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Gay & Bisex

Gennaro in Germania


di Membro VIP di Annunci69.it Kimboy74
10.03.2026    |    3.098    |    0 9.9
"Prese un tubo di vasellina dal comodino – un residuo pratico della fattoria per mani screpolate – e ne spalmò una generosa quantità sul dito indice, poi lo premette contro l'ano stretto di..."
Gennaro fissava il finestrino dell'aereo, il cuore che gli batteva forte nel petto. A Napoli, nei vicoli stretti e affollati, era solo il ragazzo che 'non voleva lavorare', con la scuola finita a malapena e un futuro che sembrava un vicolo cieco. Ma quell'annuncio online aveva cambiato tutto: 3000 euro al mese, vitto e alloggio inclusi, per un lavoro in una fattoria in Germania dove producevano gelato artigianale da rifornire alle gelaterie del paese. Immaginava di mescolare creme profumate di pistacchio e limone, lontano dal caos della sua vita, verso un riscatto che profumava di zucchero e libertà.

L'Arrivo nella Campagna Remota

L'aeroporto di Francoforte era un turbine di voci straniere e cartelli incomprensibili. Due operai della fattoria lo aspettavano con un cartello sbiadito: 'Gennaro'. Non parlarono molto durante il viaggio in furgone, ore di strade che si snodavano tra foreste dense e campi vuoti, fino a un casolare isolato circondato da pascoli e capannoni. Qui, il gelato nasceva: mucche che fornivano latte fresco, frutteti per i gusti estivi, vasche enormi dove tutto si amalgamava prima di essere congelato e spedito alle gelaterie in città.

Gennaro controllò il telefono: zero barre di segnale. 'Non funziona,' borbottò.

Uno degli uomini rise piano. 'Segnale italiano inutile qui. Domani ti diamo una SIM tedesca. Per ora, chiama casa col mio.'

Gennaro compose il numero della madre, le disse che era arrivato sano e salvo, omettendo il paesaggio desolato che lo circondava. La cena fu frugale: zuppa di verdure, pane croccante e un cucchiaio di gelato al cioccolato che gli sciolse sulla lingua, dolce e cremoso. Dopo una doccia per lavare via la stanchezza del volo, lo accompagnarono in una stanza al piano superiore.

'Condividi con Erik, il nostro parente,' gli dissero, chiudendo la porta con un clic.

La Stanza Condivisa e il Gigante

La camera era spartana: un letto matrimoniale con lenzuola ruvide, un armadio di legno e una finestra che dava sui campi bui. Gennaro si cambiò in fretta, infilandosi un paio di pantaloncini e una maglietta leggera, sentendosi esposto in quel luogo sconosciuto. Stava sorseggiando una birra lasciata sul comodino quando la porta si aprì di nuovo, con un tonfo che fece tremare il pavimento.

Erik entrò come un uragano contenuto. Superava i due metri, un colosso di muscoli forgiati dal lavoro manuale, con tatuaggi che serpeggiavano sulle braccia come mappe di battaglie passate. I capelli biondi corti, la barba folta, emanava un'aura di forza primordiale mista all'odore terroso della fattoria – fieno, latte e un velo di zucchero dalla produzione vicina. Non disse una parola; i suoi occhi azzurri, freddi e intensi, si posarono su Gennaro, scivolando dal viso al corpo snello del ragazzo, indugiando sulle gambe scoperte.

Gennaro deglutì, il bicchiere che gli tremava in mano. Erik non parlava italiano, ma il suo sguardo comunicava tutto: possesso, curiosità, fame.

La Tensione che Esplode

Senza preavviso, Erik afferrò l'orlo della sua camicia logora e la strappò via con un gesto secco, rivelando un torace ampio coperto da una peluria dorata che si infittiva verso l'addome scolpito. I muscoli si contraevano a ogni movimento, vene sporgenti sulle braccia che potevano spezzare un uomo. Si avvicinò a Gennaro, il pavimento che scricchiolava sotto i suoi stivali, fino a torreggiare su di lui.

