Gay & Bisex
Il rullino
Kimboy74
13.03.2026 |
1.651 |
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Mi rimise contro il tavolo, le mani che mi spalancavano le natiche, il suo cazzo ora rigido come prima che entrava nel mio buco già lubrificato dal suo sperma..."
C'era un tempo in cui il desiderio non era un click, un messaggio istantaneo o un video che si dissolveva in un istante. Era un'attesa lenta, un calore che si accumulava nelle viscere come un fuoco covato sotto la cenere, alimentato da odori reali, tocchi rubati e il terrore del rischio. Anni fa, in un paesino di provincia dimenticato da Dio, l'aria era densa di quell'elettricità clandestina. Io, un ragazzo di vent'anni, fresco di leva, passavo le notti in caserma a sfregarmi il cazzo sotto le coperte ruvide, il sudore che mi colava sul petto mentre fantasticavo di corpi maschi, di mani esperte che mi palpavano senza parole. L'odore di stivali lucidati e sigarette fumate di nascosto riempiva la baracca, e ogni respiro era un'anticipazione: chi avrebbe risposto all'annuncio che avevo scritto su un foglio stropicciato, pronto per una rivista underground? Volevo un incontro vero, non le illusioni digitali di oggi, superficiali e vuote.Quelle notti erano un'agonia dolce. Sdraiato sul materasso duro, sentivo il mio cazzo indurirsi piano contro il tessuto delle mutande, le palle che si contraevano al pensiero di un uomo maturo che mi prendesse, mi aprisse, mi riempisse. Non toccavo quasi, solo sfregavo la cappella contro il lenzuolo, lasciando macchie umide di pre-cum, mentre la mente vagava: un culo sodo premuto contro il mio, o il mio contro un altro, in un vicolo buio o in un retrobottega. Il desiderio cresceva come una febbre, dal basso ventre fino alla gola secca, e dormivo con l'erezione che non calava del tutto, sognando il momento in cui quel calore repressa sarebbe esploso in un contatto fisico, crudo e irreversibile. Al mattino, mi svegliavo con il cazzo ancora gonfio, nascosto sotto l'uniforme, e giuravo che presto avrei avuto una risposta dall'annuncio.
Per pubblicarlo, però, serviva una foto – qualcosa di audace, che attirasse gli occhi giusti. Così, una sera dopo il turno, mi chiusi in bagno con la macchina usa e getta rubata da casa. Mi spogliai nudo davanti allo specchio crepato, il vapore della doccia che appannava l'aria. Scattai: il mio corpo giovane, atletico dalla leva, con il cazzo eretto che svettava tra le gambe, le vene pulsanti lungo l'asta, la cappella arrossata e lucida. Un'altra dal lato, le natiche tese, il solco tra le chiappe che invitava lo sguardo. Le palle pesanti, il petto villoso di sudore. Non per vanità, ma per quel brivido di esposizione, per attirare chi capiva quel linguaggio silenzioso. Svilupparle? Solo un negozietto in paese, un buco anonimo con l'insegna sbiadita, dove l'odore di chimica e carta fotografica mi avvolse come un abbraccio proibito non appena entrai.
Il locale era angusto, scaffali polverosi carichi di rullini e ingranditori arrugginiti, l'aria impregnata di quel sentore acre di fissaggio e sviluppo, misto a polvere e a un vago odore di tabacco stantio. Dietro il bancone, lui: un uomo maturo, sui quarantacinque, capelli brizzolati tagliati corti, occhi esperti che scrutavano ogni cliente come se leggessero segreti. Non ci pensavo a lui, in quel momento – ero lì solo per le foto, per farle stampare e inviarle con l'annuncio, in attesa di una risposta che mi desse quel riscontro tanto agognato. 'Sviluppo urgente,' dissi, porgendogli il rullino con le mani che tremavano leggermente, non per lui, ma per l'eccitazione residua di quelle pose solitarie.
