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La battuta perfetta


di Membro VIP di Annunci69.it Kimboy74
26.05.2026    |    1.935    |    1 9.7
"" Perché io, a vent'anni, non avrei mai potuto sopportare quello che hai sopportato tu..."
La battuta perfetta

Sono passati tre mesi da quella notte. Tre mesi in cui ho imparato a conoscere il ritmo delle maree meglio del battito del mio cuore. Tre mesi in cui la mia canna da pesca è diventata un'estensione del mio corpo, e il vecchio — che ora so chiamarsi Mario — è diventato il mio più fedele compagno di segreti.

Questa sera il cielo è coperto, la luna nascosta da nuvole spesse. L'aria sa di sale e di promessa. Mario mi ha mandato un messaggio alle dieci: "Stasera c'è la montata. Porta la canna nuova." Un codice che conosco bene. Mia moglie dorme già, il mio zaino è pronto.

Arrivo alla spiaggetta poco dopo mezzanotte. Mario è già lì, seduto su una cassa di plastica rovesciata, la sua canna piantata nella sabbia come un albero solitario. Quando mi vede, sorride — un sorriso che mostra i denti gialli, gli occhi che scintillano alla luce del suo accendino.

— Sei puntuale — dice, mentre la sua mano scivola sulla mia spalla. Una carezza che sa di proprietà.

Infilo i paletti nella sabbia bagnata, sistemo le canne una dopo l'altra. Il rumore del mulinello che gira, il filo che taglia l'aria, l'esca che cade nell'acqua scura. Ogni gesto è rituale, come una preghiera laica.

Ma la mia mente vaga indietro. A quella prima notte. Al dolore che bruciava come fuoco, al grasso per scarpe che colava tra le mie natiche. Sento ancora l'odore — misto di cuoio e di sudore — misto al tanfo di sesso e di salsedine.

— Ricordi? — Mario rompe il silenzio, come se leggesse i miei pensieri. È sdraiato sulla sabbia, le mani incrociate dietro la nuca, il cavallo dei pantaloni che sporge in una curva evidente.

— Non posso dimenticare — rispondo, la voce roca.

— Neanche io. Quella notte... — lui si umetta le labbra. — Quando ti hanno preso, quando ti hanno portato dentro, io ho pensato: "Ecco, un altro che finirà in mare con la bocca piena di sabbia." Ma tu... hai resistito. Ti sei lasciato fare, ma non ti sei spezzato. Questo mi ha colpito.

Il flashback mi assale. La stanza buia, piena di ombre. Le mani che mi afferravano, che mi spogliavano con furia. Il vecchio — Mario — costretto a inginocchiarsi tra le mie gambe, la sua lingua che esitava, poi che cedeva, che si faceva strada nel mio buco del culo mentre gli altri ridevano. Il suo sguardo, quando le nostre pupille si incontrarono. Non era odio. Era riconoscimento.

— Quella notte — dico, accendendo una sigaretta — hai succhiato il mio culo come se fosse la cosa più naturale del mondo.

— Perché lo era. Tu avevi un buco caldo, io una bocca fredda. Dovevamo sopravvivere. E sai cosa? La sopravvivenza unisce più dell'amore.

Mario si alza, si stira. I suoi jeans attillati, gli stessi di quella sera, tirano sul cavallo. Vedo il cazzone che si muove sotto la stoffa, un serpente che si sveglia.

— Andiamo? — chiede, indicando l'edificio abbandonato. Quelle mura sbrecciate che hanno visto la mia rovina e la mia rinascita.

Questa è la nostra routine. Peschiamo, parliamo, poi ci ritiriamo lì dentro. Lui mi scopa, a volte io scopo lui. Non ci sono regole, solo corpi che si cercano, cazzi che si alzano, culi che si offrono. E poi, quando finiamo, torniamo a pescare come se niente fosse.

Entro per primo. L'odore è lo stesso: muffa, polvere, sesso secco. Mario chiude la porta di lamiera, e il buio ci inghiotte. Sento la sua mano sulla mia nuca, che mi spinge verso il basso. Mi inginocchio senza esitare. Tasto il cavallo dei suoi jeans, sbottono, tiro giù la cerniera. Il suo cazzo esplode fuori, duro già, grosso come sempre. Lo prendo in bocca, lo sento riempire la mia gola, il sapore salato della sua pelle mescolato al sudore della notte.

Mario geme, afferra i miei capelli, guida il movimento.

— Così... bravo... — sibila. — Esattamente come quella notte, quando hanno finito con te e io ti ho preso da solo. Hai ancora quel sapore di sottomissione sulla lingua?

Grugnisco in risposta, affondo di più. Lui preme, mi tiene fermo, mi fa soffocare. Poi si tira indietro, mi solleva, mi volta. Le sue mani spingono i miei pantaloni fino alle caviglie, mi piega sul muro di cemento. Sento il suo polpastrello che cerca il mio buco, che lo trova già umido di ricordi.

— Non abbiamo grasso per scarpe stasera — ride, sputandosi sulla mano. — Ma questo basterà.

Il suo dito entra, poi due, poi tre. Mi allarga, mi prepara, con una calma che sa di vendetta e di tenerezza insieme. Quando finalmente mi infila il cazzo dentro, è come se il tempo si fermasse. Il dolore è un'eco lontana, sostituito da un riempimento totale, una pienezza che mi fa venire le lacrime agli occhi.

— Ecco... — mormora Mario, iniziando a muoversi. — Così. Ricordi? Quando il grasso colava, e loro ridevano, e tu piangevi ma non dicevi niente? E io pensavo: "Quest'uomo è più forte di me." Perché io, a vent'anni, non avrei mai potuto sopportare quello che hai sopportato tu.

Le sue spinte sono profonde, metodiche. Il rumore dei nostri corpi che si scontrano, la sabbia che scricchiola sotto i nostri piedi, i gemiti che riecheggiano tra le pareti.

— Eppure — continuo io, la voce spezzata da ogni colpo — quella notte... dopo... quando siamo finiti in mare... tu eri il più duro di tutti. Hai voluto essere il ventunesimo. Hai voluto chiudere il cerchio.

— Perché avevo capito — ansima lui, accelerando. — Che tu non eri una vittima. Eri un iniziato.

La sua mano scivola sul mio petto, sul mio stomaco, afferra il mio cazzo duro. Lo masturba a ritmo con le sue spinte. La sensazione è doppia, totale. Il suo respiro caldo sul mio collo, la sua voce che sussurra oscenità all'orecchio.

— Ora vieni con me. Vieni mentre ti scopo. Mentre ti riempio il culo di sperma come hai fatto tu quella notte con la mia bocca.

Non serve molto. Il mio orgasmo esplode come un'onda che si infrange. Il mio sperma schizza sul muro di cemento, mentre dentro di me sento il suo getto caldo, pulsante, che mi riempie fino a traboccare.

Restiamo lì, incollati, sudati, senza parlare. Poi lui si ritira lentamente, si sistema i pantaloni. Io rimango piegato, a riprendere fiato.

— Dobbiamo controllare le canne — dice, come se niente fosse.

Usciamo. La brezza marina ci accarezza. Le canne sono lì, fiere, con il filo teso. Una ha l'amo preso. Mario tira, gioca con il pesce, lo issa a riva: un bel branzino d'argento che luccica alla luna che sta sorgendo.

— La pesca è come la vita — dice, sganciando il pesce con gesto esperto. — Bisogna saper aspettare, ma anche saper colpire al momento giusto.

Sorrido. Gli prendo la mano, gliela stringo. Un'amicizia profonda che dura ancora.
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