Il ragazzo indietreggiò istintivamente contro il muro, ma non c'era scampo. Erik tese una mano enorme, le dita ruvide che sfiorarono la guancia di Gennaro, poi scesero al collo, premendo piano per inclinare la testa all'indietro. Il respiro del gigante era caldo sul viso del napoletano, un misto di birra e sudore maschile.

'Gennaro,' ringhiò Erik, pronunciando il nome con un accento gutturale, come se lo assaporasse.

Le mani di Erik scivolarono più in basso, afferrando i fianchi di Gennaro e attirandolo contro il suo corpo roccioso. Il ragazzo sentì la durezza del petto del gigante premere contro il suo, il cuore che gli rimbombava nelle orecchie. Non era paura pura; c'era un brivido elettrico, un'eccitazione che gli irrigidiva il cazzo nei pantaloncini, tradendo il suo corpo prima della mente.

Erik lo spinse verso il letto, facendolo sedere sul bordo. Con un movimento fluido, si slacciò i jeans, tirando fuori il suo membro semi-eretto: lungo e spesso, con vene pulsanti e una cappella larga che già gocciolava. Lo accarezzò piano, gli occhi fissi su Gennaro, ordinandogli in tedesco con voce bassa e autoritaria: 'Leck mich.'

Gennaro capì dal tono, dall'urgenza. Ipnotizzato, si inginocchiò tra le cosce massicce di Erik, le mani che tremavano mentre afferrava la base di quel cazzo enorme. Aprì la bocca e lo prese dentro, la lingua che lambiva la pelle salata, succhiando con un misto di esitazione e desiderio crescente. Erik gemette, le dita che si intrecciavano nei capelli neri di Gennaro, spingendolo più a fondo fino a fargli lacrimare gli occhi.

Il gigante iniziò a muoversi, scopandogli la bocca con spinte lente ma decise, le palle che sbattevano contro il mento del ragazzo. Gennaro tossì, ma non si ritrasse; il sapore muschiato lo invadeva, facendogli pulsare il proprio cazzo. Erik lo notò e, con un ghigno, gli abbassò i pantaloncini, esponendo il membro eretto di Gennaro. Ma non lo toccò; voleva che soffrisse quel desiderio negato.

La Dominazione Completa

Soddisfatto del pompino, Erik tirò su Gennaro per i capelli, facendolo alzare e spogliandolo del tutto. Il corpo snello del ragazzo, con la pelle olivastra e i muscoli definiti dal calcio di strada a Napoli, contrastava con la mole del tedesco. Erik lo girò di spalle, premendo il petto contro la sua schiena, il cazzo duro che sfregava tra le natiche di Gennaro.

'Brav,' mormorò Erik in un italiano stentato, le mani che esploravano: strizzavano i pettorali, pizzicavano i capezzoli fino a farli diventare duri come sassi, poi scendevano a palpare l'erezione del ragazzo senza dargli sollievo. Prese un tubo di vasellina dal comodino – un residuo pratico della fattoria per mani screpolate – e ne spalmò una generosa quantità sul dito indice, poi lo premette contro l'ano stretto di Gennaro, facendolo ansimare e inarcarsi mentre la crema untuosa facilitava l'ingresso.

Erik lo spinse a quattro zampe sul letto, il materasso che affondava sotto il loro peso. Si posizionò dietro, applicando altra vasellina sul suo cazzo pulsante e sulla cappella, rendendola scivolosa e pronta. 'Rilassati,' ordinò, e con una spinta ferma entrò, dilatando il buco con un bruciore attenuato dalla lubrificazione densa, strappando un urlo misto a Gennaro.

'Dolore... cazzo,' gemette il ragazzo, le lacrime che gli rigavano le guance, ma il suo corpo si adattò rapidamente, i muscoli che si contraevano intorno all'invasione unta. Erik si fermò un istante, accarezzandogli i fianchi, poi affondò del tutto, riempiendolo fino all'elsa. Iniziò a pompare, i colpi potenti che facevano sbattere le sue cosce contro quelle di Gennaro, il suono ritmico di carne umida e vasellina che riempiva la stanza.

