Gay & Bisex
Cambio vita
Kimboy74
08.03.2026 |
3.846 |
4
"Ma quando il bimbo nacque, era tutto suo padre: pelle scura, occhi profondi come quelli di Burkina..."
Io e mia moglie non avevamo figli. Vivevamo al secondo piano di una villetta bifamiliare, una vita tranquilla e routinaria. Entrambi infermieri all'ospedale locale, i nostri giorni scorrevano tra turni massacranti e cene silenziose. Al piano di sotto, l'appartamento era sfitto da mesi, un vuoto che non disturbava nessuno. Finché il comune non decise di affittarlo a un immigrato: Burkina Assan, un africano di circa sessant'anni, pelle nera come l'ebano, barba bianca e folta che gli incorniciava il viso severo. A vederlo dalla finestra, sembrava un uomo tranquillo, forse un pensionato in cerca di pace. Salutava con un cenno della mano quando ci incrociavamo sulle scale, e io ricambiavo educatamente.Ma dopo qualche sera dal suo arrivo, le cose iniziarono a cambiare. La notte, Burkina Assan scopava. Non era un sesso discreto, oh no. Il letto sbatteva contro il muro con ritmi furiosi, tintinnii metallici che echeggiavano come campane impazzite, e le grida di piacere – di lei, chiunque fosse – riempivano l'aria. Urla gutturali, gemiti che salivano in crescendo fino a esplodere in orgasmi selvaggi. Io non riuscivo a dormire. Mi rigiravo nel letto, il cazzo molle tra le gambe, frustrato. Una notte, notai mia moglie: era sveglia, la mano infilata tra le cosce, le dita che sfregavano il clitoride gonfio mentre ascoltava quei rumori. Si masturbava furiosamente, il respiro affannoso, gli occhi chiusi in estasi. La cosa mi infastidì da morire. 'Che cazzo fai?' le dissi, la voce bassa e arrabbiata.
Lei aprì gli occhi, sorpresa, e provò a rimediare. Si chinò su di me, le labbra morbide che avvolgevano il mio cazzo flaccido. Lo leccò, lo succhiò con impegno, la lingua che roteava intorno al glande, ma nulla. Il mio uccello non ne volle sapere, rimase inerte come un verme morto. Lei lo visse come un rifiuto personale, un affronto al suo desiderio. 'Sempre la stessa storia,' borbottò, asciugandosi la bocca. Da quel momento, quell'africano divenne la mia ossessione. Lui scopava tutti i giorni, a sessant'anni, con una vitalità che mi faceva impazzire. Io, invece, non facevo altro che lamentarmi. Le urla arrivavano ad ogni ora: di giorno, di notte, persino al tramonto. Il muro tremava, i colpi ritmici del suo cazzo che sfondava una fica bagnata, i gemiti che imploravano di più.
La situazione peggiorava a vista d'occhio. Mia moglie mi guardava con occhi diversi, paragonandomi a quel negro vigoroso. Decisi di fare il turno contrario al suo all'ospedale, per evitare incontri e scontri. Sesso a zero, la mia frustrazione che montava come una tempesta. Mi infastidiva essere paragonato al vicino, quel vecchio stallone che sembrava non stancarsi mai. Presi del Viagra di nascosto, pillole comprate on-line, ma nulla. Il cazzo rimaneva fiacco, traditore. Andai dal medico, un collega fidato. 'È un problema psicologico,' mi disse. 'Devi risolvere l'ossessione. Diventa amico di Burkina. Confrontati con lui.'
Lo feci. Una sera, dopo il lavoro, bussai alla sua porta. 'Buonasera, vicino. Mi chiamo Anselmo, vivo di sopra. Volevo presentarmi.' Lui mi accolse con un sorriso sornione, la barba bianca che brillava sotto la luce fioca. Parlammo poco, ma sentii il suo sguardo penetrante, come se mi leggesse dentro. Stavo per andarmene quando mia moglie tornò prima dal turno. Mi vide lì, sulla soglia, e capì tutto storto. 'Sei diventato anche frocio?' urlò, la voce che echeggiava sulle scale. Mi umiliò davanti a lui, le guance rosse di rabbia e gelosia. Salì di corsa, sbattendo la porta.
Burkina capì la situazione all'istante. Rise piano, una risata profonda che rimbombò nel petto. 'Dille che ti ho chiamato io per darti questo portafortuna,' mi disse, porgendomi un pacchetto. 'Lo devi mettere in camera da letto.' L'oggetto era confezionato con cura, una scritta 'Muromba' sulla carta. Ringraziai, confuso, e salii. 'Amore, ma che ti salta in testa?' le dissi, mostrandole il regalo. 'L'africano ci ha fatto un regalo, e io sono andato a prenderlo.' Lei si calmò, si scusò con un bacio umido sulle labbra, e incuriositi aprimmo il pacchetto. Dentro, un gigantesco cazzo intagliato in radica di ulivo, venature scure che lo rendevano realistico, il glande lucido e gonfio. Mia moglie scoppiò a ridere, una risata nervosa, e si allontana in cucina. 'Vabbè,' dissi io, 'ma che regalo del cazzo.' Lo buttai sul comodino e andai al lavoro, la mente in subbuglio.
Quando tornai, mia moglie era tranquilla, sorridente, gli occhi luminosi. Pensai: 'Vuoi vedere che il talismano a forma di cazzo funziona?' Dopo qualche sera, sì. Il mio uccello riprese vita. Una notte, mentre Burkina scopava di sotto con i suoi ritmi selvaggi, io entrai in lei. La spinsi sul letto, le aprii le gambe e affondai il cazzo nella sua fica calda e bagnata. Lei gemette, le unghie che graffiavano la mia schiena, mentre io pompavo forte, il bacino che sbatteva contro il suo. Scopammo alla grande, un idillio di sudore e orgasmi. Venni dentro di lei con un grugnito, il seme che le riempiva la fica, e lei tremò in un orgasmo che la fece urlare.
