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Il safari finito male
Kimboy74
19.02.2026 |
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"I tre amici divennero le puttane del villaggio, scopati da chiunque, cazzi che entravano nei loro culi a tutte le ore..."
Il Safari Andato StortoMichele e i suoi due amici single, Luca e Marco, avevano sempre sognato un'avventura epica. Tutti e tre sulla trentina, single e stufi della routine italiana, decisero di partire per un safari fotografico in Africa. Armati di macchine fotografiche professionali, zaini pieni di attrezzatura e un sacco di entusiasmo, atterrarono a Nairobi con l'idea di immortalare le savane, i leoni e gli elefanti. "Sarà il viaggio della vita," disse Michele ridendo mentre salivano sul pullman sbagliato – un errore banale, distratti dal caos dell'aeroporto.
Invece di dirigersi verso il lodge safari, il veicolo li portò in una zona remota, polverosa e ostile. Scesero confusi in un villaggio sperduto chiamato Kung Katung, un agglomerato di capanne di fango circondate da acacie spinose. Gli abitanti, tutti neri e muscolosi, li fissarono con occhi ostili. "Dove siamo finiti?" mormorò Luca, stringendo la sua Canon. Ma non ebbero tempo di orientarsi: un gruppo di uomini armati di lance e machete li circondò, legandoli e trascinandoli al centro del villaggio.
Il capo, un gigante chiamato Kung Katung, alto oltre due metri con muscoli gonfi e una cicatrice che gli attraversava il petto nudo, li squadrò con disprezzo. "Bianchi," ringhiò in un inglese spezzato. "Qui da noi, i bianchi sono puttane dei neri. O fate le puttane, o morte. Scegliete." I tre amici impallidirono, il cuore che batteva all'impazzata. Michele pensò alla sua vita tranquilla a Milano, al lavoro noioso, all'unico peccato che si era concesso: un pompino rubato a suo cugino durante una festa di famiglia anni prima, un momento di curiosità represso che ora sembrava innocente. Luca e Marco, terrorizzati, annuirono freneticamente. "Vita," balbettò Marco. "Scegliamo la vita."
Kung rise, una risata profonda che echeggiò tra le capanne. "Bene. Iniziate ora." Le macchine fotografiche furono sequestrate e distrutte sotto i loro occhi, i pezzi sparsi nella polvere. Non c'era scampo, non c'era ritorno a casa. I tre furono spinti in una capanna buia, spogliati nudi e legati a pali di legno. Uno alla volta, Kung Katung li iniziò alla loro nuova esistenza.
Prima toccò a Michele. Kung entrò nella capanna, il suo cazzo già duro e massiccio che spuntava dai pantaloni logori – spesso come una banana, venoso e nero come l'ebano, lungo almeno venti centimetri. "Puttana bianca, apri il culo," ordinò, spingendo Michele in ginocchio. Lui tremava, ma obbedì, le natiche esposte. Kung mise dell' olio di marijuana sulla punta e affondò senza pietà, il cazzo che dilatava il buco stretto di Michele con una spinta brutale. "Ahhh!" urlò Michele, il dolore che lo squarciava mentre Kung lo scopava con colpi potenti, i fianchi che sbattevano contro il suo culo, le palle pesanti che gli schiaffeggiavano la pelle. Ogni affondo era profondo, il cazzo che sfregava contro le pareti interne, forzando il corpo di Michele ad adattarsi. "Prendilo tutto, puttana," grugnì Kung, afferrandogli i fianchi e tirandolo indietro. Michele gemette, un misto di agonia e un piacere forzato che lo faceva indurire contro la sua volontà. Kung accelerò, martellandolo fino a quando non venne, riversando fiotti caldi di sperma nel culo bianco di Michele, riempiendolo fino a far colare il liquido denso lungo le cosce.
Luca fu il successivo. Spinto a terra, vide Kung avvicinarsi con il cazzo ancora lucido del seme di Michele. "Il tuo turno, bianco." Luca singhiozzò, ma non oppose resistenza mentre Kung lo girava a pecorina e lo penetrava di slancio. Il cazzo entrò facile nel buco già lubrificato dal sudore e dalla paura, spingendo fino in fondo. Kung lo scopò con ritmo feroce, le mani che gli strizzavano le chiappe, aprendo di più per affondare meglio. "Più stretto del mio villaggio," rise Kung, colpendo la prostata di Luca con ogni colpo. Luca ansimò, il suo cazzo che gocciolava pre-cum sul pavimento di terra mentre il gigante lo usava come un giocattolo. L'orgasmo lo colse di sorpresa, schizzando sperma mentre Kung lo riempiva a sua volta, il seme che traboccava e mescolava con il suo.
