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Gay & Bisex

Io e Giulio


di Membro VIP di Annunci69.it Kimboy74
07.03.2026    |    3.370    |    3 8.9
"Non si vedeva il viso, ma quando la porta si aprì di scatto, uscì Kwame: pantaloni calati alle caviglie, il culo arrossato e gocciolante di vasellina, il viso paonazzo e gli occhi lucidi..."
Io e Giulio eravamo compagni di banco fin dalle elementari, due monelli indistinguibili in una scuola di periferia dove l'aria odorava di gesso e sudore di adolescenti. Non eravamo tipi da libri o voti alti; preferivamo scorrazzare per la città dopo il suono della campanella, con una banda di coetanei che urlavano e spingevano biciclette arrugginite. Giocavamo a pallone nei campi polverosi, calciando la palla contro muri scrostati fino al tramonto, o ci sfidavamo in stupidaggini da maschi: chi piscia più lontano dal ponte sul canale, chi ce l'ha più lungo misurandolo con un righello rubato dal banco della prof. Ridevamo fino alle lacrime, tirando fuori i cazzi molli sotto i pantaloni corti, confrontandoli come trofei da stupidi eroi. Giulio era il leader, con i capelli arruffati e un ghigno permanente, sempre pronto a inventare regole idiote per le nostre competizioni. Io lo seguivo, ridendo e competendo, il cuore che batteva forte per l'eccitazione di quelle piccole trasgressioni.

Un giorno, a metà dell'anno scolastico, arrivò il nuovo compagno dallo Zambia. Si chiamava Kwame, aveva la pelle scura come il caffè amaro e occhi profondi che sembravano nascondere segreti. Entrò in classe con lo zaino logoro e un accento morbido, salutando la maestra con un inchino educato. Noi, tutti maschi in quella sezione – un branco di dodicenni urlanti – non riuscimmo a pensare ad altro. 'Avrà un pisellone grosso come quello di un cavallo,' bisbigliò Giulio durante la pausa, mentre ci ammucchiavamo nel cortile. Immaginavamo cazzi enormi, neri e venosi, che pendevano come serpenti tra le sue gambe magre. Lo fissavamo di nascosto, ridacchiando e facendo gesti osceni con le mani, convinti che un ragazzo africano dovesse essere una bestia in quel senso. Ma Kwame era un secchione totale: rispondeva alle domande in inglese con frasi perfette, risolveva equazioni di matematica come se fosse un gioco, e in storia recitava date e battaglie senza sbagliare una virgola. Quando prese un 9 in geografia, elencando fiumi e capitali africane con una precisione da enciclopedia, Giulio elaborò la sua teoria geniale. 'Vedete? Se è così bravo a scuola, non ha il cazzone,' disse, appoggiato al muro del bagno durante la ricreazione, mentre pisciavamo fianco a fianco nei pisciatoi. 'Avrà il testosterone a zero, cromosomi XXXXX al massimo. È un frocio o roba del genere.' La convinzione si diffuse in classe come un virus: Kwame era strano, troppo studioso per essere un vero maschio. Lo evitavamo nei giochi, lo chiamavamo 'il nero secchione' sottovoce, e lo guardavamo con un misto di curiosità e disprezzo.

L'estate arrivò come un'onda di calore appiccicoso, trasformando la città in un forno. Noi sfoggiavamo pantaloni corti e magliette logore, correndo al fiume per tuffarci nudi o al campetto per partite infinite. Kwame, invece, restava con i pantaloni lunghi anche nei giorni più afosi, sudato e chiuso, mai al mare con noi. 'Boh, magari ha la vergogna del pisellino piccolo,' scherzava Giulio, mentre calciavamo una lattina vuota per strada. Non andava alle feste improvvisate nei parchi, non si univa alle nostre scommesse su chi corre più veloce a piedi scalzi. Era un mistero, e noi lo alimentavamo con teorie sempre più stupide.