Aspettai seduto su una panca sgangherata, il cuore che batteva piano, rivivendo le notti in caserma: il desiderio che mi aveva tenuto sveglio, il cazzo che pulsava contro il materasso mentre immaginavo mani callose su di me. Passarono minuti che sembrarono ore, l'odore chimico che mi pizzicava le narici, facendomi agitare le cosce. Poi, lui emerse dal retrobottega, le stampe in mano, gli occhi fissi sulle immagini. Vidi il suo sguardo indugiare sul mio cazzo nudo, sulle curve del mio culo esposto, e un rossore gli salì al collo. Le nostre dita si sfiorarono quando me le porse – una carezza tattile, casuale all'apparenza, ma che si trasformò in un gesto di possesso, il suo pollice che premeva piano contro il mio palmo. Il mio corpo reagì prima della mente: un calore improvviso tra le gambe, il cazzo che si induriva nei jeans, un fremito che mi percorse la spina dorsale. Non era per l'annuncio, ormai lo capivo; era per questo, per il lampo di fame nei suoi occhi.
'Vieni di là,' mormorò, la voce bassa e rauca come il ronzio di una macchina da stampa. 'Devo controllare meglio questi scatti, assicurarmi che siano nitidi.' Lo seguii oltre la tenda polverosa, il cuore in gola, l'attesa in caserma che si fondeva con questo momento reale. Il retrobottega era un antro buio, illuminato solo da una lampada rossa, faldoni impilati contro le pareti, vassoi di liquidi chimici che stillavano piano. L'odore era più intenso qui, misto a sudore maschile e a qualcosa di più primordiale. Mi voltò verso di sé con una gentilezza rude, le mani larghe che mi afferrarono i fianchi, tirandomi contro il suo corpo solido. Sentii il suo cazzo già duro premere contro la mia coscia attraverso i pantaloni, spesso e insistente, un'arma di un uomo che sapeva cosa voleva.
Mi sbottonò i jeans con urgenza contenuta, facendoli scivolare giù insieme alle mutande, esponendo il mio culo nudo all'aria fresca del locale. 'Bel pezzo,' grugnì, palpandomi le natiche, le dita che affondavano nella carne soda, separandole piano per sfiorare l'ano con il pollice. Un brivido mi attraversò, il mio cazzo che balzava libero, semi-eretto e gocciolante. Mi girò di spalle, spingendomi contro un tavolo ingombro di negativi. Il legno ruvido mi graffiò il ventre mentre mi chinavo, le gambe divaricate, il cazzo che dondolava tra le cosce. Sentii la sua zip aprirsi, il fruscio dei vestiti, e poi il calore del suo cazzo contro le mie chiappe. Era grosso, la cappella umida che strisciava sulla pelle, lasciando una scia di pre-cum.
Non usò parole dolci; con una mano mi teneva fermo per i fianchi, con l'altra guidava il suo membro verso il mio buco. L'attesa fu un'eternità: il glande che premeva contro l'ingresso stretto, il mio ano che si contraeva per istinto, ma il desiderio accumulato in caserma mi faceva spingere indietro, invitandolo. Entrò piano all'inizio, centimetro dopo centimetro, il bruciore iniziale che si mescolava a un piacere profondo, come se il mio corpo lo riconoscesse da sempre. 'Cazzo, sei stretto,' ansimò lui, afferrandomi i capelli per tirarmi la testa all'indietro. Spinse più a fondo, il suo bacino che sbatteva contro il mio culo con un ritmo crescente, le palle che schioccavano contro le mie a ogni affondo.