Marco chiuse la fila. Tremava più degli altri, ma Kung non ebbe pietà. Lo buttò supino, alzò le gambe e infilò il cazzo nel culo esposto. "Urla pure, puttana." Marco gridò mentre il membro spesso lo stirava, le vene che pulsavano contro le sue pareti. Kung lo pompò senza sosta, il sudore che colava sui loro corpi, i muscoli che si contraevano a ogni spinta. Marco si morse le labbra, ma presto gemette di piacere involuntario, il corpo che tradiva la mente. Kung venne con un ruggito, inondando il culo di Marco con il suo carico abbondante.
L'indomani, la cerimonia di iniziazione. I tre furono portati al centro del villaggio, nudi e in ginocchio davanti a una fila di maschi della tribù – una ventina di uomini forti, cazzi duri e puntati verso di loro. "Spompinateli tutti," ordinò Kung. "O morte." Michele iniziò, le labbra che si aprivano sul primo cazzo, spesso e salato, succhiando la cappella mentre la mano gli pompava la base. L'uomo grugnì e gli venne in bocca, lo sperma caldo che gli colava giù per la gola. Passò al successivo, leccando le palle pelose prima di ingoiare il membro fino in fondo, la gola che si contraeva intorno alla lunghezza. Luca e Marco fecero lo stesso, le bocche piene di cazzi neri che entravano e uscivano, le guance incavate dal succhiare. Uno dopo l'altro, i maschi della tribù li usarono, schizzando sperma sulle loro facce, nei capelli, in bocca – un'orgia di umiliazione che durò ore. I tre ingoiarono litri di seme, i corpi coperti di saliva e fluido appiccicoso, esausti ma vivi.
Giorni si trasformarono in settimane. I tre amici divennero le puttane del villaggio, scopati da chiunque, cazzi che entravano nei loro culi a tutte le ore. Michele, però, covava un piano. Una notte, dopo essere stato fottuto da tre uomini in fila, si inginocchiò davanti a Kung. "Capo, voglio cambiare sesso. Diventare una donna vera. Ma aiutami." Kung lo fissò, poi sorrise. "Bene. Ti piace fare la puttana. Ma costa. Ti vendo alla mafia africana. Loro pagano l'operazione."
Michele fu legato e consegnato a un gruppo di trafficanti. Portato in una clinica sotterranea in una città vicina, subì l'operazione: ormoni, chirurgia, il suo cazzo rimodellato in una figa stretta e sensibile. Emersero seni pieni, fianchi larghi, labbra carnose. Divenne una bellissima trans, con la pelle chiara e curve invitanti, i capelli lunghi e un trucco che la rendeva irresistibile.
La mafia la spedì in Europa, prima a Parigi, poi Roma, Milano. "Batti il marciapiede, puttana," le dissero. Ora, sola in una stanza d'albergo squallida, Michele – o meglio, Michaela – si guardava allo specchio. La figa nuova pulsava, ancora dolorante dall'ultimo cliente: un uomo grasso che l'aveva scopata sul letto, il cazzo che entrava e usciva dalla sua fessura bagnata, facendola gemere mentre le stringeva i seni. Tutti i giorni erano uguali: cazzi che la penetravano, in bocca, in figa, nel culo – gang bang in vicoli bui, pompini in auto di lusso, orgasmi forzati che la lasciavano tremante e vuota.
"Forse era meglio stare con Luca e Marco in Africa," pensò Michaela una notte, dopo che due clienti l'avevano usata insieme, uno nel culo e uno in figa, venendo dentro di lei in sincrono. Il suo unico peccato passato – quel pompino al cugino – sembrava un ricordo innocente rispetto a questa vita di sottomissione eterna. Ma non c'era ritorno. Solo cazzi, sperma e un desiderio represso di ciò che aveva perso.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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