Decisi di ricambiare il regalo a Burkina. Comprai un cazzone di cristallo, trasparente e massiccio, con vene incise che lo rendevano ipnotico. Lo confezionai con cura e andai da lui. 'Questo portafortuna italiano,' gli dissi, porgendoglielo. Accanto a lui, c'era il figlio penso , vestito con una tunica bianca e un turbante in testa, occhi scuri e penetranti. Quando aprì il pacchetto e vide il cazzo di vetro, il viso di Burkina si contorse in rabbia. Mi diede un ceffone sonoro, la mano larga che mi bruciò la guancia. 'Aiuto,' pensai, 'e ora?' Ma non finii neanche il pensiero: arrivò il secondo schiaffo sull'altra guancia, forte da farmi vedere le stelle. 'Italiani porco,' ringhiò.
Dalla stanza accanto uscirono altri due neri, massicci e silenziosi – le sue guardie del corpo, pensai. Quello con la tunica disse loro qualcosa in una lingua gutturale. Mi presero per le braccia, le dita come morse d'acciaio, e mi trascinarono fuori, dentro un Ducato con targa francese. Lottavo, ma uno mi premette un panno sul naso – cianuro, forse cloroformio – e persi i sensi, il mondo che svaniva in un vortice nero.
Mi risvegliai in un casolare di campagna, legato a una sedia grezza, la testa che pulsava. Un uomo magro, con la pelle olivastra, mi guardava. 'Quello che hai fatto è inammissibile per la nostra religione,' disse, la voce calma ma tagliente. 'Hai offeso il Muromba.' Gli chiesi di liberarmi, implorai, ma niente. 'Ho avuto l'ordine di buttarti nel pozzo.' 'No, ti prego,' singhiozzai. 'Faccio qualsiasi cosa, ti prego...' Lui sorrise, crudele. 'Stasera è il mio compleanno. Vengono i miei amici pastori. Se fai la puttana, poi sarai libero.' 'E se voglio denunciare?' Mi rispose con uno schiaffo che mi fece sanguinare il labbro. 'Stasera fai la puttana, e domani nel pozzo.'
Non ebbi scelta. Vennero in cinque, pastori rudi con mani callose e cazzi grossi come bastoni. Mi spogliarono, mi gettarono sul pavimento di terra battuta. Il primo mi afferrò per i capelli, mi spinse il cazzo in bocca. Succhiavo, la gola che si contraeva intorno al suo membro spesso, saliva che colava mentre lui pompava, scopandomi la faccia. 'Brava troia,' grugniva. Un altro mi prese da dietro, sputò sul mio culo e spinse dentro, il bruciore lancinante mentre il suo cazzo mi dilatava l'ano. Mi inculavano a turno, cazzi che entravano e uscivano, alternando bocca e culo. Mi pisciavano in faccia, getti caldi e salati che mi bagnavano gli occhi, la bocca. Vennero dentro di me, seme che colava dal mio culo sfondato, dalla bocca gonfia. Dopo ore, esausto e tremante, mi fecero una doccia fredda e mi rimandarono a casa con un furgone.
Avevo solo un bruciore al culo, un fuoco che pulsava a ogni passo. A mia moglie non dissi nulla. Burkina finse di non sapere niente. 'Hai allucinazioni,' mi disse con un ghigno, quando lo incrociai. Dopo qualche mese, mia moglie era incinta. Diventare madre era sempre stato il suo sogno, e lei splendeva. Ma quando il bimbo nacque, era tutto suo padre: pelle scura, occhi profondi come quelli di Burkina. Chiesi il divorzio. Fu un'umiliazione peggiore di quella dei pastori. Lei tenne la casa, dove ora viveva con Burkina, scopando ogni notte sotto il tetto che era stato mio. Cinquecento euro di mantenimento per il bambino, nato durante il matrimonio. 'È figlio tuo,' disse lei in tribunale, mentendo spudoratamente. 'Hai accettato che concepissi con Burkina.'
La sera del divorzio, andai a letto con uno dei pastori che mi aveva inculato quel giorno fatidico. Mi portò nel suo capanno, mi piegò sul pagliericcio puzzolente di pecore. Mi leccò il culo, la lingua ruvida che mi apriva, poi spinse il cazzo dentro, pompendo con forza mentre io gemevo. Mi riempì di seme caldo, e io venni sul pavimento, il corpo traditore che godeva dell'umiliazione.
Mi licenziai dall'ospedale per non dare quei cinquecento euro. Ora lavoro nella pastorizia, tra campi aridi e greggi belanti. La sera, il padrone – un pastore robusto con mani forti – mi incula prima di dormire nel mio capanno in mezzo alle pecore. Mi spoglia, mi fa inginocchiare, e mi infila il cazzo in bocca, facendomi ingoiare fino alle palle. Poi mi gira, mi sputa sull'ano e mi scopa duro, il suo bacino che sbatte contro il mio culo, grugniti animaleschi che si mescolano al belato delle bestie. 'Cose che capitano,' mi dice dopo avermelo scaricato dentro, il seme che mi cola dalle cosce. Mi dà una pacca sul sedere, forte e possessiva, e va via, lasciandomi lì, ansimante e spezzato, ma stranamente vivo.
Ho cambiato vita. Come tanti.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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