Io gemetti, le mani aggrappate al bordo del tavolo, sentendo il suo cazzo riempirmi completamente, sfregare contro le pareti interne, colpendo quel punto che mi faceva tremare le ginocchia. Il sudore ci colava addosso, l'odore di maschio che riempiva lo spazio angusto – il suo, misto al mio, autentico e crudo, senza filtri digitali. Ogni spinta era una conquista, il suo corpo maturo che dominava il mio giovane, il cazzo che entrava e usciva con schiocchi umidi, dilatandomi fino al limite. Il piacere montava come una scarica elettrica, dal basso ventre fino alla spina dorsale; il mio cazzo, ora completamente eretto, gocciolava pre-cum sul pavimento sporco, pulsando senza che lo toccassi. Lui accelerò, grugnendo forte, le dita che mi stringevano i fianchi lasciando segni rossi. Venne dentro di me con un ringhio, il suo sperma caldo che mi inondava le viscere, facendomi contrarre intorno a lui in spasmi incontrollati. Io non ero ancora venuto, ma quel calore mi spinse al limite, il corpo tremante di un desiderio che non si placava.
Quando si ritrasse, il suo cazzo uscì dal mio culo con un suono bagnato, lasciando un rivolo di sperma che mi colava tra le cosce. Mi voltai, le gambe deboli, e lo guardai: il suo membro ancora semi-eretto, lucido del nostro sudore e del suo stesso seme, le vene gonfie e la cappella arrossata. Mi era piaciuto da morire – quel senso di pienezza, di essere preso senza remore, era esattamente ciò che avevo atteso in caserma, sfregandomi il cazzo nelle notti solitarie. Senza pensarci, mi inginocchiai sul pavimento polveroso, le ginocchia che sfregavano contro il cemento grezzo.
Gli afferrai la base con una mano, sentendo il calore residuo, e lo presi in bocca. La cappella scivolò tra le mie labbra, salata e muschiata, il sapore del suo sperma misto al mio odore che mi riempì la bocca. Lo succhiai piano all'inizio, la lingua che girava intorno al glande, leccando via ogni traccia appiccicosa. Lui gemette, una mano nei miei capelli, guidandomi più a fondo. Ingoiai di più, il cazzo che si induriva di nuovo contro il mio palato, spingendo in gola fino a farmi lacrimare gli occhi. Pompavo con la testa, su e giù, le guance incavate, sentendo le sue palle contrarsi contro il mio mento. 'Bravissimo,' borbottò, il respiro affannoso, mentre io acceleravo, la saliva che colava dagli angoli della bocca, bagnando il suo scroto.
Lo succhiai con fame, il mio cazzo che tornava a pulsare tra le gambe, eccitato dal suo sapore e dal potere di farlo rinascere per me. Le sue spinte in bocca si fecero più decise, scopandomi la gola con affondi brevi, ma io non mi fermai: volevo sentirlo di nuovo dentro, nel culo, per una seconda volta che mi avrebbe svuotato completamente. Quando lo sentii gonfiarsi, pronto, mi staccai con un pop umido, la bocca piena del suo sapore, e mi rivolsi: 'Fottimi ancora.'
Mi rimise contro il tavolo, le mani che mi spalancavano le natiche, il suo cazzo ora rigido come prima che entrava nel mio buco già lubrificato dal suo sperma. Questa volta fu più facile, più profondo; spinse con forza, il ritmo selvaggio fin dall'inizio, le palle che sbattevano contro di me mentre mi inculava senza pietà. Io gemetti forte, il piacere che mi travolgeva, il mio cazzo che sfregava contro il bordo del tavolo a ogni affondo. Venne di nuovo dentro, il suo seme che si mescolava al primo, e stavolta io esplosi con lui, schizzi di sperma che imbrattavano il legno, il corpo scosso da ondate di estasi pura.
Ci accasciammo lì, ansimanti, il suo cazzo che si ammorbidiva dentro di me. Non era per l'annuncio, alla fine – era per questo, per il contatto reale, tattile, che nessun sviluppo fotografico poteva eguagliare. Quel retrobottega divenne il mio mondo per quei minuti, un'ombra che profumava di desiderio soddisfatto, un ponte tra l'attesa in caserma e la liberazione fisica. Oggi, nel caos digitale, rivivo quel momento come un tesoro: l'odore, il bruciore, il sapore – tutto autentico, tutto nostro.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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