Gay & Bisex
il carcere minorile
Kimboy74
19.02.2026 |
6.114 |
8
"Nico entrò per primo nel culo, il suo cazzo curvo che mi stirava in modi nuovi, pompando veloce e facendomi urlare intorno all'asta di Luca..."
La Mia Prigione InvisibileEro Mirko, quindici anni appena compiuti, un ragazzino di periferia con troppa curiosità e poca testa. Quel furto in un appartamento di lusso era stata una stupidaggine: io e un paio di amici avevamo forzato la porta per rubare chissà cosa, roba da film, ma la polizia ci aveva beccati dopo un inseguimento folle per le strade buie. Mi avevano sbattuto in un carcere minorile, o almeno così pensavo. 'Non ci sono solo i minorenni qui,' mi aveva sussurrato un secondino con un ghigno mentre mi spingevano lungo il corridoio umido, l'odore di muffa e piscio che mi stringeva lo stomaco. Avevo il cuore in gola, le mani tremanti nelle manette, il corpo magro e acerbo che sembrava ancora più piccolo sotto quella tuta grigia logora.
La cella era un buco angusto, due brande inchiodate al muro, un lavandino arrugginito e un cesso senza privacy. Mi ci avevano chiuso dentro con lui: Dario, diciannove anni, alto e muscoloso, con tatuaggi fatti a mano che gli coprivano le braccia e il collo. Aveva gli occhi duri, da uno che aveva già visto troppo, e un sorriso storto che non prometteva niente di buono. La prima sera, mentre mi sedevo sulla branda inferiore cercando di non guardarlo, lui si alzò piano, il materasso che cigolava sotto il suo peso. 'Benvenuto, pivello,' disse, la voce bassa e rauca, come se fumasse da una vita. Poi tirò fuori un coltello artigianale da sotto il cuscino – una lama scheggiata fatta con un pezzo di metallo affilato – e lo fece roteare tra le dita. 'Ascolta bene: se non fai quello che ti dico, di qua non esci intero. Capito?'
Avevo la bocca secca, il sudore che mi colava lungo la schiena. Sapevo cosa intendeva; lo avevo sentito nei corridoi, le storie sussurrate tra i nuovi arrivati. Paura mi attanagliava lo stomaco: paura di quel coltello, paura di lui, paura di quello che avrebbe potuto farmi. 'Per favore, no,' balbettai, la voce che mi usciva strozzata, ma lui rise piano, avvicinandosi fino a sfiorarmi la spalla con il braccio. 'Tranquillo, non ti farà male. Ho la vaselina. Rilassati, e andrà tutto liscio.' Mi spinse giù sulla branda, il suo corpo pesante che mi bloccava, e io mi irrigidii, le lacrime che mi pungevano gli occhi. Non ero mai stato con nessuno, né ragazze né ragazzi; il sesso era un mistero, qualcosa di lontano dai miei pensieri di calcio e videogiochi. Ma lì, in quel buio, tutto cambiò.
Mi tolse la tuta con movimenti rapidi, esponendo la mia pelle pallida e il corpo snello da adolescente, il petto liscio che si alzava e abbassava veloce, il cazzo piccolo e flaccido tra le gambe. Lui si slacciò i pantaloni, rivelando il suo membro già duro, spesso e venoso, con vene che pulsavano sotto la pelle. L'odore muschiato del suo sudore mi invase le narici mentre si chinava su di me, ungendo le dita con un tubetto di vaselina che aveva nascosto sotto il materasso. 'Gira,' ordinò, e io obbedii, tremando, il culo esposto all'aria fredda della cella. Sentii la sua mano separarmi le natiche, il dito unto che premeva contro il mio buco stretto, vergine. 'Respira,' mormorò, spingendo dentro piano, il bruciore che mi strappò un singhiozzo. Era invasivo, alieno, ma la vaselina rendeva tutto scivoloso, e lui ruotava il dito con cura, lubrificando le pareti interne fino a farmi abituare alla sensazione.
'Vedi? Non è così male,' disse, aggiungendo un secondo dito, stirando il muscolo che si contraeva per la paura. Io mordevo il cuscino, le unghie che graffiavano il lenzuolo sottile, ma sotto il dolore c'era qualcos'altro – una pressione strana che mi faceva contrarre lo stomaco. Lui ritrasse le dita e si posizionò dietro di me, la cappella del suo cazzo che sfregava contro l'ingresso unto. 'Ora prendi tutto,' grugnì, spingendo avanti con una spinta decisa. Il dolore fu acuto, come se mi spaccasse in due, il suo membro che affondava centimetro dopo centimetro nel mio culo stretto. Gridai piano, le lacrime che colavano, ma lui mi tappò la bocca con una mano, pompando piano all'inizio, il ritmo che accelerava man mano che il mio corpo cedeva. La vaselina schizzava, rendendo i movimenti fluidi, e presto il bruciore si attenuò, sostituito da una frizione calda che mi faceva ansimare.