Gennaro si aggrappò alle lenzuola, il dolore che si trasformava in un piacere profondo, ogni spinta che gli sfregava la prostata e gli faceva colare pre-cum sul letto. 'Più... sì, scopami,' implorò, spingendo indietro per accoglierlo meglio. Erik accelerò, una mano che gli tappava la bocca per soffocare i gemiti, l'altra che lo masturbava con movimenti rudi, sincronizzati alle penetrazioni, la vasellina che rendeva tutto scivoloso e intenso.

Il sudore imperlava i loro corpi, l'aria densa di odori: sesso crudo, birra versata e il lontano sentore di vaniglia dalle vasche di gelato nel capannone, misto al profumo oleoso della vasellina. Gennaro sentì l'orgasmo avvicinarsi come un treno, il suo cazzo che esplodeva in spruzzi caldi sulle coperte, il corpo che tremava in spasmi incontrollabili.

Erik continuò a scoparlo attraverso il climax, prolungando l'estasi fino al limite, poi si lasciò andare con un ruggito, affondando profondo e scaricando fiotti di sperma caldo dentro di lui, mescolandosi alla vasellina e riempiendo l'ano fino a farne traboccare. Crollarono sul letto, Erik che avvolgeva Gennaro tra le braccia possenti, i corpi appiccicosi e esausti che si calmavano piano, la vasellina che lasciava residui unti sulle lenzuola.

Gennaro giacque lì, il culo dolorante ma soddisfatto, una sensazione di rinascita che lo pervadeva. Quella fattoria isolata, con le sue mucche e le sue vasche di crema, non era una fuga qualunque: era il luogo dove aveva scoperto il gusto della sottomissione.

La Routine e l'Addestramento

I giorni successivi si fusero in un ritmo ipnotico. Di mattina, Erik lo svegliava con spinte gentili dal dietro, spalmando vasellina per entrare senza frizione eccessiva, riempiendolo di seme prima della colazione, per poi guidarlo nei capannoni. Insegnava a Gennaro come versare il latte nelle macchine, a amalgamare i gusti – stracciatella croccante, sorbetto al limone fresco – con mani ferme che premevano contro la sua schiena, un tocco che accendeva brividi di anticipazione. Caricavano i bancali congelati sui furgoni, diretti alle gelaterie affollate, mentre Gennaro imparava i segreti della produzione, il suo corpo ancora segnato dalle notti precedenti.

Di pomeriggio, tra una pausa e l'altra, Erik lo trascinava in angoli nascosti: contro un muro del fienile, lo faceva inginocchiare per succhiargli il cazzo fino a svuotarlo in gola, o lo piegava su una balla di paglia per penetrarlo con colpi rapidi, usando vasellina presa dal kit di lavoro per lubrificare l'ingresso e far scivolare il suo membro dentro e fuori senza resistenza, facendogli ingoiare i gemiti per non attirare attenzione. Gennaro obbediva, il suo desiderio di cedere che cresceva, trasformandolo da ragazzo svogliato a schiavo volontario del piacere.

Le notti erano il culmine: sul letto condiviso, Erik lo legava con corde da lavoro, lo leccava ovunque – capezzoli, ascelle, il solco delle natiche – prima di spalmare vasellina generosamente e scoparlo in posizioni che lo facevano sentire posseduto. 'Du bist mein,' sussurrava il gigante, e Gennaro annuiva, il suo cazzo che schizzava senza essere toccato solo dal ritmo delle penetrazioni unte e potenti.

La SIM tedesca arrivò, ma i messaggi a casa erano laconici: 'Tutto bene, lavoro duro.' Nascondeva i lividi sotto il camice, i morsi sul collo con sciarpe. I 3000 euro erano un salario generoso, ma il vero guadagno era quel legame segreto, dove mescolare gelato di giorno forniva le gelaterie e arrendersi di notte forniva estasi. In quella fattoria lontana, Gennaro aveva trovato non solo un lavoro, ma la libertà di abbracciare i suoi desideri più oscuri, senza rimpianti o vergogna.
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