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L' officina


di Membro VIP di Annunci69.it Kimboy74
28.03.2026    |    717    |    0 3.3
"Un giorno accadde che il mondo si piegò alla sua volontà, e nulla fu più come prima..."
Un giorno accadde che Duilio, un uomo dal fisico imponente e dal temperamento predatorio, decise di imporre il suo dominio assoluto sul mondo che lo circondava. Guidava una Ferrari scarlatta che ruggiva come un leone in gabbia, e le sue mani callose, segnate da anni di comandi feroci, erano pronte a reclamare ogni preda. L'officina dove lavorava era il suo regno oscuro, un labirinto di metallo unto e odori acre, dove il potere si misurava in sudore e sottomissione.

Quel pomeriggio, mentre il sole tramontava tingendo il cielo di un arancione sporco, Duilio entrò nell'officina come una tempesta in avvicinamento. L'aria era densa di vapori di olio e carburante, le luci al neon tremolavano sulle pareti arrugginite. Elsa, la magazziniera cinquantenni con un corpo cedevole segnato dalla fatica, stava sistemando gli ultimi colli di ricambi. La sua tuta era macchiata di grasso, e i capelli grigi le si appiccicavano alla nuca sudata. Non lo vide arrivare. Duilio la colpì da dietro, le sue dita spesse affondarono nella carne morbida, afferrandola come un possesso da marchiare.

Lei ansimò, un gemito strozzato le sfuggì dalle labbra screpolate, ma il suo corpo si afflosciò immediatamente, riconoscendo l'autorità schiacciante. 'Nemmeno un suono,' ringhiò lui al suo orecchio, la voce ruvida come ghiaia sotto le gomme. La scaraventò contro uno scaffale metallico, le lamiere vibrarono con un clangore sordo, mentre viti e bulloni rotolarono sul cemento sporco. Le mani ruvide di lui strapparono la tuta, denudando il torso flaccido, le vene bluastre pulsanti sotto la pelle pallida. Il contrasto era brutale: la durezza dei suoi palmi contro la morbidezza cedevole, che tremava come argilla pronta a essere modellata.

Duilio la girò con forza, inchiodandola al metallo freddo, l'odore di lubrificante e sudore si mescolava in una puzza primitiva. Slacciò i jeans con uno schiocco, il suo cazzo eretto balzò fuori, venoso e gonfio, pronto a invadere. La penetrò di colpo, una spinta violenta che le strappò un ansito rauco, il corpo morbido di lei si aprì senza resistenza. 'Prendilo tutto, puttana,' grugnì lui, spingendo con rabbia, i fianchi che sbattevano contro le natiche pallide e tremanti. Ogni affondo faceva tremare gli scaffali, il suono del ferro echeggiava come un inno alla conquista, mentre lattine d'olio si rovesciavano, creando pozzanghere viscose sul pavimento.

Elsa si aggrappò alle grate, le unghie spezzate graffiavano la ruggine, la pancia che si contraeva in spasmi di resa totale. Duilio non rallentò, le dita callose affondavano nei fianchi carnosi, lasciando lividi rossi come sigilli di proprietà. Il sudore gli colava lungo la schiena, mescolandosi al grasso nero sulle cosce di lei. Fuori, nel parcheggio avvolto dal buio, il marito di Elsa fumava una sigaretta con mani tremanti, la brace illuminava il suo viso rassegnato. Sapeva cosa stava accadendo, ma rimase lì, un'ombra schiacciata dal peso del dominio di Duilio.

Il ritmo si fece furioso, selvaggio come una corsa mortale, il cazzo di Duilio che la martellava senza pietà. Elsa urlò ora, un misto di dolore e abbandono, la figa che si contraeva in convulsioni obbedienti. Lui venne con un ruggito animalesco, sparando sborra calda e densa dentro di lei, marchiandola come sua. Si ritrasse, lasciando il liquido colare in rivoli appiccicosi sul cemento, e lei crollò in ginocchio, ansimante, la guancia premuta contro il metallo gelido. Duilio si sistemò i pantaloni con un ghigno soddisfatto e uscì, lasciando l'officina pulsante del loro odore condiviso.

Ma la giornata di Duilio era appena iniziata. Josef, il capo officina calvo e mingherlino, era il prossimo bersaglio. L'uomo, con la testa liscia come una noce e occhiali spessi che gli davano un'aria da topo da laboratorio, stava lucidando il cofano di una Cadillac nera, ignaro della tempesta in arrivo. L'officina era ancora satura dell'eco della violenza precedente, l'aria pesante di solventi e metallo esausto. Duilio irruppe come un toro infuriato, il suo completo sartoriale in netto contrasto con il caos unto intorno.

'Hai rovinato un altro dei miei affari,' tuonò Duilio, la voce un rombo che fece vibrare le pareti di zinco. Josef si voltò di scatto, balbettando scuse incoerenti, ma Duilio lo afferrò per la cravatta sporca, strappandolo via dall'auto con una forza che lo sbatté contro un banco da lavoro. Gli attrezzi caddero come pioggia metallica, clangorando sul pavimento. 'In ginocchio, merda,' ordinò Duilio, e Josef obbedì, le gambe che cedevano per puro terrore, il petto che si alzava in respiri affannosi.