Poi, un pomeriggio di fine estate, la scuola organizzò una visita medica per il campionato di calcio interscolastico. Ci radunarono tutti in palestra, un'aula polverosa con materassini ammuffiti e l'odore di disinfettante. 'Spogliatevi fino alle mutande e sedetevi in sala d'attesa,' ordinò l'infermiera, una donna severa con occhiali spessi. Obbedimmo, ridendo nervosi mentre ci calavamo i pantaloni, i corpi magri e in via di sviluppo esposti all'aria fresca. Ero seduto su una panca dura, le gambe che dondolavano, il pacco stretto nelle mutande bianche che mia madre aveva lavato la sera prima. Giulio, accanto a me, non perse tempo: con un ghigno malizioso, si abbassò la mutanda quel tanto che bastava per tirare fuori il suo cazzo flaccido, medio e roseo, agitandolo piano. 'Ragazzi, non eccitatevi per la dottoressa,' annunciò ad alta voce, facendoci scoppiare a ridere. 'Mostrate i vostri pisellini, suvvia, o vi visito io!' Gli altri lo imitarono, tirando fuori cazzi molli e semi-eretti, confrontandoli di nuovo in quel contesto semi-ufficiale. Kwame, in fondo alla fila, arrossì visibilmente sotto la pelle scura, le mani che stringevano i bordi della mutanda. Giulio lo puntò con lo sguardo. 'Dai, nuovo, mostra il cavallino! O hai paura che sia piccolo come diciamo noi?'

Kwame esitò, gli occhi bassi, ma la pressione del gruppo era troppa. Con mani tremanti, si calò la mutanda fino alle cosce, rivelando un cazzo medio, circonciso e scuro, che pendeva innocuo tra le gambe. Niente di epico, niente mostro. 'Visto? Te l'avevo detto!' esultò Giulio, ridendo e rimettendosi dentro. 'Testosterone zero!' Kwame si coprì in fretta, il viso umiliato, e la visita proseguì con palpazioni goffe e domande imbarazzanti. Ma quel momento ci confermò la teoria: era normale, noioso, non il selvaggio che immaginavamo.

L'anno successivo, le cose si scaldarono nei bagni della scuola, un labirinto di piastrelle crepate e rubinetti gocciolanti dove ci rifugiavamo per fumare sigarette rubate o sfogliare riviste porno nascoste sotto i banchi. Eravamo quattordicenni ormai, con voci che si incrinavano e peli che spuntavano, curiosi e arrapati. Un pomeriggio, dopo l'ora di ginnastica, io e Giulio sgattaiolammo nei bagni del piano terra con una rivista sgualcita piena di tette e fiche rasate. 'Facciamoci una sega veloce,' propose Giulio, slacciandosi i pantaloni e tirando fuori il cazzo già mezzo duro, la cappella rosea che spuntava dal prepuzio. Mi appoggiai al muro, abbassandomi la zip e afferrando il mio, strofinandolo piano mentre sfogliavamo le pagine unte. Ma un rumore ci fermò: grugniti soffocati da una cabina chiusa, il suono ritmico di carne che sbatteva contro carne.

Ci zittimmo, i cazzi ancora in mano, e ci avvicinammo piano. Attraverso la fessura della porta, vedemmo il bidello – un gigante di mezza età, con muscoli da muratore e un'aria da carcerato di film americani, tatuaggi sbiaditi sulle braccia e barba incolta – che inculava qualcuno. Spingeva forte, il suo cazzo spesso e peloso che entrava e usciva da un culo stretto, le mani enormi che afferravano i fianchi della vittima. Non si vedeva il viso, ma quando la porta si aprì di scatto, uscì Kwame: pantaloni calati alle caviglie, il culo arrossato e gocciolante di vasellina, il viso paonazzo e gli occhi lucidi. Si tirò su in fretta, senza guardarci, e corse via. 'Giulio lo aveva detto,' sussurrai, il cuore che martellava. 'Il secchione si fa inculare dal bidello. È una puttana!'

La curiosità ci divorò. Dovevamo indagare sul bidello gigante, scoprire i suoi segreti. Aspettammo il pomeriggio inoltrato, quando la scuola era quasi vuota, e ci intrufolammo nella bidelleria – una stanzetta angusta piena di scope, secchi e un armadietto arrugginito. Frugammo nel suo zaino logoro, sparpagliando riviste porno gay, un tubetto di vasellina e foto polaroid di ragazzi della scuola nudi e inginocchiati. 'Guarda qui,' disse Giulio, tenendo su una foto di Kwame che succhiava un cazzo nero enorme. 'Il bidello li fotta tutti!' Stavamo ridendo nervosi quando la porta si aprì con un botto. Il bidello era lì, torreggiante, i muscoli tesi sotto la camicia sudata, gli occhi furiosi. 'Che cazzo fate qui, marmocchi? Chiamo la preside e vi espello!'