Mi scopò per quella che sembrò un'eternità, le sue mani che afferravano i miei fianchi magri, tirandomi indietro contro di lui. Il suo cazzo sfregava dentro di me, colpendo punti che non sapevo esistessero, mandando scintille su per la spina dorsale. Il mio corpo traditore reagì: il cazzo mi si indurì contro la branda, sfregando sul tessuto ruvido, e io gemetti nonostante tutto, la mente un turbine di confusione e vergogna. Lui accelerò, le palle che sbattevano contro la mia pelle, il sudore che colava dalla sua fronte sul mio collo. 'Bravo, pivello,' ansimò, venendo dentro di me con un grugnito profondo, il calore del suo seme che mi riempiva, colando fuori lungo le cosce mentre si ritraeva. Mi lasciò lì, tremante e unto, il culo pulsante e sensibile, mentre lui si puliva e si rimetteva a letto come se niente fosse.
Quella fu solo la prima notte. I tre anni che seguirono furono un ciclo ininterrotto di coercizione e dipendenza. Dario mi usava ogni sera, a volte due volte al giorno, il coltello sempre a portata di mano come promemoria. Imparai a prepararmi da solo: ungermi con la vaselina, inginocchiarmi sul pavimento freddo, aprire la bocca per succhiargli il cazzo prima che mi penetrasse. La sua asta diventò familiare – il sapore salato sulla lingua, la cappella che gonfiava in gola mentre lui spingeva, facendomi ingoiare ogni goccia. Nel culo, si dilatò col tempo: da stretto e doloroso a accogliente, il mio corpo che si contraeva avido intorno a lui, la prostata che mi faceva gemere di piacere forzato. Odiavo ammetterlo, ma dopo i primi mesi, il mio cazzo si ergeva ogni volta, gocciolando pre-cum mentre lui mi inculava con spinte profonde, le mani che mi strizzavano le palle o mi torcevano i capezzoli sensibili.
Non ero solo con Dario. Il carcere minorile era un nido di predatori: altri ragazzi più grandi, fino ai vent'anni, che sentivano le voci e venivano a 'visitarmi' quando le guardie giravano la testa. Una notte, Dario mi legò le mani con una corda improvvisata e chiamò due compagni – Luca, un tipo robusto di diciotto anni con il corpo da lottatore, e Nico, snello ma aggressivo, con un piercing al cazzo che mi terrorizzava. 'Stasera è una festa,' rise Dario, ungendo il mio culo con una dose generosa di vaselina. Mi misero a pecorina, Luca che mi riempiva la bocca con il suo membro spesso, spingendo fino in gola mentre io tossivo e sbavavo. Nico entrò per primo nel culo, il suo cazzo curvo che mi stirava in modi nuovi, pompando veloce e facendomi urlare intorno all'asta di Luca.
Si alternarono senza pietà: Dario mi scopava il culo mentre Luca mi inculava la bocca, le loro spinte sincronizzate che mi facevano tremare; Nico che mi penetrava da dietro, le dita che mi dilatavano ulteriormente, aggiungendo un pollice accanto al suo cazzo per farmi sentire pieno fino all'inverosimile. Il sudore ci copriva tutti, l'odore acre di maschi eccitati che saturava la cella, misto alla vaselina oleosa che colava ovunque. Il mio corpo imparò a rispondere: il culo si contraeva ritmicamente, la bocca succhiava con avidità, e il mio cazzo, spesso ignorato, pulsava neglected fino a quando uno di loro non lo afferrava, masturbandomi rude fino a farmi schizzare sul pavimento. Venivo sempre per ultimo, dopo che mi avevano riempito di sborra – in bocca, nel culo, sul viso – lasciandomi un relitto appiccicoso e esausto.
Tre anni di questo. Non uscii mai dalla cella senza segni: lividi sui fianchi, il culo rosso e sensibile, la gola irritata. Non ebbi mai una ragazza; le poche uscite per i permessi erano sorvegliate, e la mia mente era già marcia. Ogni notte sognavo cazzi – duri, pulsanti, che mi invadevano – non tette o baci dolci. Il sesso per me era quello: penetrazione, sottomissione, il piacere che nasceva dal dolore imposto. Quando finalmente uscii, a diciotto anni, il mondo esterno mi sembrò alieno. Provai con una ragazza una volta, ma il suo tocco mi lasciò freddo; pensai solo a come sarebbe stato un cazzo al suo posto, a spingere dentro un culo stretto come il mio un tempo.
Sono gay? Non lo so. Forse lo ero sempre stato, represso in quel mio mondo di maschi e sport. O forse quel carcere mi ha condizionato, ha riscritto i miei desideri con anni di scopate anali, di vaselina e minacce. Ogni tanto, solo nel mio appartamento, tiro fuori un tubetto di lubrificante e mi tocco pensando a Dario, al coltello freddo contro la pelle, al suo cazzo che mi riempiva. La paura è svanita, ma la fame no. E in fondo, mi chiedo se non sia proprio quello il mio destino – un ragazzo forgiato dal buio di una cella, dove il sesso è potere, e il potere è tutto.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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