Il primo schiaffo atterrò sulla cute nuda con un crack secco, la pelle arrossì all'istante sotto il palmo pesante. Josef guaì, lacrime gli rigarono le guance, ma Duilio non si fermò. Un secondo colpo, più forte, lacerò la pelle, un rivolo di sangue colò dalla fronte. 'Guarda come ti contorci, verme,' rise Duilio, scaraventandolo a terra tra le limature metalliche. Josef si dimenò, le dita che artigliavano inutilmente il cemento ruvido, il panico che gli torceva le viscere.

Duilio piantò il tacco della scarpa sul petto magro, schiacciandolo fino a fargli sibilare l'aria nei polmoni. Poi gli strappò gli occhiali dal naso sudato e li lanciò contro il muro, le lenti esplosero in schegge taglienti, una delle quali graffiò il labbro di Josef, aggiungendo sangue fresco. Lo trascinò per i capelli radi fino alla Cadillac, sbattendo la testa calva contro il cofano lucido. Il sangue si sparse sulla carrozzeria, macchie rosse che si espandevano come ferite vive.

Josef singhiozzò senza controllo, il corpo scosso da tremori, circondato da pinze e leve che assistevano in silenzio alla sua umiliazione. Duilio incombeva su di lui come un dio vendicativo, i muscoli tesi sotto la camicia, mentre Josef era solo carne da macello. 'Impara la lezione, cane,' sibilò Duilio, assestando un pugno finale alla testa nuda, il tonfo della carne echeggiò come una sentenza. Lasciò Josef raggomitolato e sanguinante sul pavimento, tra gli attrezzi sparsi, e se ne andò fischiando, il predatore saziato della sua preda distrutta.

La conquista di Duilio non si fermò lì. Quella stessa sera, puntò alla famiglia di Bruno, un dipendente debole ricoverato in ospedale con ossa rotte grazie a un 'incidente' orchestrato da lui. La casa di Bruno era un appartamento modesto in periferia, la cucina impregnata di odori di cena raffreddata e tensione palpabile. Laura, la moglie quarantacinquenne con un corpo maturo e stanco, stava sparecchiando, mentre la figlia ventenne Giulia lavava i piatti, il fisico snello teso dall'apprensione.

Duilio forzò la porta senza bussare, il legno scricchiolò come un lamento. La sua presenza riempì la stanza come un'ombra predatoria, bloccando l'uscita. 'Il vostro uomo starà via per un po',' annunciò con voce profonda, gli occhi che saettavano tra le due donne. Laura si immobilizzò, il cuore che le martellava nel petto, ma l'aura dominante di Duilio la inchiodò sul posto, un maschio alfa che reclamava il territorio. Avanzò con passi lenti, afferrò i capelli di Laura e la trascinò sul tavolo, il legno che gemette sotto il peso.

I piatti volarono via, scheggiandosi sul pavimento in frammenti taglienti. Duilio strappò la camicetta di Laura, esponendo i seni pesanti segnati da gravidanze passate. 'Obbedisci,' grugnì, slacciando la zip e premendo il suo cazzo duro contro di lei. Laura gemette, le gambe che si aprivano in una resa istintiva, la figa umida che tradiva un misto di paura e sottomissione inevitabile. La girò con forza, puntando il culo stretto, e la inculò con una spinta secca, il tavolo che dondolava sotto l'assalto violento.

L'aria si fece densa di sudore e tensione, il calore del suo ano che pulsava intorno al cazzo di Duilio mentre lui pompava senza pietà. Giulia osservava, occhi sgranati, ma invece di fuggire, un fuoco proibito le accese le guance. Il potere brutale di Duilio la attirava come una fiamma, e si inginocchiò dietro di lui, la lingua che leccava esitante le natiche sudate mentre lui martellava la madre. Duilio rise raucamente, spingendo più a fondo in Laura, che urlava in un turbine di dolore e capitolazione, il corpo che ondeggiava sul legno scheggiato.

Giulia intensificò, la bocca che esplorava avidamente le curve salate, unendosi al rito in un tabù che sigillava la conquista. Il calore era opprimente, corpi intrecciati in un groviglio di sudore e desiderio represso, l'odore di sesso che impregnava l'aria come un marchio. Duilio esplose con un grugnito primordiale, pompando sborra calda nel culo di Laura, che colava sul tavolo come un trofeo di vittoria. Si voltò, ficcando il cazzo umido in bocca a Giulia, costringendola a ingoiare i resti mentre Laura giaceva esausta, il corpo segnato dal nuovo padrone.

Otto mesi dopo, Bruno tornò dall'ospedale zoppicando, spingendo la porta con mani deboli. Trovò Laura e Giulia sedute al tavolo, le pance gonfie di gravidanze gemellari, il seme di Duilio che aveva fecondato la sua famiglia. Crollò in ginocchio, devastato, mentre le donne lo guardavano con occhi vuoti, il dominio dell'alfa inciso irrevocabilmente nelle loro vite. Duilio aveva vinto tutto: l'officina, gli uomini, le donne, il futuro. Un giorno accadde che il mondo si piegò alla sua volontà, e nulla fu più come prima.
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