Ci bloccammo, il panico che ci stringeva lo stomaco. Giulio balbettò: 'Aspetta, non dire niente... possiamo... sistemare.' Il bidello ghignò, chiudendo la porta a chiave con un clic sinistro. 'Ok, finisce tutto qui se mi fate scopare. Facciamo così: mi fate un pompino, e poi tu,' indicò me con un dito grasso, 'inculi Giulietto, e io inculo te. Un trenino dell'amore, e nessuno sa niente.' Non avevamo scelta; la preside ci avrebbe rovinato. Annuii tremante, mentre Giulio impallidì ma obbedì. Il bidello si slacciò i pantaloni, tirando fuori il suo cazzo mostruoso: lungo venti centimetri, spesso come un polso, venoso e con un odore muschiato di sudore e piscio. 'Inginocchiatevi,' ordinò, afferrandoci per i capelli.

Mi inginocchiai per primo, la bocca aperta controvoglia, e ingoiai la cappella salata, spingendola dentro con la lingua. Tossii mentre lui pompava, scopandomi la gola con spinte ruvide, le palle pelose che mi sbattevano sul mento. Giulio accanto a me succhiava l'altra metà, le guance incavate, le lacrime che gli rigavano il viso. 'Bravi, puttanini,' grugnì il bidello, spingendo più a fondo. Poi ci fece alzare: Giulio si chinò sul tavolo ingombro di carte, calandosi i pantaloni e offrendo il culo pallido. Io, tremante, afferrai il tubetto di vasellina dallo zaino, ne spremi una grossa noce sul palmo e la spalmai sul mio cazzo, rendendolo scivoloso e unto, prima di lubrificare l'ano stretto di Giulio con dita unte. Lo infilai piano, gemendo per la frizione calda e viscida. Spingevo con ritmo crescente, il suo buco che mi stringeva avidamente, mentre il bidello apriva il tubetto di vasellina e ne distribuiva una quantità generosa sul mio culo, massaggiando le natiche e infilando un dito per preparare l'ingresso.

Entrò con un colpo secco, il suo cazzo lubrificato che scivolava dentro di me, dilatandomi con bruciore intenso nonostante la vasellina che facilitava la penetrazione. Il dolore mi fece urlare, ma il lubrificante rendeva ogni spinta più fluida, permettendogli di spingere fino in fondo. Il suo cazzo mi riempì completamente, stirando le pareti interne, mentre io continuavo a scopare Giulio per inerzia, la vasellina che colava tra le nostre cosce e rendeva tutto scivoloso e caotico. Formavamo un trenino osceno: io che pompavo nel culo di Giulio, lui che ansimava e si masturbava freneticamente, e il bidello che mi inculava con vigore, le mani che mi schiaffeggiavano le natiche unte. Ogni spinta sua mi spingeva più a fondo in Giulio, un ritmo crudele di grugniti, gemiti e schiocchi umidi della vasellina che facilitava l'attrito. Sudavamo copiosamente, il tavolo che cigolava sotto i nostri corpi, l'aria densa di odore di sesso, vasellina e paura. Il bidello accelerò, grugnendo: 'Stringi, frocio!' Venne per primo, inondandomi il retto di sborra calda e densa che si mescolava alla vasellina e colava lungo le cosce in rivoli appiccicosi. Io eiaculai subito dopo dentro Giulio, spasmi incontrollabili che mi scuotevano, e lui schizzò sul pavimento, ansimando esausto.

Mentre ci riprendevamo, pantaloni calati e cazzi molli gocciolanti di residui di vasellina e seme, la porta – che chiudeva male – si mosse piano. Kwame era lì, gli occhi spalancati, che ci aveva visti attraverso la fessura. Non disse nulla, solo un sorriso amaro prima di sparire. Quel giorno, io e Giulio l'avevamo presa proprio nel culo – letteralmente – ma non cambiò nulla tra noi. Imparammo a farci i cazzi nostri, a tenere i segreti sepolti nei bagni della scuola, e le nostre avventure continuarono, più caute ma sempre cariche di quella curiosità tabù che ci legava come una catena invisibile.
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