote, lui esitò. 'Entra un momento, ti do il resto,' disse, facendomi cenno di seguirlo dentro. Non ci pensai due volte – era un posto tranquillo, e Gonario lo conoscevo di vista da anni.

L'interno era fresco e ombroso, con l'odore di formaggio e terra umida che aleggiava nell'aria. Ma non eravamo soli. Seduto a un tavolo malandato c'era un operaio di colore, un tipo massiccio con i muscoli gonfi sotto la canottiera sudata, la pelle scura lucida di sudore. Mi guardò con un ghigno, posando la sigaretta fumante. Gonario chiuse la porta piano, e quel clic mi fece drizzare le antenne, ma lo ignorai. 'Ecco il resto,' disse Gonario, contando le monete sul tavolo. L'operaio, però, non staccava gli occhi da me. 'Ma tu no fidanzato vero?' mi chiese all'improvviso, con un accento marcato e un sorriso che non mi piacque.

Arrossii un po', preso alla sprovvista. 'No,' risposi, cercando di mantenere un tono sicuro. 'Sono uno studente di filosofia, sto preparando gli esami.' Lui rise, una risata bassa e gutturale che echeggiò nella stanza. 'Frocio!' esclamò, puntandomi il dito. 'No!' protestai, sentendo il calore salirmi al viso. 'Fai vedere mutandine,' continuò lui, senza batter ciglio, e prima che potessi reagire, Gonario era già lì, le mani ruvide che mi afferravano il bordo dei pantaloncini. 'Dai, facci vedere,' ridacchiò Gonario, tirando giù il tessuto quel tanto che bastava per sbirciare sotto.

E lì, sotto gli sguardi di entrambi, emersero le mie mutandine – non i soliti boxer da uomo, ma un paio di slip di pizzo rosa, morbidi e femminili, che aderivano alla mia pelle come una seconda pelle. Il cuore mi balzò in gola. 'Magari ho sbagliato cassetto io,' balbettai, la voce tremante. 'Saranno di mia sorella... le ho prese per errore stamattina.' Ma era una bugia patetica, e lo sapevano entrambi. Quelle mutandine non erano un errore: le avevo scelte io, quel segreto che custodivo da mesi, un brivido di trasgressione che mi faceva sentire vivo in un modo che non capivo del tutto.

Gonario chiuse la porta a chiave con un gesto secco, e l'operaio si alzò, torreggiando su di me. 'Piccolo frocio con le mutandine da puttana,' mormorò l'operaio, afferrandomi per i capelli lunghi e tirandomi verso il tavolo. Provai a divincolarmi, ma Gonario era già dietro, le mani che mi slacciavano la cintura e abbassavano i pantaloncini fino alle caviglie. Le mutandine rosa spiccavano contro la mia pelle pallida, il pizzo che incorniciava il mio culo sodo. 'Bello,' grugnì Gonario, palpandomi le chiappe con dita callose. 'Scommetto che lo vuoi da un pezzo.'

Mi spinsero contro il tavolo, il legno ruvido che mi graffiava il ventre mentre mi chinavano in avanti. L'umiliazione mi bruciava dentro – ero uno studente, un intellettuale con i capelli lunghi e sogni grandi, non questo. Eppure, sotto la paura, un calore traditore pulsava nel mio basso ventre. L'operaio prese un barattolo di vasellina dal ripiano della cucina, intingendo le dita e spalmandola generosamente sul mio buco stretto. 'Rilassati, troietta,' disse, premendo un dito dentro di me. Il bruciore iniziale mi fece gemere, il muscolo che si contraeva intorno all'intrusione, ma lui non si fermò, ruotando e spingendo fino a far scivolare un secondo dito, dilatandomi con movimenti lenti e insistenti.

Gonario si slacciò i pantaloni per primo, tirando fuori il suo cazzo – spesso, venoso, con un glande rossastro che gocciolava pre-sborra. 'Apri quel culo per me,' ordinò, posizionandosi dietro. L'operaio mi teneva fermo, una mano sui miei capelli e l'altra che mi segava il cazzo attraverso le mutandine, facendomi indurire mio malgrado. Gonario spinse, il suo cazzo che forzava l'ingresso lubrificato, centimetro dopo centimetro. Sentii ogni pulsazione mentre mi riempiva, il mio culo che si tendeva al limite, un misto di dolore acuto e piacere proibito che mi strappava ansiti. 'Stretto come una vergine,' gemette lui, afferrandomi i fianchi e iniziando a pompare, spinte profonde che mi sbattevano contro il tavolo.

Il ritmo accelerò, il suo bacino che sbatteva contro le mie chiappe con schiocchi umidi, la vasellina che facilitava ogni affondo. Io gemevo, le lacrime agli occhi per l'umiliazione, ma il mio corpo tradiva: il cazzo duro che sfregava contro il pizzo, ondate di calore che partivano dal culo e mi facevano tremare. 'Ti piace, eh? Piccola puttana in mutandine,' ringhiò Gonario, una mano che mi schiaffeggiava il culo, lasciando segni rossi. Venne con un grugnito, il suo sperma caldo che mi inondava dentro, colando lungo le cosce mentre si ritraeva.

Non ebbi tempo di riprendermi. L'operaio mi girò, il suo cazzo nero e massiccio – lungo almeno venti centimetri, spesso come il mio polso – che balzava libero dai pantaloni. 'Ora tocca a me,' disse, ungendo la vasellina sul suo membro e spingendomi di nuovo sul tavolo, a pancia in giù. Il suo glande premette contro il mio buco già dilatato e scivoloso di sperma, e entrò con un'unica spinta decisa, facendomi urlare. Era enorme, mi riempiva completamente, sfregando contro le pareti sensibili in un modo che mandava scintille di piacere intenso. 'Prendilo tutto, frocio,' ansimò, afferrandomi i capelli e tirandomi la testa all'indietro mentre pompava, affondi potenti che mi scuotevano il corpo.

Gonario guardava, accarezzandosi di nuovo, e l'operaio non tardò: le sue palle pesanti sbattevano contro di me, il sudore che colava dalla sua pelle scura sulla mia schiena. Il piacere era travolgente ora, il mio culo che si contraeva intorno a lui, ogni spinta che colpiva quel punto dentro di me che mi faceva vedere le stelle. Venne con un ruggito, riversando fiotti bollenti nel mio culo, tanto da far traboccare il mix di sperma e vasellina. Mi accasciai sul tavolo, ansimante, il corpo tremante per l'orgasmo che mi aveva travolto senza che lo toccassi, sborra che bagnava le mutandine.

Mi rialzarono i pantaloncini, le gambe molli, e Gonario mi porse la ricotta con un sorriso complice. 'Torna presto, ragazzo. E prendi queste,' disse, ficcandomi in mano un paio di mutandine di seta nera. Uscii barcollando, il motorino che mi portava a casa con il culo dolorante e un segreto in più. Da allora, sono sempre io a prendere la ricotta per i miei – mio padre non sospetta nulla. E in camera mia, ho un cassetto pieno di mutandine da donna, una per ogni volta che Gonario me lo mette in culo, un trofeo di umiliazione e desiderio che non riesco a smettere di inseguire.
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